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	<title>M'Arcordo...</title>
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		<title>102  M’Arcordo… quando s’andava a cercare le ammoniti,</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 15:06:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[                                  ovvero io e Carlo Darwin.  Questo M’Arcordo&#8230; lo dedico alla Bernarda e all’amico Leonardo Carloni artrovato grazie al magico intervento di Guendalina, e grazie anche a Facebook che gliel’ha permesso. Leonardo fu quello (come ho arcontato nel mio primissimo M’Arcordo&#8230; sulla memoria) che un sabato di settembre del 1968 m’accompagnò col suo Maggiolino Volkswagen alla [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=3328&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>                                  ovvero io e Carlo Darwin.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong><strong>Questo M’Arcordo&#8230; lo dedico alla Bernarda e all’amico Leonardo Carloni artrovato grazie al magico intervento di Guendalina, e grazie anche a Facebook che gliel’ha permesso.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Leonardo fu quello (come ho arcontato nel mio primissimo M’Arcordo&#8230; sulla memoria) che un sabato di settembre del 1968 m’accompagnò col suo Maggiolino Volkswagen alla stazione d’Arezzo. Quella mattina presi il primo di quattro treni che dopo circa 30 ore m’avrebbero scaricato con un gran valigione a Victoria Station a Londra. Quello fu l’inizio d’un viaggio che non è ancora finito.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>‘sta volta v’arconto d’altri viaggi, o meglio spedizioni appeniniche alla ricerca di fossili, d’ammoniti per l’esattezza, e tanto siamo su questo argomento parlerò dell’evoluzione naturale. Ma facciamo un passo indietro.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>M’arcordo benissimo che fu la cugina Silvana, piú grande di me, che durante una delle nostre visite a Gubbio, forse era il primo Natale dopo la guerra, mi fece vedere un libro dove c’erano delle illustrazioni di quelli che penso fossero dei dinosauri. Mi raccontò che erano animali grandissimi e pericolosi, dei veri draghi mostruosi, che in un tempo molto lontano avevano vagato per la Terra, ma poi eran tutti morti, estinti per fortuna, se no ci avrebbero mangiato. Questa storia mi  colpì moltissimo, lei mi ripeteva che questa non era una fiaba, quegli animali c’erano stati per davvero. Anche se mi facevano paura allo stesso tempo li avrei voluti vedere. Ma perchè poi non c’erano piú? Perchè erano spariti? Erano rimaste solo poche ossa fossilizzate come prova della loro esistenza. Non so quale risposta mi fu data, sapevo anche che quando sarei andato allo zoo, mi promettevano sempre che mi avrebbero portato a vedere quello di Roma, non li avrei visti e questo mi dispiaceva.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Scoprii poi che anche lo zio Nello Ciuchi possedeva, nella piccola biblioteca dell’ufficio che aveva giú pel Borgo Novo, un libro meraviglioso con immagini fantasiose piene d’animali preistorici, e c’erano anche quelli che volavano. Quando andavo a trovarlo chiedevo sempre il permesso di sfogliarlo. Poi col crescere trovai altri libri interessanti in quegli scaffali: dei grossi volumi, una specie d’enciclopedia geografica, pieni di foto di gente di nazioni delle piú remote parti del mondo. Scoprii che in certi posti, purtroppo sempre lontani, le donne andava in giro a seno nudo, o addirittura senza niente indosso. Il mio interesse nei dinosauri e pterodattili diminuì enormemente. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Poi vennero i film di fantascienza e la storia era piú o meno sempre la stessa: una di queste bestie preistoriche per qualche strana circostanza veniva risvegliata dopo un sonno di milioni d’anni, immancabilmente poi arrivava sempre in un grande città ed il resto lo sapete. Fra questi mostri Godzilla era il primo in assoluto.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non m’arcordo quando il babbo mi cominciò a parlare di Carlo (allora era normale tradurre i nomi) Darwin e del suo libro “Sulle Origini delle Specie”, forse avevo 10 o 11 anni. Per questo mio intresse nella paleontologia (di certo non conoscevo questa parola) sperava di incuriosirmi e d’allargare i miei orizzonti. Lo ascoltavo, ma di certo non mi passava minimamente per la testa di leggere quel libro, anche perchè non c’era nessuna illustrazione. Quelli erano i tempi che, a parte i giornalini, leggevo Verne e Salgari e quando nessuno mi vedeva tiravo fuori “Fanny Hill” dal cassetto dove il babbo lo teneva nascosto. Credo che alla fine non avevo bisogno di prenderlo, lo sapevo a memoria.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2012/01/1-web-sulle-origini-delle-specie.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3329" title="1 web Sulle Origini delle Specie" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2012/01/1-web-sulle-origini-delle-specie.jpg?w=195&#038;h=300" alt="" width="195" height="300" /></a></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Anche se a quel tempo non lessi Darwin le sommarie lezioni del babbo sull’evoluzione delle specie, inclusa quella umana, ebbe una grandissima importanza per il resto della mia vita. Si, avevamo tutti un avo lontano lontano in comune con le scimmie e anni dopo (1968) lessi con grandissimo interesse “The Naked Ape” di Desmond Morris, fu una specie di vangelo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Confesso che anche se ho provato piú d’una volta a leggere “On the Origin of Species” di Darwin prima in italiano e poi in inglese, non son mai riuscito a finirlo. Non sono mai andato oltre la metà. In compenso di lui ho poi letto senza problemi e con grande piacere “The Voyage of the Beagle”.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Crescendo feci una scoperta: forse anche il babbo non ce l’aveva fatta a leggerlo tutto!</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Infatti anni dopo, forse ero già al liceo, tirai il libro giú dallo scaffale e scoprii che almeno un terzo delle pagine non erano state ancora tagliate. Forse i piú giovani non sanno che una volta i libri nelle edizioni economiche venivano stampati in 16simi, ovvero un gran foglione che ripiegato 4 volte veniva rilegato (<em>cucito</em>) agli altri, alla fine si dovevano tagliare i margini con un tagliacarta per poi sfogliare le singole pagine. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Andai subito dal babbo con quella che pensavo fosse la prova lampante d’una sua bugia. In questa maniera cercavo di giustificare la mia svogliatezza.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Allora babbo, vedo che anche tu hai scoperto che Darwin era noioso. Guarda, non l’hai mai letto tutto!” mostrandogli il libro.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Rimase incerto, interdetto. Prese e si mise ad osservare il libro.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Di certo questo non ho letto, ma son sicuro d’averlo fatto, allora era un altro volume. Durante il passaggio del fronte molti libri sono andati persi, forse anche rubati. Questo sarà uno di quelli che  ho ricomprato.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Sarà!” Ripetei non molto convinto, anche perchè, dopo un’attenta ispezione, trovai altri libri con le pagine non tagliate: forse il babbo non era perfetto, anche lui diceva le bugie.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Penso che fu al liceo quando leggemmo la poesia della conchiglia fossile dello Zanella. La poesia non mi piaceva ma  di conchiglie ne volevo una. Anch’io volevo avere fra le mie mani i resti d’un essere che aveva vissuto centinaia di milioni d’anni prima di me. Il pensiero che c’era un qualcosa in comune mi emozionava. Ma poi pensavo che non sarebbe mai successo, mi sarei dovuto accontetare d’andare ai musei.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma le cose cambiarono, alla fine venne Leonardo a darmi una mano, e la mia curiosità fu soddisfatta ed il mio desiderio appagato.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>All’inizio lo conoscevo poco. Penso che arrivò al Borgo alla metà degli anni cinquanta, o forse fu solo allora che m’accorsi che c’era anche lui. Il su’ babbo, che era stato un colonnello degli Alpini ed aveva sempre vissuto al nord, quando andò in pensione decise d’artornare nella vecchia casa di famiglia, in fondo al Borgo Novo. Il nonno di Leonardo era stato il mitico Dott. Carloni di cui avevo tanto sentito parlare. Paolo Salvi, che abitava da quelle parti, me lo fece conoscere, ma non ci frequentammo molto. Lui andò al liceo classico a Città di Castello, mentre io armasi al Borgo a fare lo scientifico. Ci artrovammo poi a Firenze, dove lui si era iscritto a Geologia; suonava la chitarra e fu allora che diventammo davvero amici. Eravamo una coppia inseparabile e ci piaceva dire ch’eravamo due clerici vagantes che ogni primavera andavono in giro per l’Italia a varie Feste delle Matricole, ma questo l’ho già arcontato. Il nostro repertorio di canti goliardici era vasto e ci vantavamo che avremmo potuto cantare per una notte intera senza ripetere una canzone. Credo proprio che questa fosse una sbruffunata. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non m’arcordo esattamente come o quando, ma un giorno Leonardo mi propose d’andare a Monte Nerone, sopra Apecchio, dove avremmo cercato ammoniti. Non m’arcordo chi gliel’aveva detto o dove aveva trovato questa informazione o forse c’era già andato con qualcuno che conosceva il luogo. Non dovevo esser sorpreso: in fondo era uno studente di Geologia. Penso che dopo aver letto questo saprà colmare la mia lacuna.</strong></p>
<div id="attachment_3330" class="wp-caption alignright" style="width: 235px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2012/01/2-web-ammoniti.jpg"><img class="size-medium wp-image-3330" title="2 web ammoniti" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2012/01/2-web-ammoniti.jpg?w=225&#038;h=300" alt="" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">due ammoniti di Monte Nerone ed un nautilus del Pacifico</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Si poteva arrivare in macchina fino alla cima del monte che ha le caratteristiche d’un altopiano. Camminando attraverso i grandi prati verdi raggiungemmo il lato orientale e proprio là, scendendo forse solo un centinaio di metri lungo il costone, mi indicò degli strati geologici dove le pietre erano piene di centinaia, di migliaia di ammoniti incastrate l’una con l’altra. Noi adesso eravamo a piú di mille metri d’altezza lungo gli Appennini ed una volta, centinaia di milioni d’anni prima, addirittura prima dei dinosauri, saremmo stati in fondo ad un oceano primordiale assieme alle ammoniti. Poi eravamo arrivati noi, armati di martelli e scarpelli, e le avremmo liberate dalla pietra che le incastonava. Ancora oggi ripensandoci trovo il tutto emozionante. Le due ammoniti della foto, in compagnia di un nautilus loro discendente, vengono da Monte Nerone e me le son portate dietro per il mondo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Fra le tante ce n’era una di gran lunga piú grande, gigantesca, forse piú mezzo metro di diametro e Leonardo l’aveva ribattezzata “La Bernarda”. Penso che quella fosse la sua piú agognata preda e piú d’una volta cercammo di liberarla, come si vede nella foto, del suo incastro di milioni d’anni, ma sempre senza successo. </strong></p>
<div id="attachment_3331" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2012/01/3-web-1966-08-monte-nerone-fausto-e-leonardo-a.jpg"><img class="size-medium wp-image-3331" title="3 web 1966-08 Monte Nerone Fausto e Leonardo a" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2012/01/3-web-1966-08-monte-nerone-fausto-e-leonardo-a.jpg?w=300&#038;h=181" alt="" width="300" height="181" /></a><p class="wp-caption-text">Fausto e Leonardo invano tentano di liberare la Bernarda</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Imparai subito con rammarico che per prelevare un’ammonite in buone condizioni come minimo dovevo frantumare una diecina di quelle ch’erano attaccate.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quella prima spedizione fu seguita da altre, da molte altre, la voce s’era sparsa e tant’altri s’unirono a noi ed anche diverse citte ci vennero dietro. Fu un nostro breve momento di gloria. M’arcordo che una volta per esser freschi e pronti al mattino al duro lavoro di scarpellini andammo la sera prima e montammo la tenda in cima alla montagna. Bellissimo!</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma non sempre andava come volevamo. Una volta, dopo il lungo inverno un lunedì di Pasqua (1967?) decidemmo ch’era l’ora d’aprire la caccia e Leonardo ed io partimmo per Monte Nerone. Era una bella giornata serena anche se, quando fummo in cima, scoprimmo che faceva freddo. Raggiunto il nostro costone, soddisfatti che la Bernarda fosse ancora là, ci mettemmo a scarpellare. Notammo che giú il fondo la valle dalla parte di Cagli (?) era coperta di nebbia, ma non ci sembrava gran cosa. Poi d’improvviso, come fosse un’onda gigantesca, allora non conoscevo la parola sunami, la nebbia cominciò a salire velocemente lungo il pendio della montagna ed in pochi minuti ci raggiunse avvolgendoci in una fittissima cappa bianca. Non si vedeva un tubo e cominciò a far ancora piú freddo. Decidemmo subito di partire e non ci volle molto a capire che c’eravamo subito persi. Conoscevamo bene la montagna, ma quei vasti prati sulla sommità non avevano quasi nessun punto di riferimento e noi si barcollava nell’incognito e non riuscivamo a trovare la strada e le macchina.. Il panico venne quando ci ritrovammo nello stesso punto vicino ad un cespuglione dove eravamo passati un paio d’ore prima, e faceva era sempre piú freddo. Fu allora che Leonardo, che aveva vissuto anche nelle Alpi, mi disse.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Ora si smette di cercare la macchina, si verrà a prenderla poi. Ora si prende un direzione, si cammina diritto, sempre diritto e si scende a valle, da qualsiasi parte sia di certo si troverà qualche strada e qualche casa.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E cosi ci incamminammo nella nebbia sempre piú fitta, il freddo era pungente e cominciai ad aver paura. Fatti forse solo cinquecentro metri incrociammo la strada che raggiungeva la cima, quella dove avevamo lasciato la macchina, ma ora non si sapeva da quale parte sarebbe stata. Senza esitazione e con un gran senso di sollievo, ci incamminammo nella direzione in discesa verso Apecchio, almeno si sapeva che saremmo arrivati li. La nebbia era fittissima e quando dopo poche decine di metri andammo praticamente a sbattere addosso alla Volkswagen di Leonardo urlammo di gioia. Scendere da Monte Nerone lungo quella strada sterrata stretta e tutta curve con quella visibilità inesistente non fu cosa facile, ma piano, anzi pianissimo, e spesso con la porta aperta per vedere il bordo della strada, arrivammo ad </strong><strong>Apecchio! </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Poi un altro amico, Beppe, ci disse d’un posto altre Viamaggio, oltre la  Svolta del Podere mi sembra, dove c’erano dei macigni in mezzo ai campi ch’erano un agglomerato di conchiglie bivalvi fossilizzati, delle specie di grandi vongoloni, dovevano essere le antenati dei clams che ho poi trovato lungo la costa nordatlantica. Le ammoniti erano di gran lunga piú belle ed affascinanti per la loro forma elegante. M’arcordo che una volte, mentre ero a cavallo d’uno di questi roccioni fui attaccato da una nuvola di moschine piccole e pestilenziali. </strong></p>
<div id="attachment_3332" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2012/01/4-web1970-07-fausto-con-le-mosche-i.jpg"><img class="size-medium wp-image-3332" title="4 web1970-07 Fausto con le mosche i" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2012/01/4-web1970-07-fausto-con-le-mosche-i.jpg?w=300&#038;h=199" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Fausto e gli incerti del mestiere</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Ai tempi che abitavo a Londra feci una spedizione geolocica a Lyme Regis nel Dorset, piccolo porto sulla Manica; da qualche parte avevo letto dei ricchissimi giacimenti fossili lungo la costa rocciosa. E a parte ammirare la scogliera non ci fu molto da fare, c’erano cartelli un po’ d’appertutto che dicevano che era proibito cercare fossili, ci provai lo stesso a tirar fuori un’ammonite e scoprii che la roccia era durissima in confronto a quelle di Monte Nerone. Ci sarebbero voluti scarpelli e martelli da vero geologo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E quella fu la fine della mia carriera.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Son rimasto un fervido evoluzionista, curioso di tutto quello che riguarda la paleontologia e del lungo viaggio dell’uomo alla conquista della Terra. Non molt’anni fa andai a vedere un’interessante mostra su Darwin al Museum of Natural History di New York.  Il museo era pienissimo di visitatori e molti di questi eran genitori con bambini. Era una domenica mattina e questo mi riempì di gioia.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma poi c’è anche un fatto che mi rattrista e mi scoraggia: negli Stati Uniti ci sono ancora Stati (nel sud) dove sono state passate delle leggi che proibiscono l’insegnamento della evoluzione naturale a favore del creazionismo (biblico), Mettono in dubbio le scoperte scientifiche fatte negli ultimi duecento anni. No comment.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>In fondo vale sempre quello che Giulio Cesare scrisse tanto tempo fa: &#8220;fere libenter homines id, quod volunt, credunt.&#8221; (<em>gli uomini credono in quello che vogliono credere</em>)</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong></strong> </p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong>23 gennaio 2012, Marblehead, MA USA                                                                                  </p>
<p style="text-align:left;"><em>Fausto Braganti       </em><em> </em></p>
<p style="text-align:left;"><a href="mailto:ftbraganti@verizon.net">ftbraganti@verizon.net</a><strong> </strong></p>
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		<title>101  M’Arcordo…la carica dei 101, Sheherazade, ovvero fare il punto della situazione.</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 12:26:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[Allora sono arrivato al 101nesimo M’Arcordo&#8230; e come i famosi cucciolotti dalmati le mie storie son saltate fuori, qualche volta alla carica mentre altre si son mosse lentamente, come negli ultimi mesi. Diciamo che mi son distratto per la via con un altro progetto, ma di questo è presto per parlarne. Fare un conto esatto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=3196&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>Allora sono arrivato al 101nesimo M’Arcordo&#8230; e come i famosi cucciolotti dalmati le mie storie son saltate fuori, qualche volta alla carica mentre altre si son mosse lentamente, come negli ultimi mesi. Diciamo che mi son distratto per la via con un altro progetto, ma di questo è presto per parlarne. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Fare un conto esatto non è semplice, per esempio alcuni son cresciuti con lo scrivere, un po’ come quando metti i fagioli secchi a bagno. Si sono susseguiti a puntate mantenendo lo stesso numero seguito da una lettera (a-b-c&#8230;). Poi ci sono stati i contributi degli amici e questi sono stati importanti ad allargare il panorama della memoria collettiva, ed io non li ho contati separatamente. Insomma non sono stato un buon ragioniere.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>L’amministratore del blog me ne enumera 123.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La supercattivona Crudelia voleva fare una pelliccia con la pelle dei cagnolini; le mie intenzioni sono state molto meno minacciose: solo farne un libro. In molti sono stati quelli che me l’hanno suggerito, e chissà, forse un giorno. </strong></p>
