59 M’arcordo… la Sig.na P. ed il 4 luglio del 1970.

Luglio 2, 2009 di biturgus

Il 4 luglio del 1970 era un sabato ed ero al Borgo con Nancy in attesa del mio visto per andare negli Stati Uniti. Eravamo arrivati da Londra solo due settimane prima.  I giorni passavano lenti ed ero un po’ nervoso di fronte al grande enigma di quella che sarebbe stata la mia nuova vita. Aspettavo una telefonata che non arrivava dal consolato americano di Genova. Ma questa è un’altra storia.

La Sig.na P., una anziana amica del babbo, abitava in un palazzo che odorava di vecchio, assieme ai suoi ricordi e ad una dama di compagnia che non era una badante. Credo fosse laureata in giurisprudenza, ma ormai era in pensione da anni, rimaneva quasi sempre in casa. Si diceva che avesse un grandissima biblioteca con libri raccolti dal padre, anche lui avvocato; poi anche lei aveva contribuito ad arricchirla. Il babbo diceva che era una donna intelligente, istruita ed una buona scrittrice, l’unico problema era, continuava a dire:

 “Se ti blocca per la via e ti comincia a parlare sei finito, ti prende prigioniero e non è facile sgancirsi, anzi a volte è un impresa impossibile.”

Dopo la morte di mio padre in qualche modo l’avevo sostituito nell’amicizia e quando la Sig.na P. scopriva che mi trovavo al Borgo, mi telefonava. Le sue telefonate erano kilometriche. Ma c’era un lato positivo: parlava con arguzia quasi sembre di argomenti interessanti, di politica, di costume e sopratutto di memorie. Spesso mi confermava che avevo fatto benissimo ad andarmene dal Borgo. E si lamentava di non averlo fatto anche lei, quando era giovane.

“Mio padre” aggiungeva “uomo moderno, un vero positivista, di ampie vedute mi aveva mandato all’universitá quando pochissime donne ci andavano, all’inizio del secolo. Ma poi nella vita privata, in famiglia, mi teneva prigioniera come fossimo nel medioevo.”

Fu felicissima quando apprese che mi ero sposato con un’americana e che mi stavo preparando per trasferirmi negli gli Stati Uniti, lei c’era stata negli anni trenta.

Proprio in quei giorni ricevemmo un formale invito per andare a prendere il te da lei. Voleva conoscere Nancy e, come diceva lei, sperava di parlare un po’ d’inglese, prima che se lo dimenticasse:

“Il mio inglese si sta arrugginendo.”

Arrivò il pomeriggio del 4 luglio e con un bel mazzo di fiori ci presentammo alla sua porta all’ora convenuta. La sua dama di compagnia ci venne ad aprire. Salimmo la vecchia scala dai grandi gradini di pietra levigata da secoli di passi. La casa era fresca ed aveva quel leggero odore d’antico, cosi tipico, che sa un po’ di muffa, un odore che non si dimentica mai. Poi, dopo un corridoio, entrammo nel salotto stracarico di mobili dove, seduta in una poltrona, lei ci attendeva. Ed ecco la sorpresa. La stanza era tutto decorata con festoni di carta rosso e blu che si incrociavano dal soffito sul lampadario. Poi c’erano nastri, fiocchi degli stessi colori un po’ dappertutto.

Nancy ed io fummo sorpresi per dir poco.

“Happy 4th of July!” Esclamò felice venendoci incontro ed abbracciandoci con calore.

“This is great day! Not only for America, but for all of us! I want to celebrate with you. And you are a real American!” rivolgendosi a mia moglie.

Nancy era forse anche più sorpresa di me. Lei, americana, non si era ricordata che era il 4 luglio, ed ora, proprio a Sansepolcro c’era chi aveva colmato la lacuna.

Negli Stati ci sono due grandi feste, chiamiamole intimamente americane, “The 4th of July” e “Thanksgiving”, ma io questo ancora non lo sapevo e tanto meno ne capivo l’importanza. Anche se son nate con una connotazione politica-religiosa, in realtá son feste da celebrare e passare in famiglia, e sempre con gran mangiate.

