50 M’Arcordo… chi s’arcordava (’l mi’ babbo) de la Libia.

Io in Libia non ci so’ mai stato. L’altr’estate ci so’ stato vicino, a Siwa, ufficialmente in Egitto, ma gli egiziani stessi chiamano quella parte il Deserto della Libia. Ero vicino al confine a pochi chilometri da Giarrabub.

Ho sentito tante storie, le più importanti per me quelle del mi’ babbo. Ho conosciuto tanta gente che c’é stata ed anche alcuni che ci son nati, quelli che ci han fatto la guerra, cominciando da quella dell’ ’11 e quelli che ci hanno vissuto. Ho lavorato all’Alitalia di Boston con tutto un gruppo di “Tripolini” siciliani, venuti in America verso il 1960. Ne ho sentito tanto parlare, che certe volte me sembra d’esserci stato per davvero. Luciano, uno dei miei capi all’Alitalia, poi mio grande amico c’era nato. Suo padre aveva conosciuto benissimo Italo Balbo. Un giorno spero d’andarci e fare in macchina da Tripoli a Bengasi, poi magari andare anche nel sud, nel Fezzan.

In un altro M’Arcordo (16mo… quello di quando s’andava a veglia) ho giá detto che nel 1924 i giovani di leva di Sansepolcro furono mandati in Libia, per punizione, i loro genitori avevano votato socialista,  e così partì anche ‘l mi babbo. La nonna Vittoria, la su’ mamma, per prepararlo alle durezze del servizio militare, non gli aveva messo ‘l prete con lo scaldino nel letto per diversi inverni.

“Che beffa!” diceva ‘l babbo “Ho sofferto tanto freddo e poi son finito in Africa.”

Di cimeli della Libia ce son ben pochi in casa. C’é una storia, ma chissá se anche questa sia vera,  che quando il babbo ritornò, allora abitavano alla Fonte Secca, all’inizio di via del Petreto, sempre la nonna Vittoria lo fece spogliare fori dell’uscio, prima d’entrare in casa. Fu mandato subito a farsi un bagno bollentissimo e la divisa fu bruciata nel cortile, incluso il casco coloniale. Lei non voleva pidocchi e piattole in casa. Peccato, quello mi manca nella mia collezione di cappelli! Ho solo un frustino per cavalli, una sacchetta di pelle per il tabacco ed un bocchino d’avorio.

 

 

 

C’era anche una piccola collezione di cartoline francesi erotiche, si fa per dire, di ragazze arabe seminude, che il babbo teneva nascoste nel cassetto del comodino. Ci doveva essere un bel traffico di queste immagini di bellezze esotiche che veniva dalla Tunisia. Quando i miei s’accorsero che io le avevo scoperte e le studiavo attentamente con curiositá, forse avevo cinque o sei anni, le fecero sparire. Peccato, ho scoperto che oggi valgono molto nel mercato dell’antiquarato. Ne son sopravvisute due o tre.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale il governo italiano, alle prese con il fronte con l’Austria, aveva deciso d’abbandonare la Libia, aveva bisogno di tutte le truppe disponibile per sostenere la guerra in casa. Avevano tenuto solo Tripoli e Bengasi, mentre il resto era stato ripreso, con l’aiuto della Turchia e della Germania, dai ribelli, come li chiamavamo noi, sostenitori del Gran Senusso. Ci fu poi una campagna di riconquista, poco conosciuta, che iniziò nel 1922. L’obbiettivo era quello di raggiungere, lungo la costa mediterranea, Bengasi e verso sud per rioccupare il Fezzan.  In questo contesto Misurata, locata sulla costa mediterranea, era importante. Era una testa di ponte dove si organizzavano le operazioni per riconquistare i territori perduti.

’l mi babbo, dopo un breve periodo a Tripoli, fece “carriera”, lui aveva fatto le scuole tecniche, e per quei tempi era quasi una gran cosa. In poco tempo divenne caporal maggiore e fu spedito a Misurata Marina e dal nome si capisce che era vicina al mare. Uno del Borgo, che aveva dato un calcio ad un arabo che si era chinato per terra per la preghiera, fu punito e mandato con una carovana nel Fezzan, il deserto nel sud, a lá morì.

“Non si danno i calci agli arabi che pregano.” Diceva ‘l babbo “Porta male.”

Misurata era stata ripresa da non molto, era un porto strategico importante, da dove le truppe del Senusso avevano ricevuto i loro rifornimenti.  Fu messo in furieria e teneva l’amministrazione, responsabile dei rifornimenti e dei magazzini: tranquillo lavoro d’ufficio nella maggioranza dei casi, almeno in questa prima parte del suo servizio, e non gli mancava niente. Mi affascinava l’idea che lui era quello che ingaggiva i cammellieri per il trasporto delle salmerie. Volevo credere che ‘l mio babbo fosse un grande esperto di cammelli. Ho sempre sentito raccontare che in due anni sparó un solo colpo di fucile, a casaccio nel buio, una notte in cui pensarono d’essere attaccati, ma forse erano solo dei cani randagi, diceva lui.  

‘l babbo stava in ufficio con i suoi libroni e faceva finta d’esser un ragioniere. Le truppe combattenti. quelli che andavano in prima linea, guidate da ufficiali italiani, erano gli Ascari, truppe di colore, quasi tutti eritrei cristiani contenti di combattere contro i mussulmani infedeli e d’esser anche pagati per questo. Non era del tutto solo, con lui c’era anche un altro Borghese, il Comanducci del Petreto, il podere fra il cimitero e la Madonnina del Latte, quella che oggi é la villa del Boninsegni. Era conosciuto con il soprannome Pacchjino (voi Borghesi sapete come pronunciarlo). Non mi ricordo come si chiamasse di nome.