<div id="attachment_3197" class="wp-caption alignleft" style="width: 246px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/scheherazade-paul-emile-detouche.jpg"><img class="size-medium wp-image-3197" title="scheherazade-paul-emile-detouche" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/scheherazade-paul-emile-detouche.jpg?w=236&#038;h=300" alt="" width="236" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Scheherazade di Paul Emile Detouche</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>In ogni modo il numero 101 mi piace, ed in confronto alla povera Sheherazade la mia situazione è davvero invidiabile. Al massimo c’è stato qualche amico che m’ha incalzato chiedendomi:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Ma che fai? Non scrivi piú?”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Oppure:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Fausto, mi sembra che sei diventato un po’ fiacco. Hai finito gli argomenti? Ecco, perchè non scrivi di&#8230;?” </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Invece lei, la poverina che ha vissuto in tempi senza televisione, ha dovuto raccontare una storia ogni sera per ben 1001 notti. E guai se sgarrava, doveva sempre trovarne una nuova ed eccitante, ci poteva perdere la testa e non in senso figurato. Ma la bella riuscì ad ammaliare il suo sultano non soltanto con le parole, doveva avere altri argomenti molto convincenti: infatti non solo narrò tutte quelle storie, ma ebbe il tempo di dargli anche tre figli. E proprio grazie a lei Aladino con la sua lampada è arrivato fino a noi, e ha avuto degli ottimi compagni come Ali Babà e suoi  quaranta ladroni per indicarne solo alcuni. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Mi posso consolare nel pensare che nel mio piccolo ho ridato ‘na mano de vernice al vecchio Borgo ed ho riportato in vita, almeno per ’na lichina de tempo, certi personaggi lontani che si stavano cadendo nell’oblio. Ma come si fa a scordarsi del Lili e della sua immancabile Lambretta, del maestro Petrucci dalla gran mole che vendeva i libri e che una volta si dipinse le gambe di verde, del sor Marco che ippaccabilmente vestito andava a pescatore i lucci col mi’ babbo (quando io scrissi carpa nel descrivere il pesce che teneva i mano, una valanga di lettori mi castigò per l’errore: ma come era possibile non aver arconosciuto un luccio?), della sig.na Massa e del suo eroico pilota americano (Grande Guerra) che le lanciava rose rosse dall’aereo, lo Sgoluppi che prima di farti l’arsomiglio si nascondeva dietro un panno nero e faceva paura  ai cittini e con loro tanti altri.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Amici vecchi e nuovi mi hanno dato suggerimenti, hanno corretto i miei errori e magari proprio una loro parola è bastata per darmi lo spunto per un nuovo M’Arcordo&#8230;  (Marco con il pastrano) A volte m’hanno aiutato ad artrovare un nome, un evento di cui non ero sicuro. M’hanno fatto conoscere nuovi personaggi come Ulisse, il nonno dell’Aidi, che ancora ci commuove con la sua tragica morte quando mancavano poche ore dalla fine della guerra.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Le storie della mia famiglia hanno avuto un gran ruolo ed in particolare quelle del nonno Barbino che, anche se le sue peripezie non sono state come quelle di Sinbad il marinaio dei sette mari, mi hanno aiutato a rifarmelo sentir vicino ed adesso l’ho fatto conoscere a molti di voi. Forse dovrei seguire il consiglio d’un amico che tempo fa mi scrisse</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Dovresti ribattezzare il nonno: il nome Birbino sarebbe piú appropriato.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Spesso nello scrivere mi faccio compagnia, strano eh? Non ho la sensazione di scrivere ma piuttosto quella d’arcontare ‘na storia ad un gruppo d’amici, come se se fosse ‘ntorno al foco a veglia, se mangia le castagnole e se beve la canaiola. ‘na sensazione che me pieci.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>I numeri sono importanti, hanno un loro potere magico, e dopo aver superato il fatidico cento mi sento soddisfatto. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quello fu il numero magico di Boccaccio, ed ora ho tutte le intenzioni di superarlo. Ma di quanto? Questo non lo so, vedremo. Non cerco di paragonarmi a lui, in questo momento parlo solo di numeri. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Spero solo di non essere noioso e ripetitivo. Qualche volte non m’arcordo se ‘na storia o un particolare evento l’abbia già arcontato. Chiedo scusa in anticipo per quando succede. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>M’Arcordo quando cominciai a scrivere “M’Arcordo&#8230;” e come alcuni s’arcorderanno tutto cominciò col mitico Ghiozzo, penso nel febbraio del 2008. Allora pensavo che ne avrei scritto forse un diecina. Dopo pochi mesi verso giugno iniziai il blog. L’obbiettivo era quello di tenerli ben in ordine. Proprio questa mattina il mio sito ha superato le 45,000 visite. Molto di queste sono del tutto causali, ovvero gente che finisce nel  mio “M’Arcordo&#8230;” con interessi ben specifici.  “Le giarrettiere” sono l’esempio piú evidente. Fra le idee che turbinano nella mente di tanti uomini d’una certa età e mi ci includo anch’io, c’e quella della donna, come la famme fatale incontrata nella nave per Ostenda, che arriva all’appuntamento galante indossando le giarrettiere. Tutto contribuisce al mito: forse è la sensazione di scoprirle ancora prima di vederle e poi quella del mal celato desiderio di sganciarne quei  magici bottoncini che reggono le calse. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Per esempio se uno fa una ricerca web sulle giarrettiere, con l’obbiettivo di trovar foto di donne che l’indossano,  ci sono molte probabilità che la mia pagina salti fuori. L’esploratore internet riane deluso e di certo se ne frega delle mie storie e di quelle del Borgo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://biturgus.wordpress.com/2009/04/30/55-m%e2%80%99arcordo-quando-le-donne-se-mettevano-le-giarrettiere/">http://biturgus.wordpress.com/2009/04/30/55-m%e2%80%99arcordo-quando-le-donne-se-mettevano-le-giarrettiere/</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Così succede anche con la “Nina Desnuda” di certo la foto piú gettonata</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://biturgus.wordpress.com/69-m%e2%80%99arcordo-quando-dormivo-%e2%80%99n-cucina/">http://biturgus.wordpress.com/69-m%e2%80%99arcordo-quando-dormivo-%e2%80%99n-cucina/</a></strong></p>
<div id="attachment_3198" class="wp-caption alignright" style="width: 220px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/nina.jpg"><img class="size-medium wp-image-3198" title="nina" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/nina.jpg?w=210&#038;h=300" alt="" width="210" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">la Nina in cucina</p></div>
<p style="text-align:left;"> </p>
<p style="text-align:left;"><strong>ed in molti continuan</strong><strong>o a chiedermi:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Ma chi è?” ed io zitto.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>A suo tempo, chiesi alla Nina il permesso d’usare la sua foto e le mi disse:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Certo, pubblicala mi piace rivedermi giovane e bella, ma chiamami Nina.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Suggerisco alle gioveni e belle di farsi fotografare nude? Forse, decidete voi.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ho notato che molti arrivano su questo sito anche usando l’ortografia spagnola “niña” anche perchè poi c’è lo stimolante aggettivo “desnuda”. Non credo che si lamentino troppo, in fondo la Nina è molto carina.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Molti mi vengono a trovare per che sono interessati nelle “Vespe” ed altri sulla “Fiat 500 Giardinetta.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Lo scultore Arturo di Modica, quello di cui parlo nel “Toro d’Arturo” è un altro che attira tantissime visite.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ci sono le storie che mi hanno fatto piangere, quella del nonno Ulisse, dell’ufficiale austriaco, forse anche perchè non le ho scritte io. Ho pianto per il maestro Guerri che ci ha lasciato, come Giovanni descrisse cosi bene, pochi momenti prima di poggiare il piede sul centesimo gradino. E noi che ci preparavamo per fargli festa invece siamo andati al cimitero per brindare sulla sua tomba.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E che posso dire della strega inglese? Quella senza capezzoli. Quel M’Arcordo&#8230; suscitò un vero scalpore e generò tanta corrispondenza che pensai giusto farci un’aggiunta. Intervenne anche un amico ginecologo con una lunga spiegazione anatomica del capezzolo invertito. E la tedesca dai capelli rossi che si era offerta a me come un agnello per essere immolata nel sublime sacrificio in una città del nord fredda e nebbiosa? Ed io, meschino, non addentai quel saporito ed appetibile cosciotto. Ed il memorabile incontro con Angelo Fausto a Londra? Quello della ciaccia fritta. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Tutti son ritornati in vita assieme a tanti altri attraverso il miracolo della memoria; i M’Arcordo&#8230;, almeno nell’illusione d’un fugace momento, me li ha fatti sentir vicini. Nel ricordarli ho risentito la voce del babbo e quella della mamma, i vecchi odori della cucina della Pieve Vecchia o quello di sigaro toscano stantio che permeava i muri della camera del nonno. Nello scrivere, con delle lunghe pause ad occhi chiusi, ho avuto forse l’illusione di sentire ancora una volta le labbra della Nina sulle mie, di riconoscere il sapore della sua bocca. Emozioni sfuggenti, inreali, ma sempre intense. E poi mi rattristo, si ci sono anche i momenti di malinconia, inevitabili. Metto in dubbio il signifacato di tutta questa piramide di carte che ho costruito, ed in ognuna una storia che mi voglio illudere di far rivivere da lontano nel tempo e nello spazio. É una prospettiva particolare, come se vedessi tutto con un canocchiale argirato e che si sta lentamente annebbiando.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> Mi sento come Luciano de Crescenzio che da qualche parte scrisse piú o mene queste parole, il significato della frase è chiaro:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“In questo momento della mia vita mi sento come quando da ragazzo scoprivo che ero arrivato all’ultima settimana delle vacanze, quelle che all’inizio avevo pensato non sarebbero mai finite.” </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma non ho parlato solo del passato, infatti, con l’aiuto d’amici son riuscito ad organizzare una “Marcia Garibaldina”. Alla fine di luglio del 2009, nel 160simo anniversario della Ritirata di Garibaldi (quella del 1849 da Roma a San Marino, per poi scendere a Cesenatico e perdersi nelle paludi di Comacchio) i magnifici sette e mezzo (Libero, Lapo, Marco, Cristina, Fausto Jane, Pascale, e la fedelissima e scodinzolante Diana nascosta dietro Libero, nella foto si è aggiunto Rinaldo col cappelluccio rosso) ripercorsero in tre giorni la via che va da Monterchi, Citerna, Pistrino, San Giustino fino a Bocca Trabaria. Per la prima volta nella mia vita ebbi l’emozione  d’entrare in una piazza a San Giustino e la banda, gli amici della Filarmonica Francesco Giabbaneli di Selci, </strong><strong>si è messa a suonare ed un gran folla ci aspettava. Si sono uniti a noi i Garibaldini della Fratta. </strong><strong>Appendemmo la corona alla lapide e poi ci fu un bel rinfresco offerto dai Belloni. Mia moglie Pascale non ha dubbi: Paolo è il vero eroe della marcia. Comparve l’ultima mattina, quando era ancora fresco, e si unì a noi dopo la casa cantoniera sopra Monte Giovi salendo verso Bocca Trabaria, ma non venne a mani vuote: rifocillò la truppa con un elegante vassoio di pasticcini deliziosi.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Debbo ringraziare Rinaldo, Corrado, Marcello e tanti altri per avermi aiutato a far diventare una realtà quello che era sempre stato un sogno. E un ringraziamento particolare lo mando ad Elio, il farmacista che venne da lontano per salutarci. Era stato proprio lui che m’aveva indirizzato come procedere nella fase iniziale dell’organizzazione.</strong></p>
<div id="attachment_3199" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/magnifici.jpg"><img class="size-medium wp-image-3199" title="magnifici" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/magnifici.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">i magnifici 7 e mezzo</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong><strong>Di certo l’aspetto piú positivo di questa mia esperienza è stato quello di ritrovare tanti vecchi amici ed anche farne di nuovi. Ho ritrovato Giovanni A.  Giovanni B. ed anche Giovanni D. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Ma quanti Giovanni conosci?” mi chiede Pascale, che non capisce mai di quale Giovanni stia parlando.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Si vede ch’era un nome di moda.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>I tre Giovanni mi hanno spronato ed aiutato.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Conoscenze lontane son diventate amicizie ed i loro consigli e contributi sono stati essenziali per andare avanti. Non posso enumerarli tutti senza correre il rischio di lasciare qualcuno/a fuori. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Però voglio menzionare l’Anna del Piazzone, Libero, Enrico, Francesca, Maria V. e Bernardo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Con il loro aiuto ho sempre trovato le risposte ai miei quesiti. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E per finire chiedo scusa per i miei errori, ci sono quelli di lingua, dopo piú di quarant’anni all’estero qualche volta mi confondo e mi può capitare di pensare in inglese per poi scrivere in italiano. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E dato che questa mia catartica esperienza di scrivano mi ha permesso anche di scaricarmi di dosso anche quello che non avevo mai detto a nessuno (esibizionismo?), vi faccio una confessione: sono dislessico, non grave, ma lo sono. Ero quello che non riusciva ad imparare quale fosse la destra o la sinistra, per non dire del farmi il laccio alle scarpe. Ed i miei frequenti errori d’ortografia ne sono la prova. Leggo e rileggo la stessa frase, la stessa parola e non li vedo, la mia mente vaga da un’altra parte.</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>I need a good editor!</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong>29 dicembre 2011</p>
<p style="text-align:left;">Marblehead, MA USA                                                                                         <em></em></p>
<p style="text-align:left;"><em>Fausto Braganti       </em></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="mailto:ftbraganti@verizon.net">ftbraganti@verizon.net</a></strong><strong></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Facebook: Fausto Braganti</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Skype:       Biturgus</strong></p>
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		<title>100 £  M&#8217;Arcordo&#8230; quando s’usavano le lire.</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 15:15:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[“Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andare&#8230;”               ecco quanto ci voleva per andare in America. Questo non sarebbe stato un viaggio in prima classe, cibo orribile e di certo dormendo in un letto a castello in fondo alla stiva puzzolente d’un vapore pieno di gente che non si lavava da giorni, se [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=3125&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>“Mamma mia dammi cento lire che in </strong><strong>America</strong><strong> voglio andare&#8230;”               ecco quanto ci voleva per andare in </strong><strong>America</strong><strong>. Questo non sarebbe stato un viaggio in prima classe, cibo orribile e di certo dormendo in un letto a castello in fondo alla stiva puzzolente d’un vapore pieno di gente che non si lavava da giorni, se non da settimane. Ma tutto é relativo: quella era una somma rilevante all’inizio </strong><strong>del</strong><strong> secolo scorso. Il nonno Barbino avrebbe detto 20 scudi (1 scudo = 5£), che sarebbero corrisposti a 20 dollari. A quei tempi s’era raggiunta una specie d’unità monetarie, certe monete d’argento e d’oro, essendo dello stesso peso e misura, erano intercambiabili fra diversi paesi. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Questo mi sembra l’inizio giusto per il mio centesimo M’Arcordo&#8230; ed é solo una coincidenza; infatti da tempo volevo scrivere sulle lire. In ogni modo non ho nessuna pretesa di raccontarne la storia e tanto meno impostare una mia teoria di politica monetaria. Se non ci hanno capito niente i grandi geni della finanza figuratevi io. Sono solo un po’ dei miei ricordi che hanno a che fare con i soldi, che non sono mai abbastanza.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Alla fine degli anni trenta fece furore una canzone dall’emblematico titolo “Se avessi mille lire al mese&#8230;”. Il nostro ottimista pretendente sperava di conquistare la sua bella con la promessa di guadagnare quella somma ed in tal modo assicurarsi la felicità. Non so se ce la fece, anche perché dopo pochi mesi con lo scoppio della guerra penso che le sue preoccupazioni furono bel altre.<a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/1-1000-lire-1942.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3126" title="1 1000 lire 1942" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/1-1000-lire-1942.jpg?w=300&#038;h=187" alt="" width="300" height="187" /></a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non so veramente quando fra le tante monete che circolavano in Italia nell’ottocento comparvero le lire, ma penso che fosse con Napoleone. Con l’Unità (1861) il nuovo regno savoiardo impose la lira a tutti, niente piú baiocchi, carlini, paoli, grane ecc. Così, forse per la prima volta dai tempi dell’impero romano, s’era raggiunto un sistema d’unità monetaria per tutta la penisola.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Moh v’arconto la storia </strong><strong>del</strong><strong> cappotto novo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Nel 1939 il Dott. M., babbo d’un amico mio ed alto funzionario in un qualche ministero a Roma, decise d’andare in Abissinia. Sarebbe stato uno dei responsabili prima della creazione e poi </strong><strong>del</strong><strong> curare l’efficienza della nuova amministrazione coloniale. Poteva rifiutare, ma quella era un’ottima occasione per far carriera e sopratutto guadagnare di piú, molto di piú. A parte lo stipendio che penso rimanesse piú o meno lo stesso, avrebbe avuto un compenso rilevante come indennità per lavorare in una sede disagiata ed Addis Abeba, capitale </strong><strong>del</strong><strong> nuovo creato impero, di certo lo era. Sarebbe stato un sacrificio anche per la giovane moglie lasciata a casa con un bambino piccolo. Era convinto che alla fine il suo sacrificio sarebbe stato ricompensato.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E così partì per l’Abissinia. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La nostra gloriosa avventura imperiale, che si era materializzata con la fondazione dell’AOI, durò poco. Nella primavera del 1941 le truppe inglesi entrarono in Addis Abeba, ed il Dott. M. anche se civile, fu fatto prigioniero e spedito in </strong><strong>India</strong><strong>. Ritornò in Italia solo alla fine </strong><strong>del</strong><strong> 1945. La moglie, che aveva sempre lavorato come insegnante, durante tutto il periodo dell’internamento aveva ricevuto regolarmente lo stipendio </strong><strong>del</strong><strong> marito ma non l’indennità, e lei aveva depositato ogni mese tutto l’ammontare in un libretto di risparmio. Non aveva toccato niente.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/2-bot-buonitesoro-rendimento.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3127" title="2 bot-buonitesoro-rendimento" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/2-bot-buonitesoro-rendimento.jpg?w=300&#038;h=203" alt="" width="300" height="203" /></a></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma perché vi racconto questa storia? Semplice. Per ricordare a quelli che non l’hanno mai vissuta cosa succede durante  una rapida svalutazione </strong><strong>del</strong><strong> valore </strong><strong>del</strong><strong> denaro. Diventa carta straccia. Alla fine con tutto quello che trovò nel libretto di risparmio, quasi cinque anni di lavoro, il Dott. M. si poté comprare un cappotto nuovo, ora ne avebbre avuto bisogno, non era piú in </strong><strong>India</strong><strong> o in Abissinia.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La stessa cosa successe alla mia famiglia e di certo a tante altre. I miei avevano sempre risparmiato, invece di comprare case o campi avevano messo i soldi in banca e da buoni cittadini avevano dimostrato il loro patriottismo e fiducia nel governo comprando buoni </strong><strong>del</strong><strong> tesoro, sia quelli ai tempi della campagna d’Abissinia, sia quelli per la Seconda Guerra mondiale. Con la sconfitta e la penisola occupata, tutto si polverizzò in pochi mesi, come diceva il babbo. E un giorno mi regalò i buoni </strong><strong>del</strong><strong> tesoro. Erano grandi e belli. Attacati c’erano dei fogli con delle cedole, che ogni sei mesi, ma forse era un anno (?), tagliavo con le forbici, poi le portavo in banca e questi mi davano i soldi degli interessi accumali. Ed io mi ci pagavo il biglietto per andare al cinema, quello dei preti che costava meno. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Ecco cosa vuol dire perdere la guerra!” commentò un giorno il babbo, ma poi, riferendosi a tempi piú lontani, “Ma poi alla fine si perde sempre anche quando si vince, forse si perdo solo di meno.” A quei tempi questa frase mi pareva sibillina. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quando le truppe alleate arrivarano al Borgo alla fine d’agosto del ’44 in tasca avevano i loro soldi, le AM lire (Allied Military Currancy), ancora fresche di stampa. Penso che siano queste le prime banconete di cui abbia memoria.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>M’arcordo che un giorno eravamo in una casa d’amici in via San Nicolò (Adriano e Bruna Canosci) e venne qualcuno ed annunciò: </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Gli inglesi buttano i soldi dalla finestra!”