Il tè fu servito e la Sig.na P. continuò a parlare solo in Inglese e non solo per far pratica ma anche perchè la sua dama non lo capiva. E così, senza gran preamboli, ci raccontò la storia del suo grande amore.

Durante la Prima Guerra Mondiale, poco più che ventenne, era partita volontaria come infermiera. In questo modo aveva rotto almeno per un po’ l’oppressiva tutela del babbo. Il suo ospedale non lontano dal fronte era vicino ad un aereoporto, da dove si levavano in continuazione gli aerei che partivano per le loro pericolose missioni. Erano quegli arei dall’elica di legno e dalle ali di tela con il pilota seduto nel miniabitacolo scoperto. E fu proprio li che lei incontrò l’amore della sua vita, un pilota americano, bello, alto e biondo, come volle precisare. Quello fu un grande amore, pieno di passione, esasperato perchè in ogni incontro c’era la paura che potesse essere l’ultimo.

Lei conosceva i colori del suo aereo e lo seguiva con ansia ogni volta che lo vedeva decollare per poi sparire nel cielo per compiere una missione. Il panico l’assaliva: sarebbe ritornato? Poi rivedeva quei colori ritornare e lei era infinitamente felice.

“La paura della morte rafforza l’amore come nient’altro!”

Nel raccontarci la storia lei lo chiamava per nome, ma questo non me lo ricordo.

Poi venne the 4th of July, forse del 1918, ed il nostro eroe prima di partire le chiese di aspettarlo al ritorno, se le fosse stato possibile nello spiazzo nel davanti dell’ospedale. E lei l’attese con ansia. Riconobbe l’aereo da lontano e fu pervasa da tanta felicitá:

“Era vivo, era vivo!”

L’aereo non si diresse verso la pista d’atterraggio ma verso l’ospedale, verso di lei, in piedi nel mezzo del piazzale. Fece dei giri concentrici cercando d’abbassarsi il più possibile e poi infine, quando lei poteva vederlo benissimo si protese fuori dell’abitacolo e le lanciò un mazzo di rose rosse, legate con un nastro blu.  Mi son sempre domandato, ma dove l’aveva trovate?

La sua voce tremava nel raccontarci la storia e potevo vedere che Nancy era commassa e lo ero anch’io.

E la guerra finì, e l’eroe tornò in America e lei al Borgo. Lui, e lei lo sapeva, era giá fidanzato e dopo non molto si sposò. Rimasero in corrispondenza e circa dopo vent’anni lei andò in America per incontrarlo. Ci parlò molto degli Stati Uniti di prima della guerra, del suo viaggio in aereo all’interno del paese, ma non ci disse molto dell’incontro.

Lei non si sposò mai.

Poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale anche al Borgo. E con questa arrivarono gli Americani ed un giorno nel settembre del 1944 un colonnello dell’American Air Force si presentò alla sua porta: era lui. E quella fu l’ultima volta che lo vide. Non ci diede dettagli di quest’incontro, solo che rimase alcuni giorni,

Dopo la morte della moglie il vecchio pilota confessò alla figlia questo suo grande amore perduto e questa a sua volta volle conoscere, almeno per lettera, la Sig.na P. Nel 1970, al tempo di questa storia, queste due ancora si scrivevano, molt’anni dopo la morte di lui. Poi venne l’ora d’andare e lei mi regalò un orario della NorthWest Airline del giugno del 1938, reliquia di quel suo lontano viaggio. Quando fummo sulla porta prese Nancy per un braccio e la trattenne per un po’ parlandole sottovoce.

Sky Zephyr aircraft small

Quando fummo per strada Nancy mi disse che le aveva mostrato una foto del suo grande amore, tirandola fuori da un libro che teneva sottobraccio. Era proprio come un pilota della Prima Guerra Mondiale doveva essere: in piedi, alto e fiero accanto al suo aereo dall’elica di legno, con grandi stivali, pantaloni a sbuffo, il casco di cuoio e gli occhialoni tirati su sulla fronte ed una gran sciarpa bianca intorno al collo.

“L’amore vero dura tutta la vita!” le sussurrò prima di lasciarla.

Non so perchè non me lo fece vedere, forse era stata timida con me.