Nei caldi pomeriggi africani faceva un pisolino e poi spesso a cavallo correva lungo la spiaggia sabbiosa vicino al mare. E pensare che fino a pochi mesi prima aveva visto solo l’Afra ed il Tevere. Ancora non aveva imparato a nuotare, sapeva fare il morto e galleggiava, rimanendo vicinissimo alla riva. Fu proprio in uno di questi pomeriggi che rientrando a cavallo verso la caserma cominció a sentir un gran freddo. Poi cominciarono i brividi, quando si sdraió sulla sua branda bubbolava. Lo portarono subito all’infermeria e poi all’ospedale. Venne il medico: aveva preso il tifo. Ce n’erano giá stati molti casi e alcuni erano morti. In poche ore la febbre divenne altissima e delirava. Il babbo mi raccontava che si era convinto che sarebbe morto, sperduto e senza gloria, lontano dai suoi e dal Borgo.  Non si era mai dimenticato il nome del suo dottore, il Dott. Trepiccioni, responsabile di quell’ospedale. Quel nome mi sembrava tanto buffo,. Il Pacchjino lo andava a trovare e cercava di fargli coraggio. La febbre continuava ad essere altissima ed il medico decise che doveva fare il bagno col ghiaccio. Questa parte della storia mi faceva venire i brividi. Ma poi il bagno non lo fece, ebbe un’emorragia e lo diedero per morto, e gli tirarono su il lenzuolo sopra la testa. E lui era tanto debole che non poteva parlare o muoversi. Quando riprese coscienza cominció a temere che l’avrebbero sepolto vivo. Vennero degli infermieri per portarlo via e fu proprio uno di questi che si accorse che aveva battuto un ciglio e gridó:

“Ma questo é vivo!” e così ‘l babbo si salvó, pensavo io. A questo punto della storia io ero tutto contento che non era morto, altrimenti io non ci sarei stato. Passarono giorni e lentamente si riprese, aveva solo vent’anni ed aveva l’energia per guarire. ‘l Pacchjino, suo vicino de casa, anche se quando erano al Borgo non si frequentavano, andava sempre a trovarlo. ‘l babbo aggiungeva che era un tipo silezioso, si sedeva accanto al letto e stava zitto. Alla fine fu dimesso e fu deciso di rimandarlo in Italia in convalescanza, era ancora debole ed aveva perduto molto peso.

Il giorno prima di partire ‘l Pacchjino l’andó a trovare:

“Renato domani parti, s’artorni al Borgo dopo l’ospedale, vai a salutare i miei e digli che sto bene.”

“Certo, certo, li vado subito a trovare.”

“Stasera se va a cena al ristorante.”

A Misurata c’era un buon ristorante dove ci andavano gli ufficiali.

“Al ristorante?” domandó sorpreso ‘l babbo “Ma chi ce l’ha i soldi?”

“I soldi ce l’ho io, ‘n te preoccupare. Prima se mangia e poi te l’arconto come l’ho guadagnati.”

E cosi andarono a cena e mangiarono benissimo. Poi venne la storia di come aveva fatto i soldi.

“Alora, quando stavi tanto male, tutti dicevano che saresti morto e me dispiaceva tanto. Me dispiaceva anche, l’hai visto ‘l cimitero? che se uno more miquì fanno ‘na buca ‘n terra e ce lo buttono d’entro, senza neanche la cassa. Alora ho deciso de fare ‘na tomba per te. Ho trovato ‘n po’ di mattoni e de pietre e ho preparato un tombino. Poi in magazzino ho fregato un po’ d’assi e ho fatto ‘na cassa da morto. E poi, per fortuna, te ‘n si morto e io so armasto con ‘na cassa e un tombino.”

Cerco d’immaginare la faccia del mi’ babbo quando sentiva ‘sta storia, e ‘n’era manco finita.

“Poi è morto ‘n tenente, anche lui aveva preso ‘l tifo. C’era ‘n capitano furioso per come seppelivano i morti, io me so’ presentato e gli ho detto che c’ivo ‘na tomba e ‘na cassa da morto ch’ivo fatto pe’ ‘n amico, che ‘n’era più morto e che gliela davo. E lui grato pe’ ‘l mi’  gesto, m’ha voluto dare venti lire. Io prima ‘n li volevo, mo poi l’ho presi. Ho pensato che qu’i soldi ‘n erano manco i mii, ma i tui. Ma ‘n teli potevo mica dere, e ch’era meglio mangiasseli e belli, magari al ristorante.”

‘l babbo tornò in Italia e sperava di rimanerci, ma dopo la convalescenza lo rimandarono in Libia, ma questa è un’altra storia, forse.

Spesso quando si incontrava ‘l Pacchjino per la via il babbo faceva ‘na battuta:

“Ecco il mio becchino!” oppure “Noi se mangiato coi soldi de la mi’ cassa da morto!”

Ed io pensavo che era vero: era proprio lui quello che aveva fatto ‘na cassa da morto per ‘l mi’ babbo e ridacchiavo.

‘sta storia me piaceva tanto e sempre chiedevo al babbo d’arcotammela ‘n’altra volta anche se la sapevo a memoria.

 

Agli inizi degli anni trenta ‘l babbo fu richiamato in servizio per fare le Grandi Manovre. Queste si svolsero nell’Appennino marchigiano dall’altra parte di Monte Nerone. Il babbo si fece male ad un piede e lo portarono in ospedale ed il medico curante severessimo, che rimandava in linea tutti quanti, si chiamava Dott. Trepiccioni. Il babbo lo riconobbe, si misero a parlare della Libia, di Misurata ed il dottore si raddolcì … e lo mandò a casa.

 

20 marzo 2009, Marblehead, MA USA   

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

 

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Ragazze Beduine

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