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/3-10_am_lire_1943a.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3128" title="3 10_AM_Lire_1943a" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/3-10_am_lire_1943a.jpg?w=300&#038;h=262" alt="" width="300" height="262" /></a></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Uscimmo ed infatti c’erano dei militari alle finestre del Circolo delle Stanze che gettavano delle banconote ad una folla di ragazzi che s’erano ardunati nella strada. Questi correvano e si azzufavano per arraffarsi i soldi piovuti dal cielo. I soldati alla finestra, forse erano anche ubriachi ridevano e sghignazzavano e si divertivano con solo poche lire. Arpensandoci di certo fu uno spettacolo umilliante, da paese di pezzenti sconfitti.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>In fondo ancora una </strong><strong>volta</strong><strong> s’erano confermate le possimistiche visioni dell’Avv. Nomi, che andava sempre in giro con il borsone pieno dei suoi libri, promettendo la soluzione a tutti i guai dell’economia con l’adozione della sua invenzione: la “raz-moneta”. Questa sua idea fissa non ebbe seguito.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Con la svalutazione di quei tempi tutte le monete anteguerra avevano perso il loro valore, divennero, come i soldi </strong><strong>del</strong><strong> “Monopoli”, un mezzo per giocare. Per alcuni anni, almeno fino al ’48 –’49, noi ragazzi si girava ancora con le tasche pieni di ventini e mezze-lire. Mi piaceva quella donna nuda che volava nel cielo. <a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/4-venti-centesimi.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3129" title="4 venti centesimi" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/4-venti-centesimi.jpg?w=450" alt=""   /></a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Una consequenza di questa svalutazione fu il numero degli zeri che continuavano ad aumentare. Il sor Pampurio (quello arcicontento) che prima della guerra veniva premiato con £1,000 adesso prendeva un £1,000,000.  Anche se ogni tanto se ne parlava, nessuno ebbe il coraggio di riformare la denominazione e si, ci siam portati questi numeroni fino al 2001, assurdo! Io, anche se abitavo negli Stati Uniti, lavorando all’Alitalia, facevo il mio budget in ITL e così erano in ITL tutti i tabulati che ricevevo da Roma. Un incubo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Lavorando nel mondo </strong><strong>del</strong><strong> turismo spesso i viaggiatori che ritornavano dall’Italia si lamentavano. Quante volte mi son sentito dire: “Ma perché non cambiate la lira? Volete avere l’illusione d’esser milionari?” </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Anche i francesi dopo la guerra avevano avuto il problema dei grandi numeri senza valore, ma già nel 1961 decisero di togliere due zeri ed un giorno fr.100 divennero fr.1.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quando ero un cittino le mie esigenze economiche erano molto limitate, dieci lire per andare da Gerasmo a prendere un gelato nel cono più piccolo, oppure un giornalino, uno di quelli tascabili, Gordon Flash costava troppo. Al cine mi ci portava la mi’ mamma ed allora i soldi non li vedevo, pagava lei. Poi arrivarono le collezioni di figurine ed allora i miei bisogni aumentarono, ero sempre in giro implorando genitori e parenti vari per farmi dare dieci lire così potevo correre dalla Sora Cecca a comprare una bustina di figurine. Che emozione aprirla e scoprire che erano tutte quelle che mi mancavano. Se c’erano i doppioni mi consolavo con la speranza che li avrei potuti scambiare. Dieci lire di felicità. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Infine arrivarono le monetine leggere della nuova repubblica di bassa denominazione che sembravano di latta; ancora circolavano le 50£ e 100£ cartacee. E le 10,000 erano grandissime, forse volevano con la loro estenzione signifacare l’immenso valore che avevano. Non stavano in nessun portafoglio a meno che non fossero ripiegate in quattro e ed eran spesso chiamate “lenzuolo”.   <a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/5-lire_10000_dante_alighieri-1948-b.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3130" title="5 Lire_10000_(Dante_Alighieri).1948 b" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/5-lire_10000_dante_alighieri-1948-b.jpg?w=300&#038;h=152" alt="" width="300" height="152" /></a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non m’arcordo quando arrivaro le £50 e le £100 di metallo, ma queste erano pesanti. Infine (1958?) comparvero le £500 d’argento. M’arcordo i commenti positivi </strong><strong>del</strong><strong> babbo ed anche della zio Nello Ciuchi che consideravano questo un evento storico, incoraggiante: se lo stato si poteva permettere il lusso di coniare delle monete d’argento era un buon segno: l’economia andava bene. Anche questo era una prova </strong><strong>del</strong><strong> miracolo economico. Fu una moneta memorabile anche nella mia storia personale, £500 di sfuggevole e squallida felicità.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/6-500-lire-960fr.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3131" title="6 - 500 lire 960fr" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/6-500-lire-960fr.jpg?w=300&#038;h=150" alt="" width="300" height="150" /></a></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quando andai vivere negli Stati Uniti (1970) mi resi conto che le monete o le banconote non erano cambiate molto negli ultimi cento anni. Si, il dollaro d’argento era sparito da tempo, ma per il resto il colore ed i disegni eran sempre gli stessi. Al contrario  quando tornavo in Italia mi sembrava che le banconote e le monete eran </strong><strong>sempre differenti. Siemo un popolo di fantasiosi. Durante uno di questi viaggi vidi per la prima </strong><strong>volta</strong><strong> le mille lire con Giuseppe Verdi.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Fu proprio quest’immagine che ispirò qualcuno ad appiopparmi un soprannome. Io, che non ne avevo mai avuto uno almeno che io sapessi, per la prima </strong><strong>volta</strong><strong> me n’artrovai uno a </strong><strong>Boston</strong><strong>. Forse fu un agente di viaggio italiano del North End o forse un collega dell’Alitalia, non l’ho mai saputo, che venne fuori con l’idea di chiamarmi “Millelire”. A dir la verità l’idea d’esser paragonato a Verdi non mi dispiacque. Ma poi non durò molto, anche perchè cambiarono la banconota.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/7-giuseppe_verdi-1973.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3132" title="7 Giuseppe_Verdi 1973" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/7-giuseppe_verdi-1973.jpg?w=450" alt=""   /></a></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Un’altra </strong><strong>volta</strong><strong> arrivando in Italia (forse 1976) ebbi un’altra sorpresa monetaria. Forse in un caffé o in qualche ristorante mi diedero per resto un assegno da cento lire.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Ma cos’è questo?” fu la mia pronta domanda.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Lo vede, é un miniassegno da cento lire, ci dispiace ma spiccioli non ne abbiamo.” Ecco, avevo imparato una nuova parola: miniassegno. Allora scoprii che negli ultimi mesi l’Italia era stata invasa, tappezzata, dai miniassegni. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Poi mi raccontarono una varietà di storie fantasiose per dare una spiegazione della scomparsa delle monete da cinquanta e da cento lire. Una delle piú belle era quella che i giapponesi venivano in Italia per farne l’incetta e poi le usavano per farci le casse degli orologi. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>In generale erano le banche quelle che facevano stampare gli assegni in vari tagli, ed i piú comuni erano quello da cinquanta e cento lire. Un Borghese esperto in materia, Elio Mezzabotta, che ha raccolto un gran numero di questi assegni, mi ha detto che ci sono state anche delle emissioni con dei tagli stravaganti, per esempio come un miniassegno da £350. Queste erano speculazioni create per allettare il mercato dei collezionisti. Spesso c’erano anche dei commercianti, e ce ne sono stati alcuni anche al Borgo, che emettevano i loro assegni. Inutile dire che in circolazione comparvero molti falsi. Poi com’erano arrivati all’impovviso altrettanto rapidamente sparirono.<a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/8-ital25mini-assegniset.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3133" title="8 ITAL25MINI-ASSEGNISET" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/12/8-ital25mini-assegniset.jpg?w=231&#038;h=300" alt="" width="231" height="300" /></a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Poi  finalmente si cominciò a parlare di euro, almeno non ci sarebbero stati piú tutti quegli zero, ed avremmo potuto viaggiare per mezza Europa senza cambiar soldi. Ancora non si pensava all’inflazione.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>I primi euro li vidi a </strong><strong>Cuba</strong><strong>, dove mi trovavo con Tanya durante le vacanze di Natale </strong><strong>del</strong><strong> 2001. Incontrai un turista italiano che poco prima di partire aveva prelevato in banca un sacchetto con tutti le taglie della nuova moneta. L’euro sarebbe entrato in circolazione dopo una settimana, con l’anno nuovo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>A febbraio di quell’anno quando andai in Italia, vidi che gli euro erano circolazione ovunque, ma poi scopri che lire erano ancora indispensabili, almeno nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. Ero andato per vedere i dipinti di Caravaggio ed in particolare “La Vocazione di San Matteo”. Sorpresa: la macchina infernale mangiasoldi dove si inseriscone monete affinchè si accenda la luce ancora ingoiava solo monete da cento lire ed io non ne avevo e come nessuno degli altri turisti. La cappella Contarelli era praticamente al buio. L’ultima speranza: avevo visto entrando una mendicante seduta per terra fuori della porta della chiesa. Andai da lei e le offrii un euro per le 6 o 7 monete da cento lire che aveva nella ciotola. Dire che fosse sorpresa è dir poco, era diventata una cambiavaluta e quello era stato il migliore affare della sua vita,</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Che pazzi questi turisti!” avrà pensato e chissà cosa avrà raccontato a sera quando sarà ritornata alla sua baracca. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Io dall’altra parte ritornai in chiesa e generosamente illuminai tutta la gloria di Caravaggio, per pochi minuti fui l’eroe who saved the day! </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Grazie 100 lire!</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>PS: per coloro che sono in vena musicale ecco Gigliola Cinquetti che canta         “Mamma mia dammi cento lire&#8230;”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=mh2hfU5rl24&amp;feature=related">http://www.youtube.com/watch?v=mh2hfU5rl24&amp;feature=related</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong><strong>e Gilberto Mazzi (1939) </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Se avessi mille lire al mese&#8230;”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=amK4GBT7DGA">http://www.youtube.com/watch?v=amK4GBT7DGA</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong><strong>Marblehead, 7 dicembre 2011</strong></p>
<p style="text-align:left;"> </p>
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		<title>98b M’Arcordo&#8230; la fine del viaggio (estate del ’64), era l’ora!</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 13:46:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[I romani arrivarono puntuali ed io salii a bordo d’una Fiat 1100 nuovissima. Sistemato nel sedile di dietro tutto per me di certo stavo piú comodo che a cavallo della Lambretta. Quello fu l’inizio d’un comodo passaggio, e molto piú lungo di quello che potevo immaginare in quel momento, ancora pensavo d’andare solo d’Amburgo a [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=3100&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>I romani arrivarono puntuali ed io salii a bordo d’una Fiat 1100 nuovissima. Sistemato nel sedile di dietro tutto per me di certo stavo piú comodo che a cavallo della Lambretta. Quello fu l’inizio d’un comodo passaggio, e molto piú lungo di quello che potevo immaginare in quel momento, ancora pensavo d’andare solo d’Amburgo a Copenhagen, ma non anticipiamo i tempi.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non m’arcordo molto del viaggio verso nord. Traversammo un gran ponte per arrivare a Puttgarden dove avremmo preso il traghetto per la Danimarca.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Nel mio mondo di viaggiatori, e credo che succeda anche oggi, c’erano spesso delle voci piú o meno attendibili che si spargevano velocemente, oggi si chiamerbbero “urban legend”. Per esempio fra gli autostoppisti italiani c’era quella che non era una buon’idea fermarsi all’ostello di Monaco di Baviera: si diceva che un italiano avesse messo incinta la figlia del direttore, e questo odiava tutti gli italiani ed avrebbe fatto il possibile per rendere la loro permanenza miserabile. Ma poi questa storia sarà stata vera? Chi lo sa! In ogni modo io a Monaco non ci andai. Un’altra era quella di non fare l’autostop in Francia: nessuno t’avrebbe dato un passaggio. Ce n’era un’altra che suggeriva di non mangiare il giorno prima di imbarcarsi su quel ferry, infatti a bordo ci saremmo potuti abbuffare in un incredibile buffet, ed il tutto ad un prezzo che anche un povero autostoppista si sarebbe potuto permettere. Avremmo mangiato abbastanza per esser satisfatti per tre giorni. Importante era prendere la nave giusta, ovvero quella dell’ora di pranzo. Forse fu solo una coincidenza e poco prima di mezzogiorno salimmo </strong><strong>a bordo del Theodore Heuss. Cari amici, mica crederete che m’arcordavo del nome della nave? L’ho ritrovato scritto nel dietro della fotografia assieme alla data: 17 luglio 1964. Io con il maglione rosso, uno dei tanti fatti dalla mamma, sono assieme ai due romani (il primo e il terzo da sinistra), gli altri due sono catanesi che viaggiavano in 500, incontrati sulla nave. Anche loro, attratti dal mito dalla vichinga, avevano come obbiettivo finale Stoccoma. Ho dimenticato i nomi di tutti.</strong></p>
<div id="attachment_3102" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/1964-07-17-a-bordotheodore-heuss-small1.jpg"><img class="size-medium wp-image-3102" title="1964-07-17 a bordoTheodore Heuss small" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/1964-07-17-a-bordotheodore-heuss-small1.jpg?w=300&#038;h=214" alt="" width="300" height="214" /></a><p class="wp-caption-text">1964-07-17 a bordo del Theodore Heuss</p></div>
<p style="text-align:left;"> </p>
<p style="text-align:left;"><strong>A proposito del buffet nella nave: tutto quello che si diceva era vero, la quantità e la varietà del cibo era grandissima, il tutto ad un buon prezzo. Purtroppo non sono mai stato un grande appassionato d’aringhe, non credevo ce ne potessere essere di così tipi; in compenso me la feci con il salmone affumicato ed altre delizie.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non ho gran ricordi del resto del viaggio, mi sembra che nel pomeriggio arrivammo a Copenhagen ed i miei amici mi lasciarono in centro, dalle parti del parco Tivoli. Ci fu un addio, ognuno sarebbe andato per la propria strada. Con un tram raggiunsi l’ostello. Questo era un bell’edificio nuovo e pulitissimo ai margine d’un gran prato all’inglese, con tanto di laghetto davanti, idilliaco, forse c’erano anche i cigni. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>M’acordai anche che prima di partire avevo lasciato ai miei l’indirizzo di quest’ostello, così chiesi se c’era posta per me. Immaginate la mia sorpresa quando dopo aver cercato in gran cassetto mi diedero una lettera. Riconobbi subito la calligrafia del babbo. M’aveva scritto! Fu un momento emozionante, forse oggi, nei tempi della posta elettronica, dei telefonini, di Skype, sembrerebbe del tutto incompresibile. Allora si comunicava ancora scrivendoci lettere; una telefonata internazionale, anche se possibile, nella realtà d’uno studente che viaggiava era impensabile. Quello fu per me un momento commovente: essere a Copenhagen e leggere una lettera dei miei, credo mi vennero le lacrime agli occhi.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quando ero partito dal Borgo avevo programmato che Copenhagen sarebbe stata la mia destinazione finale e là avrei incontrato la bella Kirsten dai capelli biondi, ma dopo la rivelazione del romano a Colonia che aveva il mio stesso obbiettivo, il mio interesse d’incontrarla s’era affievolito. Infatti quella sera all’ostello non sapevo cosa fare, le avrei telefonato o no? Alla fine chiesi in inglese ad un studente danese di fare la telefonata per me, e lui la fece. La conversazione non fu lunga, ed dopo aver riattaccato si rivolse a me e con un tono compassionevole mi informò che Kirsten non c’era, e che in quei giorni si trovava in vacanza a Parigi e che sarebbe ritornata dopo tre settimane. Ecco, in quel momento pensai che questa era la conferma del suo comportamento, aveva invitato chissà quanti italiani arrapati a Copenhagen e poi era partita per la Francia. Dopo tutto non credo che mi dispiacque. Di certo avrò pensato alla faccia del romano quando scopri della fuga della sua “ragazza”, e questo di certo mi fece sorridere.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non ho grandi memoria di quei giorni alla scoperta della città eccetto che andai a vedere la famosa statua della Sirenetta ed una sera faci il giro dei bar di Nyhan a quei tempi frequetato sopratutto dai marinai. Per un breve momento ebbi l’illusione d’aver fatto la conquista d’una danese, ma dopo un promettente ballo stretto stretto e strofinato, pochi baci appassionati, comparve una sua amica e lei se ne andò senza neanche salutarmi. Questi sono gli incerti del mestiere del conquistatore inesperto e sopratutto senza soldi, non le avevo offerto neanche una birra.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>L’ultimo giorno, avevo programmato di iniziare all’indomani il mio viaggio di ritorno, proprio davanti all’ingresso del Tivoli, incontrai di nuovo i due romani, quelli che m’avevano dato il passaggio. Furono cordialissimi e mi dissero.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Domani partiamo per Stoccolma, perchè non vieni con noi?”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non dovettero insistere molto ed accettai subito l’invito, sapevo anche che facevo loro comodo: il mio inglese, anche se approssimato, era di gran lunga migliore del loro.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E così il giorno dopo invece d’andare a sud presi la direzzione opposta. Prendemmo un altro traghetto e dopo aver visto in lontananza il castello d’Amleto sbarcai in Svezia, dove ancora si guidava a sinistra. M’arcordo benissimo l’infinità di segnaletica cautelativa per gli autisti che sortivano dalla nave che si dovevano incanalare dal lato opposto della strada. Chi é stato in Inghilterra in macchina sa di certo cosa vuol dire sbarcare a Dover.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La prima impressione, e poi fu quella che durò per giorni, fu che era un paese con poca gente e coperto da una gran foresta senza fine, intercalata da laghi e laghetti. Ecco forse il perchè gli svedesi era famosi per far fiammiferi! Avevo sentito dire che il Pagelli partiva dal Borgo per andare a cercar funghi proprio in quei boschi e che in poche ore riempiva il camioncino. Ma sarà vero? </strong></p>
<div id="attachment_3104" class="wp-caption alignright" style="width: 167px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/topless1.jpg"><img class="size-medium wp-image-3104" title="topless" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/topless1.jpg?w=157&#038;h=300" alt="" width="157" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">1964 topless in California</p></div>
<p style="text-align:left;"> </p>