La rividi poc’anni dopo, forse nel 1973; le feci una breve visita, era molto malata, non mi disse molto, aveva difficoltá a parlare. Mi consegnò una lettera per la figlia del pilota, voleva che l’imbucassi io in America. Non si fideva delle poste italiane, voleva esser sicura che arrivasse, sapeva che era l’ultima che le mandava. Appresi poi che morì poco tempo dopo.

Ecco come celebrai per la prima volta the 4th of July e lo feci al Borgo.

Ogni anno immacabilmente secondo le tradizioni facciamo un barbacue e beviamo birra ed in serata andiamo a vedere i fuochi d’artificio che si illuminano sul porto pienissimo di barche. In fondo è una gran festa, l’eco di quella Dichiarazione d’Indipendenza col tempo, con la Rivoluzione Francese e con tutte le sue consequenze arrivò fin da noi al Borgo e ci ha indicato il valore della libertá.

Ogni anno penso alla Sig.na P., al suo pilota di cui ho dimentica il nome ed a quel gran mazzo di rose rosse che scende dal cielo ed i miei occhi si caricano di lacrime che poi non calano.

“Happy 4th of July, Signorina P.!”

 PS: e come mi ha giustamente ricordato l’amico Rinaldo e’ anche l’anniversario della nascita di Garibaldi. Che strana coincidenza e’ nato il giono della festa americana ed e’ morto il 2 giugno, Festa della Repubblica.

2 luglio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

 

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

58 M’Arcordo… ‘sta volta gnente. Moh smetto, almeno per un po’!

Maggio 23, 2009 di biturgus

Alora me sa ch’é l’ora de smettere.

Se s’era a veglia v’avrei detto:

“Oh citti! So’ stracco, sa di’ d’anda’ a dormi’. Moh ve saluto e se ho voglia ve n’arconto de più ‘n’altra volta.”

Ma ‘n so quando sará ‘n’antra volta.

 Cominciai a scrivere i “M’arcordo” a marzo dell’anno scorso (2008), ed i primi furono pubblicati nel Ghiozzo e doveva essere un piccolo progetto, ma poi m’ha preso la mano. Verso la metá giugno cominciai a raccoglierli nel blog di Biturgus. Col tempo speravo di imparare e farlo graficamente più facile da navigare e gradevole da vedere, ma non ci son riuscito. Scusatemi.

É stata nell’insieme un’ottima esperienza, grazie proprio a tanti di voi che mi avete seguito. Con questi scritti, dopo aver resuscitato tanti morti, ho ritrovato vecchi amici e ne ho fatti di nuovi. Molti mi hanno incoraggiato, altri aiutato a correggere le mie inesattezze, altri ancora hanno scritto i loro “M’arcordo”. Ho persino ritrovato la mia Vespa, o meglio Il Vespone. Grazie Stefano!

Credo che sia giunta l’ora di smettere, prima che diventi troppo prolisso e noioso. Sono arrivato al punto che non m’arcordo se una storia l’ho giá detta o no. E questo non é un buon segno. Di “M’arcordi” iniziati e poi mai finiti ce ne sono almeno una ventina; forse, se all’improvviso “me scappa ‘n M’arcordo” corro e lo scrivo, ma per adesso ve l’ardico:

“Ora basta!”

 Il blog Biturgus rimane attivo.

 Ho in mente due progetti e spero d’essere abbastanza organizzato da poterci lavorare in contemporanea.

 Ho intenzione di riordinare, rivedere, sviluppare, tagliare i miei “M’Arcordo” per poi farne un libro. C’é chi me ha fatto giá una copia bella e rilegata d’una buona parte di quelli usciti nel blog. Grazie Marcello!

 Inoltre, e a questo spero di dedicare più tempo, voglio scivere un romanzo. Lo so, anche io sono uno di quelli che andando quasi in pensione vuole scrivere, forse noi “scrittori” siamo di più di quelli che si chiamano “lettori”. Come a suo tempo ho giá accennato ad alcuni si tratterebbe d’una storia diciamo polizziesca, con spunti erotici (il sesso interessa sempre, dovresti vedere quanti sono quelli che leggono il “M’Arcordo” delle giarrettiere! Sta battendo quello della “Vespa ritrovata”).