<p style="text-align:left;"><strong>Di quel viaggio per raggiungere Stoccolma non ho gran memorie eccetto che per un fatto, diciamo di cronaca. A sera ci fermammo a cena in un ristorante d’un piccolo paese e proprio all’ingresso c’era uno scaffale con tanti giornali e riviste e sembrava che quasi tutti avessero in prima pagina la stessa immagine: una ragazza con un costume da bagno dalle bretelle sottili. Che bello, s’eran dimenticati di fare il reggiseno. Dopo un po di ricerche e l’aiuto di qualcuno che ci fece da interprete scoprimmo che c’era stato una grande evoluzione nei costumi da bagno: avevano inventato il monkini, ovvero il topless. In fondo era in parte castigato, le bretelle eran utili per non farlo calare e mostrare l’ombelico. Le nostre speranze che quella fosse una novità svedese si volatizzarono subito, dicevano che la nuova moda stava facendo furore in California. Eravamo arrivati nel posto sbagliato. Grazie all’internet non mi è stato dificile ritrovare la foto in questione, non ho dubbi, questa é l’immagine della ragazza vista quella sera. Nella toilette di quello stesso ristorante per la prima volta vidi un distributore di preservativi, ed in un momento d’ottimismo ne comprai uno. Per i piú giovani voglio aggiungere che in quegli anni in Italia non era permessa la pubblicità degli antifecondativi. Prima d’andare in una farmacia per comprarne si controllava chi fosse dientro il banco e se c’era una donna non s’entrava. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Passai i giorni seguenti alla scoperta di Stoccolma, qualche volta coi romani ed altre girovagando da solo.  Non ci furono grandi avventure: il tempo era bello e sembrava che il sole non tramontasse mai. S’entrava in un locale verso le undici e c’era ancora un po’ di luce, s’usciva verso le tre e c’era già il sole. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Visitai il veliero Vasa che avevano ripescato da poco dal fondo del porto. Quella era una gran nave del seicento che s’era rovesciata ed affondata proprio il giorno del varo. Non credo che il re fosse contento, quella sarebbe dovuto essere l’ammiraglia della sua flotta.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Regalskeppet_Vasa">http://it.wikipedia.org/wiki/Regalskeppet_Vasa</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Una sera andammo a ballare nel gran parco di Skansen, e per uno come me che veniva da lontano quella fu davvero un’esperienza. Viaggiando s’impara. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La gran pista da ballo era all’aperto al limite del bosco da un lato ed il mare dall’altra, coperta solo da una gran tettoia e circondata da una staccionata. Ci si poteva accedere solo attraverso un ingresso ben guardato da un signore tutto impettito con una gran livrea gallonata ed un cappello da generale. L’orchestra era nel palco e prima di suonare innalzavano un cartello indicando quale sarebbe stata la prossima danza: waltzer, fox trot, tango e cosi via. La prima sorpresa fu quando si misero a suonare  “Non ho l’età”. La Cinguetti era arrivata fino a Skansen. Quella era l’estate in cui con questa canzone aveva vinto l’Eurofestival (si chiamava così?)</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>                   <a href="http://www.youtube.com/watch?v=PtbW7zYmYfM&amp;feature=list_related&amp;playnext=1&amp;list=AVGxdCwVVULXfuAhauMY6pF1iWYZZ9BaF5">http://www.youtube.com/watch?v=PtbW7zYmYfM&amp;feature=list_related&amp;playnext=1&amp;list=AVGxdCwVVULXfuAhauMY6pF1iWYZZ9BaF5</a>          </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>       Già lungo quel viaggio mi era spesso capitato che quando qualcuno aveva scoperto ch’ero italiano subito intonava “Non ho l’età, non ho l’età per amarti&#8230;” quasi sempre storpiando l’italiano. Ecco l’alba dell’Unione Europea sulle note d’una canzone.<strong></strong></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Rimasi un po’ ad osservare, di certo il rituale era molto diverso da quello del Pozzo di Piero o del Sombrero al Borgo. Notai subito che gli uomini eran tutti allineati da una parte e le donne dall’altra e sembravano studiarsi reciprocamente,  appena veniva inalzato il cartello con la prossima danza ogni uomo si dirigeva per scegliere la dama e mettendosi in attenti come un militare leggermente abbassado la testa porgeva la mano e lei rispondeva offrendogli la sua facendo una piccola riverenza di ringraziamento per poi prendere il cavaliere sottobraccio. Si formava così una fila di coppie che s’avviavano all’ingresso. Allora capii cosa ci stava a fare quel guardiano: controllava che il biglietto d’ingresso fosse depositato in una cassetta, si doveva pagare per ogni ballo. Mi girai intorno e vidi un casottino dove vendevano i biglietti. Il prezzo era irrisorio, per pochi centesimi si poteva acquistare un gettone, m’arcordo che assomigliava un po’ a quello del telefono. Ne comprai alcuni e durante l’intervallo successivo ebbi modo di studiare la situazione: dovevo scegliere la mia donna ed erano tutte là, in fila e non avevo mai visto così tante belle, bionde dai capelli lunghi e lisci. Corsi velocemonte a chiedere il ballo a quella che pareva la piú carina per la mia altezza, considerando che erano in molte quelle piú alte di me. Lei mi sorrise, fece il suo doveroso inchino, mi prese sotto braccio e ci mettemmo in fila per entrare in pista. L’orchestrina si mise a suonare un ballo lento, che fortuna! Mi trovai una svedese bionda fra le braccia. Cercai di dirle qualcosa in inglese, ma capii subito che non capiva nulla. Non mi rimase altro da fare che stringerla ed ebbi subito la sensansazione che contracambiava stringendomi. Le serrisi e le mi sorrise! </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Qui s’arcatta!”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Il ballo finì e la mia dama mi prese sottobraccio e seguendo l’esempio degli altri l’arcompagnai nel posto dove l’avevo presa, dal lato delle donne. Mi sorrise, mi fece ancora un inchino ed io me ne andai dalla mia parte. Venne innalzato il cartello per danza successiva ed io pensai che sarebbe stata una buon’idea invitare la stessa ragazza, ecco come mi sarei comportato al Sombrero se una ci stava. La ragazza mi sembrò sorpresa e dopo un momento d’incertezza mi prese sotto braccio e si ritornò in pista. Cercai ancora di stringerla, e capii subito che a ‘sto giro voleva mantenere le distanze. Le sorrisi ed il suo volto rimase impassibile. Ma cosa avevo fatto? Finita la danza non mi prese sottobraccio e si allontanò da sola. Non riuscivo a capire cosa fosse andato storto. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Poi, e non mi ricordo chi fu, qualcuno mi disse che in quel tipo di balera la gente va solo per ballare, e si deve ballare con tutte, belle e brutte, non si chiede un ballo per la seconda volta a nessuna. Per far questo sarei dovuto andare in un night, ma quello era un lusso che non mi potevo permettere.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Dato che gira e rigira i turisti vanno sempre negli stessi luoghi incontrammo i due siciliani conosciuti nel traghetto, ed alla fine si decise di partire tutti assieme. Loro avevano fatto un gran rifornimento di riviste fotografiche piene di ragazze nude, nude per davvero. A quei tempi neanche Playboy, ancora proibito in Italia, osava mostrare il nudo integrale.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ci fermammo per un paio di giorni di nuovo a Copenhagen. E fu proprio davanti al Tivoli fu che io ed uno dei siciliani rimorchiammo due finlandesi e le invitammo ad andare a fare un giro in macchina. Essere in due nel dietro d’una 500 offrì subito tutti i vantaggi d’un incontro ravvicinato. Trovammo un parco dove delle grandi siepi offrivano una parvensa di privacy. Casa successe? Non m’acordo molto. Che strano: tutto quello che mi successo nella pista da ballo di Stoccolama mi é cosi chiaro mentre quello che successe fra me e Pia é confuso. </strong> </p>
<div id="attachment_3105" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/1964-07-24-copenhagen-fausro-pia-paivi-small.jpg"><img class="size-medium wp-image-3105" title="1964-07-24 Copenhagen Fausro &amp; Pia Paivi small" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/1964-07-24-copenhagen-fausro-pia-paivi-small.jpg?w=300&#038;h=289" alt="" width="300" height="289" /></a><p class="wp-caption-text">1964-07 Fausto e Pia davanti a Tivoli, Copenhagen</p></div>
<p style="text-align:left;"> </p>
<p style="text-align:left;"><strong>Dopo tant’anni, un altro miracolo di Facebook, Pia mi ha ritrovato, adesso abita in Australia. Da quello che lei mi ha scritto sembra proprio che quel pomeriggio nel parco fu “memorabile e indimenticabile”, almeno dice lei.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Per tornare in Italia da Copenhagen la prendemmo per le lunghe, infatti sbarcati in Germani uno dei romani propose d’andare a Parigi, e questa sarebbe stata per me la mia prima volta. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma questo l’ho già arcontato in un altro M’Arcordo&#8230;</strong><strong></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://biturgus.wordpress.com/74-jem%e2%80%99rapelle-la-premier-fois-que-j%e2%80%99ai-avais-vue-paris/">http://biturgus.wordpress.com/74-jem%e2%80%99rapelle-la-premier-fois-que-j%e2%80%99ai-avais-vue-paris/</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Concludo arcordando la notte che rientrammo in Italia, si veniva da Ginevra e per scalare le Alpi facemmo il Piccolo San Bernardo, ancora non c’era il tunnel del Monte Bianco. Il ricordo dello splendore del sorgere della luna piena, che illuminava con la sua luce bianca le montagne dalla cima del passo, é rimasto indelebile come uno dei momenti magici della mia vita.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong><strong>PS: poi, dopo tant’anni, c’é stata una “svedese” nella mia vita; non era bionda, aveva i capelli rossi. Non é stata una storia semplice, e forse proprio per questo penso che sia meglio che questa non l’arconti.</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;">30 nov. 2011, Marblehead, MA USA                                                                                        </p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="mailto:ftbraganti@verizon.net">ftbraganti@verizon.net</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Facebook: Fausto Braganti</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Skype:       Biturgus (de rado)</strong></p>
<p style="text-align:left;"> </p>
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		<item>
		<title>99 M’Arcordo&#8230; il nonno Ulisse e l’ufficiale austriaco.</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 00:36:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[Non credo che il nonno Ulisse abbia mai incontrato l&#8217;ufficiale austriaco, magari era uno di quelli col monocolo. Forse si sono sparati addosso. Tre anni fa pubblicai, in occasione del 4 novembre un M&#8217;Arcordo&#8230; che non era il mio, ed era il 25simo http://biturgus.wordpress.com/25a-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6il-nonno-ulisse-di-giovanni-acquisti/ il nonno Ulisse Giovanni Acquisti ci aveva raccontato la storia del [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=3078&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>Non credo che il nonno Ulisse abbia mai incontrato l&#8217;ufficiale austriaco, magari era uno di quelli col monocolo. Forse si sono sparati addosso. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Tre anni fa pubblicai, in occasione del 4 novembre un M&#8217;Arcordo&#8230; che non era il mio, ed era il 25simo</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><em><a href="http://biturgus.wordpress.com/25a-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6il-nonno-ulisse-di-giovanni-acquisti/">http://biturgus.wordpress.com/25a-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6il-nonno-ulisse-di-giovanni-acquisti/</a></em></strong></p>
<div class="mceTemp" style="text-align:left;">
<dl class="wp-caption alignleft">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/nonno-ulisse-small-small.jpg"><img class="size-medium wp-image-3079" title="nonno Ulisse small small" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/nonno-ulisse-small-small.jpg?w=197&#038;h=300" alt="" width="197" height="300" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">il nonno Ulisse</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align:left;"><strong>Giovanni Acquisti ci aveva raccontato la storia del nonno Ulisse Donnini, nonno dell&#8217;Aidi e d&#8217;Attilio, morto pochi giorni prima che la guerra finisse. Ed era una storia che appartiene a noi tutti. E proprio oggi voglio ricordare Ulisse ed anche sua moglie Evelina che invano l&#8217;aveva atteso; il suo letto sarebbe rimasto vuoto per sempre. Dove sono andati a finire i sogni ed i desideri dei due cosi tragicamente separati?</strong> </p>
<p style="text-align:left;"><strong>Son passati 93 anni dalla fine della Grande Guerra, come la chiamavano i nostri nonni, per loro non era ancora diventata La Prima&#8230; loro avevano sperato che quella sarebbe stata l’ultima. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Il maestro Guerri era diventato orfano di guerra a cinque anni. La nave diretta in Albania (credo) dove si trovava il padre finì in fondo all’Adriatico dopo esser stata colpita da un siluro austriaco. Il maestro come al solito aveva le sue idee e per lui quella era stata la Quarta Guerra d’Indipendenza. </strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Questa volta voglio arcordare anche il nemico, uno di quelli che stavano accuciati nell’opposta trincea, ovvero quell’ufficiale dell’esercito austro-ungarico di cui a suo tempo pubblicai degli stralci del suo diario, in un altro M’Arcordo&#8230; il 26simo. Anche lui come Ulisse non vide la fine della guerra.</strong><strong><em></em></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><em>http://biturgus.wordpress.com/2008/11/09/26-m’arcordo……-del-diario-dell’ufficiale-austriaco/</em></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Di lui non ho nessuna immagine, e non so neanche come si chiamasse, ma in fondo mi sembra d’averlo conosciuto o meglio: avrei voluto incontrarlo, magari in un caffè a Venezia o a Parigi. Son certo che avremmo avuto molta da dirci. Oggi mi debbo accontatare di conoscere, od almeno immaginare la donna dei suoi sogni, Madame Récamier, per lui l’incarnazione dell’eterno femminino. </strong></p>
<div class="mceTemp" style="text-align:left;">
<dl class="wp-caption alignleft">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/mecamier-small.jpg"><img class="size-medium wp-image-3080" title="Mecamier small" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/11/mecamier-small.jpg?w=212&#038;h=300" alt="" width="212" height="300" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Juliette Récamier by Gerard 1805</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align:left;"><strong>Juliette Récamier, vissuta a Parigi ai tempi di Napoleone, doveva esser una donna bellissima, il pittore David la ritrasse reclina in un divano ed il quadro si trova al Louvre. Era questo questo quello che l’ufficiale aveva visto? </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Un paio d’anni fa, durante una mia visita al Museo Carnevalet, sempre a Parigi, ho scoperto un altro suo ritratto, del 1805. Questo é l’opera d’un pittore meno conosciuto, François-Pascal-Simon Gérard. Appare sempre bellissima nel suo vestito leggero stile impero.  Il suo semplice e solare splendore di donna la rende personificazione ideale del Romanticismo. Mi son fermato ad ammirarla a lungo ed ho pensato all’ufficiale: ero certo che molto tempo prima anche lui era stato proprio lì, in quella sala, ad ammirare la donna che avrebbe vissuto nei suoi segni. Mi son sentito vicino a lui, e poi mi son rattristito, rattristito tanto. Forse prima di morire sull’aride colline del Carso ha pensato a lei, e come uomo senza fede non aveva avuto neanche la speranza, o sarebbe meglio dire illusione, di incontrarla nell’aldilà.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Fausto Braganti</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Marblehead 4 novembre 2011</strong></p>
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	</item>
		<item>
		<title>98a M’Arcordo&#8230; il resto del viaggio (estate del ’64),</title>
		<link>http://biturgus.wordpress.com/2011/06/30/98a-m%e2%80%99arcordo-il-resto-del-viaggio-estate-del-%e2%80%9964/</link>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 16:07:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[ovvero il mito della vichinga e, tanto ci siamo, la  battaglia di Monte Cassino Anche se ancora non lo sapevo in quel viaggio non feci più l’autostop, ma di kilometri ne feci tanti lo stesso, e tanti più del previsto. Come ho già arcontato all’ostello di Colonia avevo incontrato un romano, poi rimasto senza nome nella [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=3061&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>ovvero il mito della vichinga e, tanto ci siamo, la  </strong><strong>battaglia di Monte Cassino</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Anche se ancora non lo sapevo in quel viaggio non feci più l’autostop, ma di kilometri ne feci tanti lo stesso, e tanti più del previsto. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Come ho già arcontato all’ostello di Colonia avevo incontrato un romano, poi rimasto senza nome nella mia memoria; assieme avevamo lavorato al porto fluviale sul Reno. Mi convinse a continuare il viaggio con lui anche se per qualche ragione sconosciuta non m’era simpatico, lui aveva il vantaggio d’avere una Lambretta. Io avrei pagato per la metà della benzina, o meglio della miscela. A questo proposito debbo precisare che, anche se non ce l’avevo più, io nel cuore ero rimasto un fedele vespista. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma forse una ragione della mia antipatia c’era ed era anche semplice, in me c’era un certo risentimento, forse addirittura gelosia, ed ecco la spiegazione:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Una domanda rituale, forse la prima, fra due autostoppisti è:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Dove vai?” seguita poi da: “Da dove vieni?”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E lui mi rispose:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“A Copenhagen. Vado a trovare la mia ragazza.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma che coincidenza, anch’io andavo a Copenhagen per incontrare una ragazza, anche se non potevo dire che fosse la mia, almeno speravo che lo sarebbe diventata. Quando gli chiesi dove l’aveva conosciuta, mi risposa che ancora non l’aveva mai incontrata di persona, fra di loro c’era atata solo uno scambio di lettere. Ma che coincidenza, anche lui aveva un amore per corrispondenza. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Guarda com’é bella!” e tutto orgoglioso tirò fuori la foto della ragazza.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Forse avete già capito? Era proprio lei: Kirsten, la “mia” ragazza! </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Questa proprio non me l’aspettavo. Ecco: anche lui aveva risposto a quell’annuncio letto nella rivista degli Ostelli della Gioventù, ed anche lui aveva subito fatto la valigia ed era partito.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Fui sorpreso, amareggiato da quella scoperta; i miei sogni, le mie fantasie si dissiparono in un secondo, ma non gli dissi nulla. Allora capii: ma chissà quante copie se n’era fatte stampare di quella foto e chissà a quanti l’aveva mandata invitandoli, incluso me, ad andare a Copenhagen a trovarla. Lei aveva buttato la rete ed ora aspettava i pesci. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Oggi, ripensandoci dopo tant’anni mi viene anche un altro dubbio: ma quella sarà stata proprio la sua foto? Forse era una racchiona che si divertiva ad arrapare i testosteronici maschi latini e c’era riuscita, ma questo non lo saprò mai. Alcuni giorni dopo ci fu un’altra situazione a Copenhagen che comprovò questa tendenza scandinava alla beffa nei confronti degli stranieri, specie quelli del sud; ne parlerò più avanti.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quello che ho imparato col tempo, e quanto ce n’ho messo, è che io ero un imbranato, uno di quei tanti frustrati che sognavano la grande avventura con la mitica donna del nord, alta, bella, bionda e &#8230; irrangiungibile. In fondo esisteva solo nella mia, nella nostra immaginazione. Forse era tutto cominciato con quell’indimenticabile e storico attacco frontale d’Anita Ekberg nella “Dolce Vita”. Anch’io sarei voluto saltare con lei nella Fontana di Trevi.  Pochi anni prima era stata proprio quella scena che ritornava spesso a turbarmi e m’aveva dato tante lunghe notti inrequiete. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Avavo poi visto ed ammirato le vichinghe, sempre da lontano, sulla spiaggia di Miramare o di Rimini; erano loro quelle coi bikini più minuscoli, erano loro quelle con le gambe lunghe senza fine. E poi loro erano, come ci piaceva dire allora, emancipate. Questa era la parola magica che ha riempito la mia generazione di speranze non appagate. La donna emancipata era quella che sapeva quello che voleva e quando lo voleva, ovvero quella che se le piacevi non avrebbe fatto la difficile, non avrebbe detto di no, e non t’avrebbe bloccato la mano ch’era salita più su del ginocchio, anzi sarebbe stata lei ad incoraggiarti. Almeno questo era quello che credevo io, ma queste donne erano solo la creazione della mia fertile immaginazione. Mi consolo col dire che non ero il solo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Sempre in quei tempi era uscito il film “Il Diavolo” che raccontava le tragi-comiche avventure di Alberto Sordi mercante di pellami in Svezia. Anche questo avavo rafforzato in tanti di noi questo mito delle vichinghe, che ci sembravano star là solo ad aspettar noi che saremmo arrivati dal sud. L’anno prima (1963) i balestrieri del Borgo erano andati in trasferta a Copenhagen, che qualche baldanzoso alla partenza aveva ribattezzato Scopenhagen; ma poi anche loro, per quanto mi fu detto, artornarono senza aver centrato il corniolo, ovvero non avevano arcattato un bel niente. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Come si può immaginare non c’era solo lo zaino che mi pesava sulle spalle!</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Poi la scandinava l’incontrai per davvero, diversi anni dopo, e questa fu ‘na cosa seria, diciamo intensa e complicata, ma questa è meglio non l’arcontare.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La partenza era prevista presto al mattino, dopo quel giorno di duro lavoro al porto,  dall’ostello di Colonia: destinazione Amburgo. Eravamo un bel carico per il povero scooter: avevamo legato dei bagagli ad una griglia ed io avevo il mio zaino in spalla. Un bel po’ di gente s’era ardunata nello spiazzo ed alcuni sembravano scettici sul risultato della nostra missione. </strong><strong>Avremmo dovuto fare in quella maniera quasi 400km. </strong></p>