 La Storia:

Il protagonista, dopo quarant’anni di lontananza ritorna in Italia (dalle nostre parti) per aiutare un suo vecchio amico a dirigere un agriturismo di lusso. E qui comincia una nuova vita ed una serie d’avventure. Inevitabile pensare che la storia possa essere in parte autobiagrafica, ma lo sará solo marginalmente. Il nostro eroe Luca, come altri personaggi e luoghi, sará la somma di varie persone vere ed immaginate. Il tutto si svilupperá in bilico fra la ricerca di ritrovare il suo lontano passato e la realtá d’una nuova vita dal ritmo sconosciuto.

Formato:  

Ho pensato di scrivere nel formato del romanzo epistolare, dove la storia si sviluppa attravarso le lettere e diarii dei varii personaggi coinvolti, il primo che mi viene in mente e’ Dracula di Stoker. Poi per aggregarrmi ai grandi non posso non citare Foscolo e Goethe. La storia sará narrata come in un mosaico dove le tessere non saranno solo lettere e diari ma anche i nuovi metodi di comunicazione, come e-mails, blogs, e se ci sara’ bisogno, anche instant messages col telefonino.

Distribuzione:

L’obbiettivo finale é quello farne un libro. Per inizziare penso di pubblicarlo a puntate in un blog, una specie di feuilleton elettronico settimanale.

Vedremo. L’obbietivo é fare uscire il primo capitolo verso settembre. Poi vedremo se vale la pena di farne un libro.

 V’arcordate la proposta de la Marcia Garibaldina (23mo M’Arcordo)? http://biturgus.wordpress.com/23-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6%e2%80%a6-no-%e2%80%98sta-volta-se-pensa-al-futuro/

 

Bandiera della Repubblica Romana (1849)

Bandiera della Repubblica Romana (1849)

Bene, se fará, anche se in formato ridotto. Lo scorso marzo ho fatto un giro per studiare il tracciato, molte cose son cambiate in 160 anni. Il tracciato da Castiglion Fiorentino ad Arezzo non é quello dei tempi di Garibaldi. La strada è stretta e i camion son più pericolosi degli inseguitori austriaci che lo braccavabo. Arezzo stesso, con tutti gli sviluppi urbani intorno alle mura non ha quasi nulla di quei tempi.  Camminare lungo valle della Sovara,con sopra di noi i viadotti della nuova superstrada non offre un bel paesaggio. Alora se ‘ncomicia quasi a Monterchi, dove comincia la strada per Citerna.  

 Detto questo, ecco il nuovo programma, da finalizzare nei dettagli.

 Venerdi 24 luglio, 2009. Monterchi – Citerna (circa km.4.00)                         ore 16.00: Adunata al bivio della via che sale verso Citerna.

 Sabato 25 luglio, 2009. Citerna – Sangiustino (circa km.11.00)                       ore 8.00: Adunata alla porta di Citerna. Si scende verso Pistrino per per raggiungere San Giustino. Qui in piazza, davanti al Bar del Belloni, verso le 12:00 incontreremo anche quelli che non hanno camminato. Momento culminate della Marcia. Contiamo i rappresentanti di varie associazioni e anche una banda musicale. Secondo i racconti tramandati, le donne di San Giustino prepararono il pane per i Garibaldini, si dice che fossero ancora circa 2000. Non c’era tempo di far lievitare il pane, e gli affamati si dovettero accontentare delle ciaccie. Sembra la storia di Mosè che lascia l’Egitto! I Sangiustinesi ci offriranno le ciaccie

 Domenica 26 luglio, 2009. San Giustino – Bocca Trabaria (circa km 16.00)             ore 8.00: Adunata in piazza a San Giustino e si comincia la parte di dura della Marcia. Stiamo allestendo uno spuntino verso la Casa Cantoniera, quella con la lapide che ricorda il passaggio.

 Si dice che Garibaldi fece buona parte di questo percorso in carrozza, faceva compagnia ed aiutava Anita incinta e malatissima. Come si sa questa morirá pochi giorni dopo in una capannuccia nelle Paludi di Comacchio.

 Spero che questa marcia possa divenire un evento annuale…

 E per finire sapete che il prossimo maggio sará il 150simo anniversario della Spedizione dei Mille? Il revisionismo dei nordisti della Lega dimentica che la grandissima maggioranza dei Mille erano proprio delle loro parti.

Allora, dopo aver visto i risultati della marcia di quest’estate, mi é venuta un’idea, ancora al livello di larva, di fare una passeggiata, si una passeggiata, da Marsala a Caltafimi. Vedremo.

 23 maggio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

57a M’Arcordo… un m’arcordo de Tonino de la Pieve Vecchia.

Maggio 13, 2009 di biturgus

Tonino, il mio biscugino Antonio Antonelli (26 ottobre 1922 – 8 maggio 2009), é morto e sono triste, molto triste. É lui quel Tonino, di cui solo poche settimane fa ho parlato nel ”M’Arcordo” della caccia, é lui quello di cui scrivo nel mio pensierino della terza elementare pronosticando che non ammazzerá nessuna lepre. Io volevo che ‘l mi’ babbo fosse più bravo di lui. Aveva quasi 87 anni. Sua nonna, Assunta Braganti, era la sorella di mio nonno Luigi, meglio conosciuto come il Barbino. Suo figlio Franco non solo é mio parente, é anche mio amico.

Pascale, mia moglie, mi ha detto abbracciandomi apprendendo la notizia:

“In questo triste momento ci possiamo consolare sapendo che ha avuto una morte serena. É morto in casa sua, curato fino alla fine con l’affetto e l’amore dei suoi cari. Credimi, oggi questo non succede a molti.”

M’arcordo benissimo la prima volta che ho visto Tonino, era il 15 settembre del 1945. Quel pomeriggio ‘l babbo é tornato a casa di corsa e gridava contento.

“É tornato Tonino! É tornato Tonino!”

Fra le mie più lontane memorie c’é quella del cugino Tonino prigioniero in Germania, e non sapevo dove o che cosa fosse. M’arcordo dei tanti rosari che la zi’ Sunta, sua nonna, ci faceva dire per il ritorno del nipote. Le sue preghiere furono ascoltate e Tonino artornò!

Io seduto in canna della bicicletta del babbo, seguiti a ruota dalla mamma, siam corsi alla Pieve Vecchia, per vederlo. La Pieve Vecchia era un podere oltre il cimitero, acanto a Colaccia, dove abitavano i nostri parenti, gli Antonelli. Oggi in quella casa c’é l’Oroscopo, dove c’e la pizzeria c’era il seccatoio, ma di questa ne parleró ‘n’altra volta.

Lo vedo ancora seduto alla fine della lunga tavola della sala da pranzo che mangiava, sembrava affamato. Forse era quello il suo primo vero pasto dopo due anni di prigionia. 

Nel novembre del 2007 ho raccolto un breve m’arcordo di Tonino della sua guerra e prigionia. Lo scrissi in terza persona, come una cronaca ed i miei interventi sono minimi.

 Tonino e Fausto, la sera che ha raccontato la storia

Tonino e Fausto: anche questa foto fu fatta quel giorno.

 ”La cartolina per Tonino arrivò nel marzo del 1941, aveva 18 anni e mezzo. Non andò lontano, 4 batteria del 126 artiglieria a Rimini. Gli andò bene, nell’estate del ’41, mentre tanti altri partivano per la Russia o per il Nord Africa, lui in treno fu spedito a Bari. Dopo alcuni giorni si imbarcó nel “Principe di Piemonte”, traversò l’Adriatico per sbarcare nel porto delle Bocche di Cattaro (Boka Kotorska) nel Montenegro. Durante la traversata, verso le due di notte, fu avvistato un sottomarino inglese. Fecero indossare il salvagente a tutti ed era freddo mentre il prete diceva la messa sul ponte. Non ci fu nessun attacco ed al mattino arrivarono a destinazione, ma perché la nave era grande non poteva attraccare, quindi furono trasbordati a terra con dei battelli.

Le Bocche di Cattaro (Kotar)
Le Bocche di Cattaro (Kotar)

Ci fu uno smistamento e lui fu aggregato al 156 reggimento artiglieria di stanza a Persano (Perzagno) a circa 4 kilometri dal porto. Erano accampati sotto le tende e soffrì tanto fretto durante l’inverno ’41-’42. In conpenso era una zona tranquilla ed avevano buoni rapporti con la popolazione locale, forse perché la regina Elena era montenegrina (?).