<div id="attachment_3066" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/06/1964-7-15-partenza-da-colonia-per-amburgo-small.jpg"><img class="size-medium wp-image-3066" title="1964-7-15 partenza da  Colonia per Amburgo small" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/06/1964-7-15-partenza-da-colonia-per-amburgo-small.jpg?w=300&#038;h=212" alt="" width="300" height="212" /></a><p class="wp-caption-text">1964-07-14 pronti per la partenza, da Colonia ad Amburgo</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>E partimmo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Della prima parte di questo viaggio non m’arcordo quasi nulla eccetto che s’andava piano e ch’ero scomodo, molto scomodo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Verso le cinque del pomeriggio, eravamo forse a 30km d’Amburgo cominciò a spiovigginare, ma non molto, e questo fu solo l’inizio dei problemi. D’improvviso e per fortuna s’andava piano, si sentì un gran scricchiolio, poi sentii che la Lambretta mi s’abbassava sotto il culo, e poi ci fu uno schianto e a ‘sto punto eravamo fermi: avevamo perso la ruota di dietro. E non cademmo per terra, sia io che il mio compagno eravamo riusciti a mettere i piedi per terra e la ruota persa era rimasta sul selciato alcuni metri dietro di noi. Non m’arcordo, ma forse pensai: ma perchè non sono andato in vacanza a Rimini? Di certo il mio compagno era disperato nel vedere il suo scooter in quelle condizioni, s’erano spezzati tutti i bulloni. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“E moh che famo?” </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Cominciava ad inscurirsi, e s’era messo a piovere. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Proviamo a fare l’autostop ai camion. Se no’ bisogna chiamar la polizia.” Ma come si fa a chiamare la polizia in mezzo della Germania?</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quasi subito comparve un camioncino che procedva nella nostra direzione e penso si fermò ancora prima che facessimo il tradizionale gesto col pollice. Un tedesco di mezz’età dall’aspetto burbero e con la pipa in bocca scese e si mise a studiare il danno. Scrollò la testa sconcertato e ci fece cenno di aiutarlo a caricare la Lambretta nel dietro del camioncino e ci invitò a salire in cabina con lui. Era arrivato al momento giusto: s’era messo a piovere a dirotto. Il mio compagno parlava un po’ di tedesco e fra i due ci fu una certa conversazione. Il nostro benefattore sembrava essere un tipo taciturno e la pipa in bocca rendeva ancora piú difficile capirlo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ci disse che lui era stato a lungo in Italia e che la conosceva bene; lui non era uno di quelli che era andato al mare a Rimini, lui era stato a Monte Cassino per poi continuare a risalire lungo la penisola. Almeno così mi tradusse il mio compagno. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ci portò a casa sua, un appartamento in un palazzone di quello che mi parve un quartiere operaio alla periferia d’Amburgo. Quando la moglie lo vide comparire con due inaspettati ospiti non mi parve molto contenta, non era necessario sapere il tedesco per capire le sue lamentele. L’uomo non disse molto, ma non sembrva farci molto caso, e lei alla fine preparò una minestra e poi ci fece il letto con le lenzuola pulite, a me toccò il divano. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ripensandoci quella era l’estate del 1964, ed eran passati vent’anni da quando il fronte era passato per il Borgo. Allora vent’anni mi sembravan tanti, sembravano una vita. Se oggi arpenso a vent’anni fa, allora stavo a New York: mi sembra che fosse ieri quando riincontrai Arturo di Modica, mio compagno all’università e scultore del gran toro di bronzo all’inizio di Broadway. La dimensione del tempo é relativa, è forse questa una prova della teoria della relatività? Con l’età cambia valore. Di certo per quel tedesco i ricordi della guerra eran molto più vicini e forse era passato anche pel Borgo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>I miei M’Arcordo&#8230; sono storie del passato, ma le rivivo e le scrivo nel presente. É inevitabile che tutto quello che è successo susseguentemente influenza il ricordo stesso, lo riinterpreta, come se lo rivedessi attraverso dei filtri e spesso lo censura. La memoria è anche selettiva; tende a minimizzare, a cancellare quello che è spiacevole e brutto.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Io non scrivo una cronaca. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E a proposito della Battaglia di Monte Cassino voglio aggiungere due episodi che poi mi fecero poi ricordare quel tedesco d’Amburgo con la pipa, mi sembra si chiamasse Helmut.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Nel 1983, allora lavoravo all’Alitalia a Boston, fui coinvolto nell’organizzazione d’un gruppo di polacchi che andavano a Vienna, dove ci sarebbero state grandi celebrazioni commemorative del tricentenario dell’Assedio. Il coraggioso intervento dei polacchi fu determinante nel liberare la città e nel fermare l’avvanzata dei Turchi. Non ci sono “se” nella storia, ma qualche volta è inevitabile speculare: se nel 1683 avessero vinto i Turchi Ottomanni forse oggi l’Europa sarebbe mussulmana. Dopo Vienna il gruppo sarebbe andati in Italia, con una visita a Monte Cassino, infatti fra di loro ce n’erano alcuni reduci della battaglia; avrebbero portato una corona al cimitero polacco. In quell’occasione fui invitato ad una cena prima della partenza e quella sera in mezzo a tanti discorsi spesso in una lingua incompresiva, pensai a quel tedesco taciturno con la pipa in bocca.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Passarono gli anni e nel 2000, allora lavoravo con la CIT, fui coinvolto come al solito nell’organizzare un altro gruppo per l’Italia. Questa volta erano reduci giapponesi-americani (100° battaglione, 442° reggimento fanteria) che erano stati invitati assieme alle loro famiglie dal Comune di Pietrasanta per l’inaugurazione del monumento ai caduti in guerra. Questi giapponesi avevano combattuto eroicamente coi partigini lungo la Linea Gotica nell’inverno ’44-‘45. Fu commovente la vedova d’un giovane (Sadao Munemori) commemorato nel monumento, che volle esser accompagnata nel luogo esatto dove il marito era caduto 55 anni prima. Ma il loro viaggio non finì in Versilia, anche loro andarono a Monte Cassino dove avevano combattuto l’inverno prima. Riuscimmo ad ottenere per loro un permesso speciale per entrare nella parte dell’abazia normalmente chiusa al pubblico dove in una grande vetrata ci sono le immagini che commemorano il sacrificio dei fanti del 100° battaglione. Credo che sia il battaglione piú decorato nella storia dell’esercito americano, almeno mi fu detto.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Anche questa volta fu inevitabile per me non ripensare a quel tedesco d’Amburgo, al nostro buon samaritano. Lui di certo aveva sparato a quei giapponesi, lui aveva sparato a quei polacchi. Ci sarà mai poi lui ritornato a Monte Cassino per commemorare i suoi camerati morti? </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Artorniamo ad Amburgo, luglio del 1964.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La sua opera di carità non finì li. Al mattino partimmo presto per andare a cercare da tutt’altra parte d’Amburgo il pezzo di ricambio per la Lambretta. M’arcordo che per la prima e forse l’unica volta, vidi degli spazzacamino in bicicletta con la tradizionale tuba in testa. Trovato il pezzo ci riportò al suo garage dove riparò la ruota. Per ringraziarlo andammo a comprare una cassa di birra e dei fiori per la moglie, che finalmente ci sorrise soddisfatta, forse anche perché si partiva.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Il mio compagno era furioso per quanto gli era costato quel pezzo di ricambio e voleva che gliene pagassi la metà, in fondo penso che m’accusasse ch’era stato proprio il mio peso a causare il danno. Mi rifiutai: il nostro accordo si limitava a condividere le spese per la benzina. Gli dissi inoltre che non avrei continuato il viaggio con la Lambretta, il giorno dopo avrei ricominciato a fare l’autostop.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Anche se di malumore rimasi assieme a lui e dopo esser andati all’ostello, ma non son sicuro, forse andammo ad un campeggio, ci mettemmo ad esplorare la città. Nella tradizione orale di quei tempi, e forse é un discorso ancora valido, c’erano le mitiche storie del quartiere a luci rosse: Reeperbahn. E quella fu la nostra destinazione. E non ci fu difficile trovare Herbertstrasse, una strada pedonale sbarrata da un’alta barriera di legno, a cui si poteva accadere attraverso uno stretto pertugio, quella era la strada delle prostitute seminude in vetrina. L’avevo già vista in qualche film documentario di quei tempi. Dopo il successo di “Mondo Cane” c’era stata una proliferazione di documentari che avevano il solo obbiettivo di scioccare noi poveri provinciali. La mia espererienza con le prostitute si limitava ad averne intraviste alcune da lontano, quelle che si posizionavano all’inizio di via del Parione all’angolo con via Tornabuoni a Firenze. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Sentimmo fra i vari guardoni che passeggiavano su e giú per la strada due che parlavano italiano. Anche questi erano romani e laro destinazione era Stoccolma ed il loro obbiettivo era lo stesso: caccia alle vichinghe. Durante la nostra conversazione mi invitarono ad unirmi a loro, al mattino sarebbero partiti per Copenhagen e loro avevano la macchina, mi sembra fosse una FIAT 1100. Loro parlavano pochissimo l’inglese ed io sarei stato utile. </strong></p>
<div id="attachment_3067" class="wp-caption alignright" style="width: 221px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/06/001-1964-07-amburgo-carrobirra-91-small.jpg"><img class="size-medium wp-image-3067" title="001-1964-07-amburgo-carrobirra-91 small" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/06/001-1964-07-amburgo-carrobirra-91-small.jpg?w=211&#038;h=300" alt="" width="211" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">1964-07 carro della birra ad Amburgo</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Fissammo un punto dove incontrarci ed non m’arcordo come feci ad andarci ma di certo ero là prima dell’ora convenuta, non volevo perdere un tale comodo passaggio. E mentre li aspettavo <strong>sentii un gran rumore di zoccoli e di ruote che sferragliavano sul selciato: era un gran carro tirato da due cavalloni carico di barili di birra che veniva avanti verso di me. Giá allora mi parve un’immagine d’un passato lontano.</strong></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>I romani arrivarono puntuali e comodamente mi sedetti dietro, e quello fu l’inizio d’un lungo passaggio.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong>30 giugno 2011, Marblehead, MA USA                                                                                      </p>
<p style="text-align:left;"><em> </em><strong><a href="mailto:ftbraganti@verizon.net">ftbraganti@verizon.net</a></strong></p>
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		<title>97 M’Arcordo&#8230;via dei Filosofi 8 e il campo di tabacco.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 14:40:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi domando, chi vive oggi in al numero 8 di via dei Filosofi a Sansepolcro? Non son sicuro se ancora esista? E di certo da più di trent’anni nessuno ci coltiva più il tabacco. Il primo agosto del 1957 si cambiò casa, ci trasferimmo da via della Firenzuola 49, la casa del Melandri, in un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=3042&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>Mi domando, chi vive oggi in al numero 8 di via dei Filosofi a Sansepolcro? Non son sicuro se ancora esista? E di certo da più di trent’anni nessuno ci coltiva più il tabacco.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Il primo agosto del 1957 si cambiò casa, ci trasferimmo da via della Firenzuola 49, la casa del Melandri, in un palazzone di 16 appartamenti dall’indirizzo via dei Filosofi 8.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E quello fu un grande evento. Per la prima volta la famiglia Braganti (per esser precisi era il babbo Renato) diventava proprietaria di quattro mura. Si diceva che il nonno fosse stato l’unico fattore nella storia che non solo non aveva comprato un podere ma non s’era fatto neanche la casa. Io non sapevo se fosse vero, ma so che lui scrollava le spalle e non diceva niente.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma un giorno e non m’arcordo quando, forse agl’inizi degli anni sessanta, cambiammo indirizzo, ma non cambiammo casa. Scoprimmo ch’eravamo andati ad abitare al numero 5 di piazza Beccari, ma senza traslocare. Ma chi era questo signore sconosciuto? Alcuni pensarono che ci fosse stato un errore, forse volevono onorare Beccaria, ma no, era proprio Beccari. Scoprii poi che Jacopo Beccari era stato un quasi dimenticato professore che aveva insegnato all’Università di Bologna all’inizio del settecento e ch’era riuscito a separare il glutine dalla farina. Appresi questa storia solo perchè il babbo aveva portato a casa un librone su di lui, che era stata pubblicato con la sponserazione daLa Buitoni. Non divenne mai un best-seller, ma per La Buitoni era importante: era proprio questa sua scoperta che era stata una delle ragioni della fortuna dell’azienda: aveva permesso di creare la famosa pasta glutinata Buitoni che fu per tant’anni un prodotto di gran successo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Tutti i bambini la dovevano mangiare per crescere belli, forti ed intelligenti. E guai alle mamme e ai babbi che non la compravano per i loro piccoli, magari facendo anche sacrifici perch’era cara. Ci sarebbe stato il rischio che i loro figli gracilini non sarebbero cresciuti bene, e sarebbero stati indifesi agli attacchi di tante malattie. Adesso credo che sia passata di moda. Ma la fanno ancora?</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>In ogni modo questo cambiamento toponomastico non mi piacque, preferivo il vecchio nome, mi piaceva dare il mio indirizzo e dire via dei Filosofi, in qualche modo m’illudevo d’abitare in un posto speciale. E per anni continuai a dare quell’indirizzo incorretto, tanto il postino mi trovava lo stesso, e questa era solo vanità.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Nel dopoguerra c’era stato bisogno di case ed una delle buone iniziative governative di quei tempi fu quella d’offrire a delle cooperative di lavoratori la possibilatà d’ottenere dei prestiti ad un tasso d’interesse molto basso per la costruzione di nuove abitazioni. Era un mutuo di trentacinque anni,.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Anche gli operai e gli impiegati delLa Buitoni formarono una cooperativa, il ministero approvò il mutuo, e la famiglia Buitoni offrì gratis il terreno fabbricativo: dei campi vicino ai poderi di Paternostro e del Tordino, sotto la villa di Catolino, ai piedi delle colline a nord del Borgo. E verso il 1951 cominciarono i lavori per le prime tre case con quattro appartamenti ciascuna. Penso che dodici famiglie ebbero le chiavi nel ’52,  poi venne costruirono un palazzo con nove appartamenti, penso che l’occuparono nel 1954 ed in infine il nostro, il più grande con sedici </strong><strong>appartamenti. Alla fine era avanzato un gran campo proprio davanti alla mia abitazione e non poteva rimanere inutilizzato e fu dato al Martini (il Tordino) che per anni ci lo coltivò a tabacco, credo fino verso il 1980.</strong></p>
<div id="attachment_3043" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1978-09-tabacco-tordino-web.jpg"><img class="size-medium wp-image-3043" title="1978-09 Tabacco Tordino web" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1978-09-tabacco-tordino-web.jpg?w=300&#038;h=183" alt="" width="300" height="183" /></a><p class="wp-caption-text">1978-09 il Martini (&#039;l Tordino) nel campo di tabacco</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Prima che iniziassero le costruzioni era stato stabilito l’ordine di precedenza con un sorteggio. Una sera il babbo andò in comune, nella sala della Resurrezione, con tutti gli altri membri della cooperativa e la sorte fu affidata ai numeri della tombola, quelli dentro la bacheca di vetro che si girava con la manovella, il tutto sotto lo sguardo severo del Cristo Risorgente. Il babbo non fu uno dei primi, e neanche fra i secondi e dovemmo aspettare ben 7 anni per entrare nel nostro appartamento. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La rata del mutuo mensile non era alta e col tempo, ed anche con l’aiuto dell’implacabile svalutazione della lira divenne un costo quasi trascurabile. Fu per tutti un bell’investimento. Dopo la morte del babbo (1966) e quello della mamma (1987) son diventato l’unico proprietario ed ho pagato l’ultima rata nel 1991 e mi sembra fosse circa 70.000 lire per 6 mesi.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ritorniamo al quel primo agosto del 1957, io ero contentissimo, sarei andato ad abitare vicino alla citta a cui volevo bene, e la potevo vedere dalla finestra di cucina quando passava, ma questa storia me sa che ve l’ho già arcontata. </strong></p>
<div id="attachment_3044" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1965-09-sansepolcro-temporale-web.jpg"><img class="size-medium wp-image-3044" title="1965-09 Sansepolcro temporale web" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1965-09-sansepolcro-temporale-web.jpg?w=300&#038;h=187" alt="" width="300" height="187" /></a><p class="wp-caption-text">temporale, dalla finestra di cucina</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Ero  contento perchè col nuovo appartamento venne anche la televisione ed il frigorifero. Il babbo ne aveva sempre rimandato l’acquisto aspettando che fossimo nel nuovo posto. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Traslocare in estate è meglio, col tempo buono fu tutto più facile. Ma ci furono anche delle perdite che a quel tempo, purtroppo, non capii e non potei evitare.  Il vecchio appartamento era grande e avevevamo dei mobili antichi e non sarebbe stato facile sistemarli nel nuovo posto. M’arcordo in particolare una specie di canterano massiccio probabilmente del sei-settecento di legno scuro, con due ante borchiate che si aprivano dando accesso a tanti cassetti. Si diceva che fosse stato un mobile da sacrestia, ma poi com’era arrivato da noi non lo so. Il babbo cercò di venderlo ad un antiquario, che gli fece un’offerta offensiva ed il babbo s’arrabbiò:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Piuttosto che vendertelo a quel prezzo lo regalo!” E così fece.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Lui che in chiesa c’andava poco, ma era stato sempre pronto ad aiutare le orfanelle, lo donò alle monache dell’orfanotrofio e così quel mobile ritornò in una sacrestia, ma non credo che ci restò tanto. Anni dopo scoprii ch’era sparito, forse avevano trovato un antiquario più generoso. Non voglio pensare troppo al valore ch’avrebbe oggi sul mercato, se no mi sento male. E non parliamo della specchiera veneziana dall’elaborata cornice dorata, anche quella che si perse nel trasloco. La bicicletta del nonno (1910 circa) la vendetti come ferraccio al Baco, e coi i soldi ci andai una volta al cine all’Aurora, chè costava meno. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>In compenso col trasloco acquisii nuovi grandi spazi. Le colline divennero in qualche maniera più accessibili ed i ragazzi, i miei nuovi vicini, mi portarono subito ad esplorare. M’arcordo ancora la prima avventura:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Andiamo ai Tre Pini.” Così avevano ribattezzato una specie di punto d’avvistamento dove, guarda caso, c’eran proprio tre pini. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Lo spazio delle nostre escurzioni era vasto, dai Pratalti fino a Monte Casale e tante volte siam risaliti per il greppo della Reglia per poi continuare lungo l’Afra fino ad arrivare alla Montagna.  Più d’una volta siamo arrivati fino a Bocca Trabaria ed una volta a Badia Tedalda. </strong></p>
<div id="attachment_3045" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/gruppo.jpg"><img class="size-medium wp-image-3045" title="gruppo" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/gruppo.jpg?w=300&#038;h=210" alt="" width="300" height="210" /></a><p class="wp-caption-text">gruppo, circa 1960</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Con crescere crebbero anche i primi amori ed in estate s’andava a ballare all’OZO, quello che poi divenne La Balestra. Via dei Filosofi, che correva lungo il muro delLa Buitoni, (quello che si vede nella foto del tabacco)  era poco illuminata, anzi direi proprio buia e questo era un gran vantaggio per quando s’artornava a casa. Impiegavamo tanto tempo per far solo cento metri. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>A quei tempi avevo trovato, ma non m’arcordo dove,  un giradischi a valigetta, di prima della guerra, uno di quelli con la manovella e si potevan suonare solo dischi a 78 giri. Una sera lo portai fuori: avremmo ballato nello spiazzo. Non fu una bell’idea. Ci furono quelli, i soliti grandi sciupafeste,  che non la pensavano come noi. In molti vennero alla finestra e cominciarono a sgridarci. E quella fu la prima e l’ultima volta che si ballò in piazza Beccari. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Nell’autunno del ’61 andai all’università a Firenze ed i primi tempi artornavo al Borgo ogni sabato con la borsa piena dei panni sporchi, per poi ripartire il lunedi mattina con quelli puliti.  Cogli anni le mie visite si facero sempre più rade. In estate cominciai a viaggiare e di consequenza al Borgo ci stavo sempre di meno. Ma il tutto fu un processo lento, senza traumi.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>A settembre del ’68 partii per Londra, e per poi andare negli Sati Uniti nel ‘70.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Anche se m’ero allontanato sempre di più dall’appartamento, sapevo che là c’era mia madre, lei ne era la custode, sapevo che al mio prossimo ritorno l’avrei trovato intatto, immutato, avrei riconosciuto anche gli antichi odori. E lei m’avrebbe cucinato i miei piatti preferiti. Nella mia camera, nei cassetti della mia scrivania era tutto allo stesso posto. Tutto era come l’avevo lasciato al tempo della mia visita precedente e se l’ultima sera prima di ripartire avevo poggiato un libro sul comodino ero certo che l’avrei ritrovato nello stesso posto. Uno studioso avrebbe potuto ricostruire la sitazione politica della primavera del ’68 solamente spulcianto fra le carte accatastate sulla mia scrivania. La mamma si preoccupava solo di spolverare, che tutto fosse pulito e che i pavimenti fossero lucidi. Qualche volta lei andava in giro con le pianelle, ma non era mai riuscita a convincermi a fare il lucidapavimenti.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La mamma morì nell’ottobre del 1987, ventun’anni dopo il babbo, e non mi ci volle molto a capire che tutto era cambiato. Con la sua morte avevo perso quell’ancora che, se anche aveva una catena lunghissima, mi teneva attraccato alla casa. </strong></p>
<div id="attachment_3046" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1961-11-renato-e-luisa-braganti-cropped.jpg"><img class="size-medium wp-image-3046" title="1961-11 Renato e Luisa Braganti cropped" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1961-11-renato-e-luisa-braganti-cropped.jpg?w=300&#038;h=207" alt="" width="300" height="207" /></a><p class="wp-caption-text">1961-11 Renato Braganti e Luisa Taba (il babbo e la mamma)</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>M’arcordo del mio primo ritorno, il giorno dopo Natale del 1987, dopo la sua scomparsa. Questa volta non suonai il campanello, non venne ad aprirmi la porta e non la trovai  in cima alle scale sorridente nel vedermi. Aprii la porta con la chiave, ed il corridoio era scuro: la casa era vuota, gli odori d’una volta non c’erano più. E mi son messo a piangere, a singhiozzare come non ricordavo d’aver mai fatto, neanche quando l’avevo vista morta.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Si&#8230; le poltrone, i mobili, i quadri appesi ai muri, i libri negli scaffali, come  tutto il resto, erano al loro posto, ma ciononostante non era più quello di prima. La mamma non c’era, quell’appartamento avevo perso l’anima. Quelle erano diventate solo quattro mura: era una nuova e difficile realtà, e ci ho messo anni, tanti anni per accettarla. Ed io, che da lontano volevo illudermi che ancora avevo una casa al Borgo, ho tristemente capito che senza la mamma non avevo più niente, avevo perso quello che contava. Ero solo il padrone dei muri.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Grazie al generoso aiuto d’un amico, Elio Mezzabotta, che durante le mie lunghe assenze ha preso cura di tutto, un vero amministratore puntuale, son stato capace di mantenere il tutto anche da lantano. L’appartamento, con alterne vicende, è stato dato in affitto. E quando per un certo periodo ci andò ad abitare il mio caro amico Paolo Massi la situazione cambiò per il meglio, il tutto riprese vita, almeno per po’.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quando artornavo al Borgo stavo con lui a casa mia, quasi fossimo tornati a Firenze, ai tempi dell’università. Ma c’era una differenza: ogni mattina veniva la Maria, come ai tempi di Villa Paradiso, puliva tutto e preparava il pranzo, che formalmente ci serviva in sala da pranzo. Ma poi, d’improvviso, Paolo morì, a metà marzo del 2002, ero stato con lui solo tre settimane prima. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Di nuovo, come dopo la morte di mia madre, tristemente l’appartamento perse nuovamente l’anima.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E son passati ancora degli anni e con l’eccezione di alcuni giorni alla fine di maggio del 2008 non ci ho più dormito. Era quasi sempre occupato.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Al ritorno negli Stati Uniti, dopo il mio ultimo viaggio quando sono stato due settimane nella torre d’Uguccione, ho passato alcuni giorni a New York con mia figlia Tanya. E proprio là una mattina mi son svegliato e d’improvviso era tutto chiaro: devo vendere l’appartamento al Borgo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Devo accettare l’idea che son via da troppo tempo e che io al Borgo non c’artornerò mai più ad abitare. Questa è una realtà. Conto di andarci in visita più spesso possibile e per questo non ho bisogno d’un appartamento. Tanya non andrà mai ad abitare al Borgo ed alla mia morte si troverebbe persa fra i meandri della burocrazia italiana.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E proprio a New York assieme abbiam deciso di vendere ed ora non ci rimane altro che sperare che possiamo trovare un acquirente in un prossimo futuro.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La voce è in giro. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ed io? Come mi sento? </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ancora un po’ confuso, anche se credo che sia il giusto da fare.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Come un amico mi hai detto:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Tu non hai bisogno d’una casa per stare al Borgo, tu sei più Borghese di tanti altri che ci hanno passato tutta la vita. I tuoi parenti, i tuoi amici, incluso me, son pronti ad aprirti le loro case, ogni volta che verrai” </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E forse per incoraggiarmi in questo difficile momento ha aggiunto:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Fai bane, hai preso la decisione giusta, e Tanya te ne sarà grata”.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ora il mio ultimo pensiero va a Beppe Caporali, vecchio amico del mi’ babbo, Borghese del Borgo che, dopo l’Afganistan, visse quasi tutta la sua vita a Milano. Proprio durante la sua ultima venuta (estate 1989, credo, quando ebbi modo di rivederlo) e proprio l’ultimo giorno prima di ripartire per il nord, ebbe la buon’idea di morire al Borgo e d’esser seppellito così con i suoi amici, come voleva lui. </strong><strong>Ma Beppe Caporali non è stato il solo. Anche il mitico Cirano Testerini, cantante a Parigi ed amico di Yves Montand e di Edith Piaf, che poi abitava a Juan les Pins fra Cannes e Cap d’Antibes, alla fine decise d’artornare al Borgo e ci armase.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E se questo succedesse anche a me? Penso che sarebbe una buona dipartita, l’importante è non soffrire. Mia figlia, mia moglie e con l’aiuto dei Fratelli:. saprebbero cosa fare.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ed alla fine potrei dire soddisfatto: </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Oh citti, Ecchime! Ve l’ivo detto che prima o poi sarei artorneto.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong>19 maggio, 2011, Marblehead, MA USA                                                                                        </p>
<p style="text-align:left;"><em> </em><strong><a href="mailto:ftbraganti@verizon.net">ftbraganti@verizon.net</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Facebook: Fausto Braganti</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Skype:       Biturgus (de rado)</strong> </p>
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		<title>96b M’Arcordo&#8230; quando facevo lo scaricatore di porto.</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2011 19:04:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[quando facevo l&#8217;autostop, estate 1964  Dopo l’inaspettato e sorprendente incontro con i Borghesi lungo l’autostrada nel mezzo della Germania continuai il mio viaggio con la coppia di tedeschi che m’avevan dato il passaggio, e s’andava piano. Fu allora che scoprì che tirarsi dietro una roulotte è una gran fatica per una piccola vettura. Viaggiando s’impara. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=3034&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>quando facevo l&#8217;autostop, estate 1964</strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Dopo l’inaspettato e sorprendente incontro con i Borghesi lungo l’autostrada nel mezzo della Germania continuai il mio viaggio con la coppia di tedeschi che m’avevan dato il passaggio, e s’andava piano. Fu allora che scoprì che tirarsi dietro una roulotte è una gran fatica per una piccola vettura. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Viaggiando s’impara.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Di certo vidi ancora quei convogli americani sempre in movimento che aspettavano l’imminente attacco sovietico che non venne mai. Allora, ripensandoci con l’esperienza del tempo, non pagavo le tasse per pagare il gasolio di quei camion, invece oggi le pago, e come, per quello che si spende per mandare le truppe in Iraq o Afganistan.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La mia lezione di tedesco di quel giorno: imparai due parole che poi mi sarebbero state utili per districarmi nei convoluti e contorti raccordi autostradali. Quelli erano gli ubicui segnali indicativi: eingang (entrata, ingresso) e ausgang (uscita). Non m’arcordo come arrivai a Francoforte, ma penso che qualcuno mi portò fino alla stazione centrala e da li, dopo chissà quante domande con il mio tedesco inesistente montai nel tram diretto all’jugendherberge. Anche questa era un’altra importantissima parola in tedesco: ovvero ostello della gioventú. Non fu un soggiorno memorabile: non m’arcodo quasi niente. Speravo ancora che Giuliano Cesarini comparisse d’improvviso, ma scoprì poi, quando lo rividi al Borgo, che lui arrivò a Francoforte il giorno in cui io partii.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Di Francoforte m’arcordo solo delle lunghe passeggiate esplorative e d’aver trovato per caso la casa natale di Goethe.  Anni dopo lessi da qualche parte che quella originale era stata distrutta durante un bombardamento. Nel 1964 non erano ancora passati vent’anni dalla fina della guerra e si vedeva. Molti edifici, se non erano stati rattoppati, sembravano esser stati ricostruiti in fretta e male. Ovunque regnava un certo squallore.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Il giorno della partenza mi aggregai ad altri autostoppisti per raggiungere l’autostrada. Avevo deciso di fare una variante al mio piano originale che prevedeva l’itinerario piú diretto per raggiungere Copenhagen, la bella Kirsten dai capelli biondi e cotonati poteva aspettare; io volevo vedere la cattedrale di Colonia. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Raggiunsi un raccordo di non so quante ingressi, uscite, strade ed autostrade e tutto scritto in tedesco! Non sapevo che direzione prendere. E poi in Germania hanno la cattiva abitudine di scrivere i nomi delle loro città in tedesco e la mia carta geografica era in italiano. Ed io povero ragazzo un po’ sempliciotto del Borgo mica ancora sapevo che la Magonza dei romani era diventa Mainz. Questa storia dei nomi di città che non trovavo, oppure di trovarmi in un posto dal nome sconosciuto per poi scoprire un mese dopo dove ero stato in realtà, successe più d’una volta. Come quando mi trovai ad Aachen, davvero un nome strano, cominciava addirittura con due “a”. Mai visto. Mesi dopo scoprii che ero stato ad Aquisgrana, e non lo sapevo ed avrei potuto visitare la cattedrale e la tomba di Carlomagno. Molt’anni dopo successe la stessa cosa anche a mia moglie Pascale, s’eran dimenticati di indicare Aix-la Chapelle. Oggi mi sento vendicativo: speriamo che qualche tedesco, dopo aver passato il Brennero, non riasca a trovare Venedig.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ritorniamo a quel raccordo di Francoforte. Mi posizionai all’imbocco di quella che doveva essere l’autostrada che andava verso ovest ed alzai il pollice. Era una bella giornata e mi sentivo soddisfatto: davanti a me c’era tutta la Germania da scoprire.  Di macchine ne passavano tante ed io ero ancora ottimista, ed io alzavo il pollice e non so quante volte lo feci, ma nessuna si fermava. E con ogni vettura che passava il mio ottimismo diminuiva un pochino, ero diventato invisibile. Ma quando arrivò una autostoppista bionda, tipo scandinavo con dei calzoncini cortissimi e le gambe lunghe senza fine, la videro, la videro subito. Lei ebbe subito un passaggio, aspettò forse un paio di minuti. E pensare che io per un momento avevo sperato d’aggregarmi a lei. Che illuso, era stato invisibile anche a lei.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ed io aspettavo e nessuno si fermava, cominciai a preoccuparmi, e moh che faccio? </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Alla fine comparve ed avvanzò dalla curva una mastodontica macchina americane, una di quelle che avevano il muso come quello d’un camion, forse era una Dodge. Quello che mi sorprese fu il suo procedere lento, come se avesse problemi al motore. E si fermò e l’autista con un gesto mi invitò a salire. Era un giovane americano dai capelli cortissimi, di certo un militare, forse un marine, da quelle parti c’era una base militare. Il mio inglese era decente, ma ero abituato a quello dell’Inghilterra e quando questo si mise a parlare non capivo proprio niente, ed inoltre c’era un’altra ragione nella sua dizione ingarbugliata: era ubriaco. E non mi ci volle molto per capirlo. Per fortuna guidava piano e parlava e parlava ed io che non capivo niente rispondevo yes a tutto, ma forse non sentiva le mie risposte, aveva solo bisogno di monologare.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non m’arcordo dove mi lasciò e come non m’arcordo come arrivai a Winkel, un microscopico paese sulla riva destra del Reno. Ma come è possibile che m’arcordi di questo nome quando non m’arcordo quello del paese nei Pirenei dove son stato l’estete scorsa per una settimana? Mah!</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>In ogni modo m’arcordo quel nome anche perchè il posto dove mi posizionai col pollice alzato era proprio davanti al cartello segnaletico che lo indicava: WINKEL!</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E quello fu il luogo dove finì la mia breve carriera d’autostoppista vero e proprio, ma questo ancora non lo sapevo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ed aspettai e non so per quanto, forse gran parte della mattinata. Alla fine con il mio zaino in spalla decisi di camminare, alzavo il pollice e camminavo, ero nuovamente diventato invisibile e forse indesiderabile. Per molti forse era già diventato un capellone o un hippie, anche se queste parole nel 1964 non esistevano. La strada era lungo la sponda del Reno, il paessaggio era bello, con le colline coperte di vigne, le isolette nel fiume e tanti battelli, barche, chiatte che salivano e scendevano: una vera autostrade fluviale. Mi consolavo in compagnia dei classici. Da non molto avevo letto le Coffessioni di Rousseau in cui elogia il vantaggi del dell’andare a piedi invece di prendere la diligenza, in tal modo si assorbe meglio il paesaggio, si capisce la natura e si può meditare. Ripensandoci: ma lui ce l’aveva lo zaino?</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Nella carta geografica era indicato un altro paese che sembrava non troppo lontano e certo più grande; forse avrei potuto prendere un autobus, o forse un treno. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Smisi d’alzare il pollice, era una causa persa. E dopo circa un’ora e forse cinque o sei kilometri a piedi arrivai a Rüdesheim am Rhein. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Arrivai proprio d’avanti ad un molo dove c’era una gran fila di gente che s’imbarcava in un battello. A questa non c’avevo pensato, e m’imbarcai: sarei sceso lungo il Reno in nave: romantico! Ma che romantico, ero solo.  </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>In ogni modo fu un viaggio memorabile anche perchè, a parte il ferryboat che m’aveva portato in Sicilia, io non ero mai montato in una nave, anche se quelle fluviali non son transatlantici, forse volevo credere che fosse  una gran traversata. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Le colline coperte di vigneti, i piccoli paesi dalle case variopinte e dai tetti neri lungo le rive, le isole, i castelli antichi o rifatti,  e la mitica roccia della sirena Lorelei mi fecero compagnia fino al mio arrivo a Coblenza assieme a tantissimi tedeschi festaioli. Feci un’altra scoperta. Io come tanti altri immaginavo i tedeschi sempre con giganteschi boccali di birra, ma quel sabato pomeriggio scoprii che son anche gran bevitori di vino. Forse lungo il Reno e la Mosella è proibito ber birra. La mia nave era piena di gente che beveva vino bianco e di bottiglie vuote ce n’erano tante, e non solo bevevano ma cantavano tutti contenti. Io il tedesco non lo so, ma capii subito che il fatto che il fiume Rhein fa rima con wein era stato motivo di gran ispirazione poetica.</strong></p>
<div id="attachment_3035" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1964-07-coblenza-reno-webpg.jpg"><img class="size-medium wp-image-3035" title="1964-07 Coblenza Reno webpg" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1964-07-coblenza-reno-webpg.jpg?w=300&#038;h=137" alt="" width="300" height="137" /></a><p class="wp-caption-text">Coblenza, confluenza della Mosella sul Reno</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Erano forse le tro o le quattro del pomeriggio quando sbarcai a Coblenza dal lato sinistro del fiume, credo più o meno dove è ancorata la nave bianca della foto. E qui cominciò un’altra gran camminata, anzi una vera escurzione e lo zaino pesa di più quando si va salita. Nel mio libro degli ostelli era indicato che sarei dovuto andare ad Ehrenbreitstein e quando chiesi a qualcuno dov’era questo mi fece un cenno con la mano, indicandomi un castello in cima alla collina di fronte, sopra l’altra riva del Reno. Poi mi indicò anche un ponte lontano che avrei dovuto prendere per andar dall’altra parte. Non mi rimase altro che camminare, e fu allora che forse mi accorsi che avere i sandali come quelli dei frati di Montecasale (me l’aveva fatti il Moro) non era stata una buona idea. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Dopo una gran fatigata arrivai in cima e varcai la porta d’un’enorme, massiccia e tetra fortezza militare. L’ostello occupava una minima parte della struttura, le camerate eran grandissime e non avevo mai visto letti a castello a quattro piani. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Era l’ora di cena e la cucina dell’ostello mi offri ad un prezzo irrisorio una specie di minestra con una salsiccia e del pane nero, ci doveva essere ancora il cuciniere della caserma che preparava i pasti. Mi misi poi a vagare per gli spalti vuoti della fortezza, il panorama (quello della foto) della città, alla confluenza della Mosella che si gettava nel Reno, era bello. Al tramonto era bellissimo. Ma tutto quello non mi soddisfaceva, io mi sentivo triste, scoraggiato e stanco. Ma chi me l’aveva fatto fare? Ma come ero finito li? Ma che m’importava d’essere a Coblenza? Tante domende senza neanche una logica risposta. Pensai che in quello stesso momento, in un’altra vita non vissuta, sarei potuto essere tranquillo a Miramare e a quell’ora preparmi per andare a cena e poi a ballare con gli amici. Quella sera a Coblenza mi sentivo come fossi caduto in un buco nero.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La situazione migliorò d’un poco quando miracolosamente comparve una ragazza. Maria era una bavarese che ritornava dall’Inghilterra e cosi ebbi compagnia per quella sera e con lei potevo parlare, il suo inglese lo potevo capire. M’arcordo una gran discussione su George Orwel, lei stava leggendo Animal Farm. Poi incontrai due ragazze friulane e la mie considerazioni sul scelte fatte si ripresero.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quando andai a dormire scopri che in quell’immensa camerata dal soffitto a volta e dalle finestre con l’inferiata forse eravamo in tre o quattro. Strano.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Al mattino con Maria andai ad esplorare la città e feci una scoperta un po’ scioccante, ma questo è quello che può succedere agli sprovveduti che non parlano la lingua del luogo: dalla fortezza per scendere, e tanto meglio per salire, c’era una specie di trenino a grimagliera che per pochi grochen e in meno di cinque minuti ci portò fino al fiume, e li prendemmo un traghetto, di nuovo in poco tempo eravamo nell’altra sponda, ai piedi del tetro monumento del kaiser, ma il kaiser a cavallo non c’era più, anche lui era un caduto in guerra; credo che l’abbiano arfatto.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Vagammo per la città e non ho niente da raccontare eccetto che per la prima volta vidi la vetrina d’una salumeria tedesca: non avevo mai immaginato che ci potessere essere così tanti tipi di salami, salamini, salsiccie, insaccatti, prosciutti di tutti tipi e dimenzioni: una vita per assaggiarli tutti e decidere quello che mi sarebbe piaciuto o per concludere: magari avessi un sanbudello.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Il giorno dopo presi il treno per andare a Kholn, a circa un’ora. Avevo deciso che poi avrei ricominciato a fare l’autostop.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Anche Kohln, la mitica Colonia dei Romani, mostrava le ferite della guerra, sambrava che tutto fosse stato ricostruito in fretta e male.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Fu facile trovare l’ostello, dopo aver traversato il Reno  a piedi sul Hohenzollernbrücke, che miracolosamente era sopravvisuto a tanti bombardamenti. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>A parte la visita alla cattedrale non m’arcordo molto dei miei giri per la città. Per qualche ragione dimenticata andai all’università, forse per mangiare alla mensa.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>All’ostello incontrai un romano che viaggiava in Lambretta ed anche lui era diretto a Copenhagen, guarda caso. Non m’arcordo il suo nome, mi chiese se il giorno dopo volevo andare al porto per cercar lavoro.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Porto?”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Si, a Colonia c’è un gran porto fluviale, m’hanno detto ch’è facile trovare lavoro per un giornaliero.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E presto al mattino andammo al fronte del porto e ci presentammo ad uno dei magazzini. Il mio compagno, il romano, parlava un po’ di tedesco’. Due individui grassi e grossi con il sigaro in bocca ci presero subito, in tutto eravamo in quattro, un catalano, un ungherese, il romano ed io. Certo quelli che mi coscono adesso sorridono: </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Fausto scaricatore di porto? Da non credere, con quel fisico, ah,ah!”</strong></p>
<div id="attachment_3036" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1964-07-colonia-lungo-il-reno-web.jpg"><img class="size-medium wp-image-3036" title="1964-07 Colonia lungo il Reno web" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/1964-07-colonia-lungo-il-reno-web.jpg?w=194&#038;h=300" alt="" width="194" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Colonia, fronte del porto</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Mi mandarono in un chiatta e dovevo aggacciare dei gran cubi con dei ganci e la gru li tirava su, non era ne difficile, ne duro. Nel pomeriggio il lavoro divenne più pesante, dovevo caricare dei sacchi di grafite dal magazzino in un vagone ferroviario. La grafite era in polvere, una polvere finissima ed oleosa, che andava dappertutto, terribile. Sembrava che fossi stato in una miniera di carbone.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Si poteva parlare con il catalano, che ci teneva a dire che lui non era spagnolo, ma non con l’ungherese, non m’arcordo ma forse parlava un po’ di tedesco. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Per me quella era una piccola avventura d’un giorno, ma fu sufficente per farmi capire che quei due cercavano lavoro ogni giorno, ed era quello il loro modo di sopravvivere. Loro erano i veri emigranti, loro eran partiti disperati e miserabili per cercare qualcosa di meglio. Io avevo un posto dove sarei potuto ritornare, loro no, e se ce l’avevano non era quello che volevano.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Alla fine della giornata arrivò la paga: zwanzig mark (circa 3.000 lire di quei tempi, quando un pasto con un quartino di vino alla mensa costava circa 325 lire). </strong></p>
<div id="attachment_3037" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/20-marchi-web.jpg"><img class="size-medium wp-image-3037" title="20 marchi web" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/05/20-marchi-web.jpg?w=300&#038;h=153" alt="" width="300" height="153" /></a><p class="wp-caption-text">1964, venti marchi</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>Vi ricordate lo zio Paperone ch’aveva incorniciato il suo primo dollaro? Io ho ancora i miei primi, ed ultimi, venti marchi. Non li spesi e tornato al Borgo li incorniciai. Ecco un’altra differenza con i due emigranti. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Il romano mi convinse, dopo molte incertezze da parte mia, di continuare il viaggio assieme a lui con la Lambretta, e pensare ch’ero un vespista, per andare almeno fino ad Amburgo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Al mattino, presto, partimmo, ma questo è un altro capitolo e forse ve l’arconto.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;">8 maggio 2011, Marblehead, MA USA                                                                                        </p>
<p style="text-align:left;"><em> </em><strong><a href="mailto:ftbraganti@verizon.net">ftbraganti@verizon.net</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Facebook: Fausto Braganti</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Skype:       Biturgus (de rado</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
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		<title>96a M’Arcordo&#8230; quando facevo l’autostop (estate 1964)</title>
		<link>http://biturgus.wordpress.com/2011/04/13/96a-m%e2%80%99arcordo-quando-facevo-l%e2%80%99autostop-estate-1964/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 14:10:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho già arcontato la prima volta che feci l’autostop nell’estate del 1963.             http://biturgus.wordpress.com/2010/09/16/84-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6-quando-facevo-l%e2%80%99autostop-estate-del-%e2%80%9963/                   Diciamo che quella era stata un prova, una piccola prova, ancora non ero mai andato da solo fuori dall’Italia: varcare il confine sarebbe stato il segno della vera avventura, quella sarebbe stata la prova del fuoco. Era già sortito, a Nizza [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=2999&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong>Ho già arcontato la prima volta che feci l’autostop nell’estate del 1963.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>            <a href="http://biturgus.wordpress.com/2010/09/16/84-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6-quando-facevo-l%e2%80%99autostop-estate-del-%e2%80%9963/">http://biturgus.wordpress.com/2010/09/16/84-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6-quando-facevo-l%e2%80%99autostop-estate-del-%e2%80%9963/</a>      </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>            Diciamo che quella era stata un prova, una piccola prova, ancora non ero mai andato da solo fuori dall’Italia: varcare il confine sarebbe stato il segno della vera avventura, quella sarebbe stata la prova del fuoco. Era già sortito, a Nizza con la gita del liceo e a Barcellona coi Balestrieri. Erano viaggi organizzati, m’ero sentito protetto dal gruppo stesso con cui viaggiavo: ’sta volta sarei stato da solo in terra straniera. Non c’era ancora l’Unione Europea, e tanto meno si parlava di globalizzazione, dovevamo avere il passaporto ed ogni confine era una cosa seria e spesso con lunghe attese. La Francia credo fosse l’unica eccezione, dal 1961, mi pare, bastava la patente di guida. Per i giovani dell’età di leva c’era un ulteriore complicazione, il passaporto veniva lasciato con una validità di tre mesi, dopo aver ottenuto un nulla osta del distretto militare. Insomma i paesi stranieri eran davvero stranieri.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quell’anno c’era già stato il gran passaggio da Farmacia a Scienze Politiche e anche questa l’ho arcontata. Di sicuro pensavo solo che non avrei lavorato dietro un banco, ma per il resto non avevo nessun’idea di quello che avrei fatto con una laurea da politologo, ovvero quello che avrei voluto fare da “grande”. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Poi a lavorare dietro ad un banco ci andai lo stesso e ci rimasi per ben più di due anni, lavorando all’Alitalia all’aereoporto di Boston, ma questa è un’altra storia.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Mi ero iscritto all’assaciazione degli Ostelli della Gioventù e con la tessera veniva un libro con la lista di tutti gli ostelli d’Europa. Spesso lo sfogliavo e sognavo tutti quei posti lontani che dove sarei voluto andare. Scoprì anche che ce n’era uno all’Abetone e forse per fare un po’ d’allenamento un sabato mattina di febbraio, avvolto nel mio rotolò, decisi d’andarci a passare un week-end facendo l’autostop. A quei tempi in generale era facile avere un passaggio. Io non sciavo e mi accontentai a fare delle gran passeggiate per sentieri innevati. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ma quale sarebbe stata la mia destinazione? Alcuni mi dissero d’evitare la Francia, perchè i francesi avevano la nomea di non dar passaggi, sarebbe stato duro. Poi d’improvviso, quando vidi la foto di Kirsten, non ci furono più dubbi: sarei andato in Danimarca. Kristen era bella, bionda e quel vestitino fiorito, leggero e un po’ strettino le stava così bene e la mia fantasia, che correva veloce, m’aveva già portato fino a Copenhagen. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Con l’iscrizione all’associazione degli Ostelli della Giventù ricevevo ogni mese una rivista e in questa c’era sempre una lista di altri giovani associati che volevono diventari amici per corrispondenza (pen-pal). Appena vedevo il nome d’una ragazza scandinava, io le scrivevo e fu così che conobbi, per posta, Kirsten.  Lei era stata l’unica a mandarmi una foto, e questa tolse ogni possibile dubbio.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E arrivò il giorno, o meglio la sera,  della partenza (domenica 5 luglio), ed il babbo m’aveva procurato il primo passaggio dal Viale della Stazione al Borgo fino a Milano con un camion dei Vannini. Questa volta non ero solo, all’ultimo momento Giuliano Cesarini m’aveva chiesto di venire con me. Lui voleva raggiungere il Gioffre (Roberto Belli) che già si trovava a Kassel (mi pare). Credo che anche questo viaggio, ma anche di questo non son sicuro, era motivato dalla ricerca di certe ragazze tedesche conosciute a Rimini l’estate precedente: les femmes fatales! </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Partimmo con due camion differenti e ci ritrovammo al mattino alla rimessa Vannini alla periferia di Milano, e da li cominciò la vera avventura con lo zaino in spalla. Era caldo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non m’arcordo molto di come arrivammo a Chiasso, e l’ultimo passaggio italiano ci lasciò non lontano dal confine ed entrammo in Svizzera a piedi. Era verso mezzogiorno ed era ancora più caldo. Camminando per il paese, con lo zaino in spalla, eravamo tutti sudati; e fu allora che vedemmo un gran cartello che ci indicava dov’era la piscina comunale. Ci avviammo speranzosi d’una nuotata rinfrescante.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Siete italiani? Qui non è permesso l’ingresso agli italiani.” </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Questa fu la categorica ed ostile affermazione del guardiano ticinese che montava la guardia all’ingresso. Nella sua voce c’era un marcato senso di disprezzo nei nostri confronti. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Andate via!”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Fu come un cazzotto in faccia. Per la prima volta sentii cosa volesse dire esser vittima di pregiudizi, esser ostracizzato ed umiliato solo perchè ero differente, perchè non ero uno di loro. </strong><strong> </strong></p>
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<p><strong></p>
<div id="attachment_3015" class="wp-caption alignleft" style="width: 218px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/1964-07-bellinzona-giuliano-12.jpg"><img class="size-medium wp-image-3015" title="1964-07 Bellinzona - Giuliano # 1" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/1964-07-bellinzona-giuliano-12.jpg?w=208&#038;h=300" alt="" width="208" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Giuliano a Bellinzona, luglio 1064</p></div>
<p style="text-align:left;">M’arcordo solo che ci allontanammo, non m’arcordo i nostri commenti, forse rimanemmo in silenzio, scioccati. Invece m’arcordo benissimo che sentivo d’entro di me una gran rabbia come credo non aver mai sentito, ero la vittima d’un’ingiustizia.</p>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Ma voi che italiani siete? Venite da nord o sud di Roma?” </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Sentimmo gridarci dietro dal guardiano. Sorpresi ci girammo e non m’arcordo chi di noi rispose:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Veniamo da nord di Roma, siamo toscani.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Toscani! Allora venite, vi faccio entrare.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E noi ci allontanammo senza accettare quell’invito e senza neanche rispondere. Sarebbero passati anni prima che vedessi “Pane e cioccolata” e anche se non son mai stato un emigrante in Svizzera credo d’essermi sentito più vicino della media al povero Manfredi.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Viaggiando s’impara anche quello che non vorremmo sapere.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Con vari passaggi arrivammo a Biasca, dopo Lugano e Bellinzona, dove il mio fedele libro mi diceva che c’era un ostello della gioventù.  Questo è piccolissimo paese all’inizio d’una stretta valle con una ripida china sale fino al passo del San Gottardo, ancora non c’era la galleria. La serata era fresca e la veduta della valle bellissima, e dietro di noi i massicci contrafforti delle Alpi. Fra i giovani che incontrammo quella sera c’era uno scozzese dalla gran barba rossa. Veniva da Israele e aveva traversato Libano e Turchia  e poi tutti Balcani e tornava a casa. Avevo sempre una grande ammirazione per uno come lui: un vero autostoppisto. Mi parlò con entusiasmo del vero comunismo del kibbutz dove aveva lavorato per tre mesi. Poi si inferocì contro l’Unione Sovietica, la vera traditrice del comunismo. Poi ci fu che cominciò a cantare e mi sembrò giusto il mio intervento, quello era il luogo ideale per intonare “Addio Lugano bella &#8230;” di certo quegli anarchici eran passati per Biasca, almeno io volevo credere.</strong><strong> </strong><strong> </strong></p>
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<p><strong></p>
<div id="attachment_3017" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/1964-07-bellinzona-fausto-23.jpg"><img class="size-medium wp-image-3017" title="1964-07 Bellinzona - Fausto # 2" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/1964-07-bellinzona-fausto-23.jpg?w=200&#038;h=300" alt="" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Fausto a Bellinzona, luglio 1964</p></div>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Poi in quell’ostello feci un’altra scoperta: il gran lettone, ovvero avrei dormito in letto comune. Nella camerata non c’erano brande, ma un lungo tavolato che copriva tutta la lunghezza d’un muro. C’erano dei materassini simili a quelli di gomma gonfiabili da campeggio, che sembrano dei lunghi salamini attaccati. Poi quando ne presi uno per allienearlo con gli altri scoprii ch’era pesantissimo, non era di gomma e non era gonfiabila, ma di tela pesante e riempito di chicchi di grano. Avevo la mia coperta e quando mi sdraiai scopri che non erano niete male, i semini si muovevano e si adattavano all’anatomia del corpo. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Viaggiando s’impara.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Al mattino partimmo presto, volevamo esser per strada per fare l’autostop prima degli altri. C’è concorrenza fra gli autostoppisti. Uscimmo dal paese e ci posizionammo sperando che qualcuno ci prendesse: la destinazione della giornata era Zurigo, dopo aver fatto il San Gottardo ed esser sceso dall’altra parte. Ma si mise subito male, rimanemmo forse un’ora ad aspettare invano, m’arcordo solo che nessuno si fermava. Allora decidemmo di divederci: Giuliano si sarebbe avviato ed aspettato dietro la curva. Se un’anima gentile m’avesse dato un passaggio ero sicuro si sarebbe poi fermata per arcattare anche il mio amico. Se per qualche ragione ci fossimo separati decidemmo che l’appuntamento sarebbe stato all’ostello di  Zurigo. Questa era la mia ottimistica teoria. E Giuliano s’allontanò e sparì dietro la curva &#8230; e l’avrei arvisto al Borgo dopo più d’un mese.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non aspettai molto e d’improvviso comparve una gran macchina americana rossa, e miracolo: si fermò! Un distinto signore mi invitò a salire. Era una Chevrolet Malibu, ma perchè m’arcordo ancora quel nome? Semplice, per quattro o cinque ore sedetti in quella macchina e lessi quel nome sul cruscotto e mi sembrava cosi seducente. Poi per una strana circostanza della vita dieci dopo, qui negli Stati Uniti, ne ho avrei avuta una anch’io, anzi due. Quella era di certo una delle primissime in circolazione, infatti quello era stato il primo anno di produzione. E pensare che una era arrivata fino a Biasca per darmi un passaggio.  Ero contentessimo, il sedile era comodo ed ampio, specie per me abituato alla Cinquecento. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quando abbiamo girato la curva e contavo di vedere Giuliano e m’ero già preparato per fare il discorso perorando la causa dell’amico, scoprì che la strada era deserta, non c’era nessuno, era sparito, ma dove era andato? Ma forse aveva trovato un passaggio prima di me? </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quel signore mi disse che la sua destinazione era Basilea e se volevo sarei potuto andare con lui, solo che si doveva fermare per circa un ora in una cittadina lungo la strada. Quello si ch’era un passaggio favoloso: mi permetteva la traversata di tutta la Svizzera, dove non prevedevo di fermarmi, portandomi al confine della Germania e questo andava bene con il mio piano di raggiungere la Danimarca il più presto possibile.</strong><strong> </strong><strong> </strong></p>
<div><strong> </strong></div>
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<div><strong></strong></div>
<p><strong></p>
<div id="attachment_3019" class="wp-caption alignleft" style="width: 222px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/san-gottardo2.jpg"><img class="size-medium wp-image-3019" title="San Gottardo" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/san-gottardo2.jpg?w=212&#038;h=300" alt="" width="212" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">San Gottardo</p></div>
<p> </p>
<p></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>E così cominciammo la scalata del San Gottardo e ad ogni curva, e ce n’erano tante, molte di più che Bocca Trabaria, la vista delle Alpi diventava sempre più spettacolare. Ad un certo punto vedemmo al lato della strada un altro autostoppista ed il mio autista decise di prendere anche lui, ero uno studente danese. Io continuavo a pensare a Giuliano e a che cosa poteva esser successo ed al nostro promesso appuntamento all’ostello di Zurigo. Nel caso ci fossimo separati avevamo pianificato un ulteriore punto d’incontro a Francoforte, forse ci saremmo rivisti li. Poi pensavo che le nostre destinazioni eran differenti, lui voleva andare a Kassel ed io Copenhagen. Decisi d’andare a Basilea, quello era un passaggio da non perdere, da sfruttare in pieno.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Salendo cominciò a far freddo e dopo aver acceso il riscaldamento all’altezza del passo, nel pomeriggio provai l’emozione dell’aria condizionato quando riscendemmo a valle; dalle parti di Lucerna faceva molto caldo. Non ho gran ricordi del resto del viaggio, ci fu la fermata di cui aveva parlato, poi ci invitò anche a pranzo in una trattoria vicino ad un laghetto ed infine ci lasciò davanti alla porta dell’ostello di Basilea. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non m’arcordo molto di questa permanenza eccetto che con un fiorentino conosciuto all’ostello passai una giornata al porto fluviale sul Reno cercando invano di trovare un passaggio su una chiatta, sarebbe stato bello scendeva il fiume. Ma nessuno ci volle, dovevamo essere inscritti ad un sindacato.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>L’indomani partimmo prestissimo dall’ostello, forse erano le cinque. Una delle regole nel manuale dell’autostoppista dice di non cercare un passaggio in città: così prendemmo un tram direzione nord.  Arrivati il capolinea non c’era altro da fare che camminare per raggiungere il confine con la Germania che è alla periferia di Basilea. Camminammo lungo un gran viale alberato, totalmente deserto, non c’era proprio nessuno. Ad un crocevia trovammo un semaforo rosso e dopo aver visto che non c’era nessuna macchina in vista decidemmo di traversare la strada, non l’avessimo mai fatto! Una donna cominciò a berciare dal balcone d’una casa sull’angolo sgridandoci per quello che stavamo facendo. Io il tedesco non lo parlo, ma capii “rot” e non ci voleva molto per capire perchè s’era così arrabbiata. Avevamo commesso un’infrazione tremenda: avevamo traversato la strada col rosso! Avevamo rotto le regole del paese!</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Era l’ora di lasciare la Svizzera, anche se proprio un svizzero m’avevo dato il più bel passaggio della mia carriera.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Decidemmo di separarci dopo il confine, già c’era gente con il pollice alzato. Non m’arcordo che mi prese all’inizio e per la prima volta mi trovai in Germania, percorrendo la famosa autobahn voluto da Hitler, quella che speravo m’avrebbe portato fino ad Amburgo. Erano i tempi della Guerra Fredda e la Germania era ancora divisa e c’era il Muro di Berlino. Gli alleati, che poi credo fossero solo gli Americani, temevano sempre un improvviso attacco da parte dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati. All’improvviso vidi un lungo convoglio militare che correva lungo l’autostrada, e quello fu il primo di tanti che avrei visto nei giorni successivi. Qualcuno mi disse che questi convogli si muovevano in continuazione, ventiquattrore su ventiquattro, sempre protti a sventare un attacco a sorpresa. Quello che mi icuriosì era che sul tetto al centro della cabina c’era una botola e da questa spuntava un soldato con l’elmetto, in piedi al livello della vita, ed un gran binocolo che scrutava in tutte le direzieni e pronto a gridare: </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“The Russians are coming, the Russians are coming!”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Si mise a piovere e mi misi sotto un sottopassagio. Fra gli autostoppisti c’è la credenza che la pioggia porta fortuna. I passanti presi da compassione sono più proni ad affrir passaggi e forse c’è del vero. Non attesi molto ed una macchina con attaccata una roulotte si fermò, c’era una coppia che ritornava dalla vacanza a Rimini. Eran tutti contenti, l’Italia era il loro posto preferito e così via. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ad un certo punto una macchina ci superò lentamente, andava appena un po’ più veloce di noi. Io ero seduto dietro l’autista e con mia gran sorpresa, ed è dir poco, vidi nell’altra vettura l&#8217;inconfodibile profilo di Virgilio Castellini. Aprii il finestrino e cominciai a gesticolare per attirare la sua attenzione, intanto cercavo di spiegare ai miei aspiti che io lo conoscevo. Alla fine Virgilio si girò e immaginate la sua faccia, esterrefatto è dir poco! Ci fermammo nella corsia di sicurezza e quando scendemmo riconobbi anche Paolo Valentini, ch’era alla guida e mi sembra ci fosse un altro, ma non m’arcordo chi fosse. Mi dissero che andavano ad Amsterdam, forse avevano degli obbiettivi simili ai miei. Mi invitarono ma io decisi di continuare nella mia direzione.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Anche la coppia tedesca sembrava sorpresa e contenta per questo fortuito incontro e ci vollero assieme per farci la fotogrofia. Io questa non ce l’ho. Forse in un cassetto, in una casa lontana, c’è l’immagine di quattro Borghesi, al margine dell’autostrada nel mezzo della Germania, ma per chi la vede son solo degli sconosciuti.</strong><strong> </strong><strong>                                                                                                                          </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>PS: al mio ritorno il mistero della sparizione di Giuliano fu facile da risolvere: gli scappava la pipi e decise d’andare dietro un cespuglio proprio quando noi siam passati.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong>13 aprile 2011, Marblehead, MA USA                                                                                        </p>
<p style="text-align:left;"> <em>I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico Borghese. </em><em>Fausto Braganti       </em></p>
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<dl class="wp-caption aligncenter">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/malibu642.jpg"><img class="size-medium wp-image-3021" title="Malibu64" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/malibu642.jpg?w=300&#038;h=209" alt="" width="300" height="209" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Chevrolet Malibu 1964</dd>
</dl>
</div>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align:left;"><strong>Dato che nell’Internet c’è di tutto, ho trovato anche una Chevrolet Malibu rossa del 1964.</strong></div>
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			<media:title type="html">San Gottardo</media:title>
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		<title>95 M’Arcordo&#8230; quando me mettevo ’l pastrano.</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Apr 2011 11:53:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fausto Braganti</dc:creator>
				<category><![CDATA[M' Arcordo]]></category>

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		<description><![CDATA[A dir la verità il pastrano lo porto ancora, ma de rado. Diciamo che lo tiro fuori per le grandi occasioni. Ma torniamo indietro, come al solito. Il nonno Barbino aveva un cappotto nero e lungo a doppio petto, mi sembra con tanti bottoni ma lo metteva de rado, diciamo che anche per lui valeva [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=biturgus.wordpress.com&amp;blog=2355615&amp;post=2971&amp;subd=biturgus&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/163647_486680403617_654743617_5777712_8102130_n.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2972" title="163647_486680403617_654743617_5777712_8102130_n" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/163647_486680403617_654743617_5777712_8102130_n.jpg?w=240&#038;h=300" alt="" width="240" height="300" /></a>A dir la verità il pastrano lo porto ancora, ma de rado. Diciamo che lo tiro fuori per le grandi occasioni. Ma torniamo indietro, come al solito.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Il nonno Barbino aveva un cappotto nero e lungo a doppio petto, mi sembra con tanti bottoni ma lo metteva de rado, diciamo che anche per lui valeva la stessa regola: lo tirava fuori per le grandi occasioni. Ma poi quali fossero queste non lo saprei dire, forse i funerali d’inverno. Lui preferiva portare il pastrano, ma lo chiamava ‘l rotolò. Il termine più corretto dovrebbe essere mantello o anche mantella, Quella che poi  divenne famosa durante la Grande Guerra fu la mantellina, quella grigio verde che, assieme alle fascie mollettiere, divenne l’indumento caretteristico d’un inter’esercito.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> Il dimininuitivo non veniva dal fatto che fosse carina ma piuttosto da quello ch’era corta, forse per risparmiare la stoffa. Scorciandola anche d’un solo centimetro immaginate quanti soldi han fatto quelli che si accaparravano gli appalti delle divise. A questo proposito, anche se poi non c’entra niente colla storia del pastrano, tanto tempo fa conobbi a Boston un signore molto ricco e mi dissero anche che aveva il soprannome di Mr. Button (<em>sig. Bottone</em>).  Mi raccontarono poi che durante la seconda guerra mondiale aveva una fabbrica di camice per l’esercito ed aveva fatto i soldi riducendo il numero dei bottoni, aveva ampiato la distanza fra un asolo e l’altro: uno in meno per camicia, ma sarà vera?</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>A quei tempi ognuno, o quasi, sapeva quello che poteva indossare, quasi fosse una divisa. Infatti era tipico e solo dei signori di campagna, i possidenti, il cappotto di casentino arancione, quello foderato di verde e con il colletto di pelo di volpe e l’ultimo al Borgo che ricordo con tale indumento era il Benedetti.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Un altro termine è tabarro, credo sia molto più usato nel nord. Immagino vecchi contadini intabarrati sperduti nella nebbia del Polesine, un po’ come il nonno di Titta (Fellini) nel film Amarcord. C’è anche un’opera ad un atto di Puccini con tal nome</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Più classico, è la cappa. Vi ricordate? Ci sono i romanzi di “cappa e spada” e i Tre Moschettieri (che poi diventano quattro quando arriva D’Artagnan) sono gli eroi per eccellenza con il mantello svolazzante, ma poi non dimentichiamo Zorro. Ci sono i personaggi come Edmond Dantes che se da marinaio forse aveva una giacchetta corta e stretta e poi come Conte di Montecristo indossava solo un gran manteau della migliore stoffa, magari uno di quelli con una piccola sopramantellina che gli copre le spalle. Insomma ci son tanti mitici personaggi che non possiamo immaginare con un cappotto di loden. E come avrebbe fatto San Martino se avesse avuto indosso una giacca a vento?</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Il mantello a ruota è quello vero, quando si stende per terra forma un cerchio perfetto, completo. Non ci sono tagli che poi ricuciti formano le spalle, questi son fatti quando si vuole risparmiare la stoffa.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Credo che come capo di vestiario sia uno dei più antichi, essendo in fondo il più semplice, anche se poi si è evoluto nella perfezione del taglio, nella lunghezza, nella qualità della stoffa e negli elementi decorativi. C’era tutta una gamma di stili, si partiva da quello prezioso del papa per  arrivare a quello di panno grezzo del povero contadino che a sera lo buttava sul letto per farne una coperta in più. Oggi son rimasti quelli eleganti dei carabinieri, quando si mettono in alta montura, lunghi, neri e con la stoffa della fodera di raso rosso. Anche certi alti prelati della chiesa sfoggiano gran mantelli.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Quando ero ‘n citto picino ogni domenica mattina c’era sempre un gruppo d’omini che s’ardunavano ‘n piazza Torre di Berta, prima di pranzo e molti venivano dalla campagna vicina. I contadini lavoravono duro ed erano isolati nei loro poderi, questa era il momento che si incontravano, si scambiavano le idee e forse parlavan anche male dei padroni e dei fattori. Molti fumavano un mezzo toscano, altri la pipa e c’erano ancora quelli che l’avevano di coccio e quando era freddo si vedevano molti erano avvolti nei loro pastrani neri o grigio scuro.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ho un m’arcordo lontano lontano, forse venivo da scuola per tornare a casa, quando ancora si stava in via della Firenzuola, ed ho incontrato il nonno in piazza ed era tutto intabarrato con il cappello nero. Cominciava a piovere e lui mi chiamato;</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“Vieni sotto.” e mi coprì avvolgendomi  con un lembo del rotolò e mi accompagnò a casa. Camminavamo in silenzio ed io vedevo solo le sue scarpe e le pietre luccicose della strada bagnata e mi sentivo protetto, sicuro sotto il mantello del nonno.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Alla sua morte, ero ancora al liceo, ebbi in eredità il suo libretto di risparmo, una pipa “non canta la raganella”, una scatola di sigari toscani ed il suo mantello che fu messo da parte.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Ho già parlato della vita da studente a Firenze negli anni sessanta e dei goliardi che portavano il mantello. Fu allora che m’arcordai d’avere quello del nonno, o almeno così credevo. Andai a cercarlo in un vecchio baule in cantina e  scoprii che le tarme c’erano arrivate prima di me, era pieno di buchi, a brandelli;  per fortuna non avevano mangiate le borchie leonine e la catenella.  <a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/borchia-small.jpg"><img title="Borchia small" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/borchia-small.jpg?w=225&#038;h=300" alt="" width="225" height="300" /></a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Allora comincia la mia ricerca nelle bancarelle di surplus militare del mercato di San Lorenzo a Firenze, speravo forse di trovare almeno una mantellina grigioverde come quella che aveva Massimo Carlotti, era stata di suo nonno. Ma non trovai niente.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>In quegli anni (1963-’64) c’era un’anziana coppia d’ambulanti di stoffe che veniva al mercato del sabato a Sansepolcro, penso fossero romagnoli. Questi si piazzavano sempre il loro banco davanti al Palazzo Graziani e parcheggiavano la vecchia Balilla all’inizio di via del Buonumore. Quell’era l’ultima Balilla ch’abbia visto in circolazione, era il loro mezzo di trasporto e di lavoro e non un pezzo d’ammirare ai raduni di vetture d’epoca. Mi fermai per chiedere loro se avessero una mantellina della Grande Guerra.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>“No, no ce l’ho, ma ne ho un’altra, grigio scura.” Andò alla macchina e si mise a svuotarla, per ritrovarla in fondo a tutto, seppellita da panni di tutti i tipi. Me la diedero per pochi soldi, non c’era più nessuno che la comprava ed la stoffa era di qualità scadente, molto più leggera di quella del nonno, forse sarebbe meglio definirla cenciosa. La mamma mi attaccò le borchie leonine ed così cominciai ad andare in giro immantellato e non solo alle feste goliardiche ma anche al Borgo, come mi ha ricordato Marco Boninsegni e l&#8217;Anna del Piazzone.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Non mi m’arcordo, mica m’arcordo de tutto, chi mi disse come si portava un mantello. Non ci sono maniche quindi non c’è nulla da infilare, si poggia sulle spalle tirando il più possibile il lembi sul davanti, poi si prende quello sinistro con la mano destra e si tira in senso orario fino ad avvolgere tutto il corpo per riportarlo quasi sul davanti all’altezza dell’anca sinistra. Per assicurasi che rimanga al suo posto si infila l’ultimo angolo sotto la cintura dei calzoni. La spalla ed il braccio sinistro son ben stretti, ed ecco il momento del gran gesto, oserei dire melodrammatico, con la mano si prede il lembo destro e si lancia con un gran svolazzo sopra la spalla sinistra per farlo cadere nel di dietro sulla schiena e li dovrebbe rimanere.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Posso anche aggiungere che quel mantello fu un bell’investimento: piaceva alle ragazze. Al momento opportuno con quel gesto romantico lanciavo un lembo sulla spalla della potenziale conquista e l’avviluppavo, in fondo come mio nonno aveva fatto quella volta con me. Era una prova indicativa per capire come sarebbe andata a finire: se rimaneva sotto il mantello e magari ti abbracciava dal di dietro poggiando il braccio sul fianco mentre il mio si poggiava sulla sua spalla, c’erano buone speranze di successo. Se invece sortiva dall’abbraccio rimaneva solo un gesto galante senza cosequenze. Inoltre dato che appartenevo al Sacro e Privato Ordine del Cilindro portavo spesso anche la tuba. Ne avevo trovata una ad un mercatino a Firenze: era inglese di pelo di castoro, lucido e ben rasato, in ottime condizione e l’avevo pagato solo 1.000 lire, tre pranzi senza vino alla menza. Peccato che la tuba sia così passata di moda, era il cappello ideale per uno basso come me. In due sotto quell’ampio mantello, anche se si passeggiava per la strada, si trovava una sensazione d’intimità, e da cosa nasce cosa. Col tempo e l’esperienza si fanno le amare costatazioni dell’occasioni perdute. Devo ammetter che forse quel mantello non fu utilizzato al massimo delle sue potenzialità. Per dirla in maniera più semplice: ma quante volta sono stato proprio ‘n bischero!</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Debbo anche angiungere una storia del mi’ babbo, di quando usava il mantello d’un altro per fare le sue conquiste, diciamo di riflesso. Quando le ragazze erano in vena di fare nuovi incontri escivano in coppia, forse per farsi coraggio. Frequentavano quiei locali dove pensavono d’incontare “casualmente” qualcuno interssante. Son diventato troppo grande (per non dir vecchio) e da troppo fuori dal giro per sapere se questa regola vale ancora. Poi alla fine erano sempre loro quelle che decidevano se accettare o no la corte dei pretendenti. Questa regala è sempre valida, la donna sa sempre come andrà a finire molto prima dell’uomo e questo si deve accontentare solo della speranza.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Dopo queste divagazioni filosofiche torniamo al babbo. Negli anni trenta, quando era ancora scapolone, spesso andava a Firenze a trovare uno dei suoi migliori amici ch’era un ufficiale di cavalleria, non son sicuro che fosse ufficiale, ma di certo aveva un bellissimo ed elegante mantello azzurro, forze cucito da uno dei sarti dell’Unione Militare in piazza Strozzi. Assieme giravano per i caffè del centro, immagino sotto i portici e piazza Vittorio Emanuele, oggi della Repubblica. Non ho dettagli delle avventure dai due cacciatori, ma so che il mantello aveva un ruolo di primo piano nell’acchiappare la selvaggina, le ragazze eran ben disposte ad parlare coi due giovinotti. </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>L’amico morì, quando la guerra era già finita, si trovò dalla parte di quelli ch’avevano perso.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Finii l’università, era arrivata l’ora di diventar grandi. Presi decisioni che alla fine mi portarono in America e quando venne il momento di fare il baule capii che in fondo non mi potevo separe dal quel mantello cencioso, era parte della mia vita, anche se poi sapevo che ci sarebbero state ben poche occasioni per portarlo.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Durante una mia visita al Borgo (1983) e non m’arcordo per quale ragione mi misi a parlare con il mio amico Paolo Massi di mantalli e che mi sarebbe piaciuto trovarne uno o trovare un sarto che me lo cucisse. Penso che fu la Sora Ida, la su’ mamma, che sentendo la conversazione intervenne:</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> “Conosco una sarta a Celalba, dopo San Giustino, è brava e son sicura che ti può fare un vero mantello a ruota.”</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>La Sora Ida aveva ragione. Paolo mi trovò la stoffa, un panno pesante di loden grigio metallico e ce ne volle tanto. La sarta, sapendo che dovevo ripartire dopo pochi giorni, mi fece subito un bellissimo mantello e di sua iniziative ci angiunse anche un cappuccio attaccato con dei bottoni e facilmente rimovibile. Arrivato a casa a Marblehead attaccai le vecchie, ormai antiche, borchie leonine con la catenella, quello era il terzo mantello che servivano, considerando lo stile di certo militaresco, credo che prima di quello del nonno di mantelli ne avevano visti altri. Come ho detto all’inizio, lo metto di rado, in genere durante le feste di Natale e </strong><strong>magari quando c’è la neve e magari ad Halloween non perdo l’occasione per mettermi il cilindro, sembro più alto. Non credo d’esser cresciuto molto in questi ultimi anni, anzi al contrario penso d’essermi scorcito. Altre volte metto il tricorno con le piume rosse e blu, ancora mi piace giocare a fare D’Artagnan. </strong></p>
<p><div id="attachment_2974" class="wp-caption alignleft" style="width: 234px"><a href="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/20101031_001-pascale-small.jpg"><img class="size-medium wp-image-2974 " title="20101031_001 Pascale small" src="http://biturgus.files.wordpress.com/2011/04/20101031_001-pascale-small.jpg?w=224&#038;h=300" alt="" width="224" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Pascale, la mancina intabarrata</p></div>
<p style="text-align:left;"><strong>E per finire: guardate come Pascale si è avvolta nel mantello, avete notato ch’è mancina? </strong><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>Mia figlia Tanya ha colto al volo la foto di quel misteriosa personaggio che compare all’inizio della storia. Non ha scattato la foto a Venezia, ma bensì a New York, lo scorso gennaio, quando cominciava a nevicare.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong>In uno dei primi M’Arcordo&#8230; quello in cui ho parlato dell’avventurose spedizioni a Montecasale c’è una nostra fotografia da intabarrati.</strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong><a href="http://biturgus.wordpress.com/2008/06/29/08-m'-arcordo-quando-s'-andava-a-montecasale/">http://biturgus.wordpress.com/2008/06/29/08-m’-arcordo-quando-s’-andava-a-montecasale/</a></strong></p>
<p style="text-align:left;"><strong> </strong>3 aprile 2011, Marblehead, MA USA                                                                                         </p>
<p style="text-align:left;"> <em>I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! </em><em>Fausto Braganti       </em></p>
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