All’inizio dell’estate (’42) riuscì ad ottenere una licenza. Risalendo lungo la costa dalmata, Ragusa, Spalato, Zara, in battello e viaggiando solo di giorno, raggiunse Fiume, dove fu anche disinfestato. Da quì in treno arrivò al Borgo, in tempo per lavorare nei campi. Finita la licenza ripartì facendo lo stesso viaggio al contrario fino alla sua posizione. La zona era tranquilla, ancora si sentiva fortunato di non essere ne in Russia, ne in Libia.

La sua responsabilitá era quella di fare la spesa viveri la mattina, e per questo prendeva il battello ed andava al mercato di Cattaro e gli piaceva girare per la cittá. Il battello ripartiva verso l’una. Una volta andó all’ospedale a trovare un commilitone del Borgo di soprannome Pastina (quello che poi aveva un banchino di sementa dietro il campanile di Sant’Agostino), che s’era rotto una gamba.  Rientrato all’accampamento nel pomeriggio era libero. Andava spesso a caccia col ’91 e prese delle ottime pernici.

“Non é facile tirare col moschetto alla selvaggina. La pallottola non fa la rosa!” Commentava raccontando questa storia.

 Fu poi trasferito in un posizione più in alto, in montagna, con quattro cannoni, a circa mille metri. Fecero delle esercitazioni e la popolazione ebbe paura. Anche questa era una zona tranquilla e c’erano pochi uomini in giro, forse erano alla macchia. Avevano un grammofono ed andavano a ballare in qualche casa, dove c’erano ragazze. Lui era rimasto aiutante furiere e responsabile dei telefoni.

Poi arrivò l’8 settembre.

Ricevettero dapprima un primo ordine per il rientro in Italia: preparere i cassoni, le munizioni, impaccare tutto per la prossima partenza. Poi per radio appresero la notizia dell’Armistizio. Rimasero in attesa di ordini con trepidazione ed incertezza. Poi verso sera venne l’ordine di preparare le batterie per aprire il fuoco al mattino seguente sulle truppe tedesce sulla costa fra Gruda (?) e Cattaro. Durante la notte passò una compagnia di fanteria che scendeva verso Cattaro, C’era un Chiasserini del Borgo ed assieme si bevvero una bottiglia di Vov poi gli diede delle saponette. Lui non sapeva che avrebbero attaccato i tedeschi al mattino.

All’alba cominció il bombardamento verso le posizioni tedesche. Questi risposero con fucileria, mitragliatrici e mortai. All’improvviso comparve un aereo tedesco che cominció a bombardare. Nel frattempo Tonino era nella sua posizione telefonica comunicando alla batteria i vari movimenti del nemico. Sentiva colpi di fucile colpire vicino, poi una bomba gli cadde vicino e per fortuna solo della terra gli arrivó addosso. Lui sortì e col secondo attacco distrussero il suo capanno del telefono. Risalì più in alto verso la batteria, che era giá stata colpita e messa fuori uso. Non c’era rimasto quasi più nessuno, solo quattro o cinque della furieria e con questi si incamminó, scendendo verso Cattaro. Per la prima volta vide comparire i ribelli (partigiani) e Tonino affamato chiese loro da mangiare ed uno gli diede un fico secco. Vagarono senza meta e dormirono nei campi per tre o quattro notti, arrivando alla fina a Cattaro. Dal molo vide che l’ultima nave carica di soldati ed ufficiali era partita da poco, ma molti erano caduti in mare nel cercare di salire a bordo.

Mentre stavano entrando a Cattaro ricomparve il bombardiere tedesco. Tonino e gli altri corsero in una gran tenda ospedale. Questo era pieno di feriti in condizioni disperate. Da una parte c’era un mucchio di morti. Un ufficiale gli ordinó di aiutare a mettere i cadaveri nelle casse da morto. Dopo si allontanó verso il porto, dove regnava un caos totale, pieno di sbandati e di civili che saccheggiavano i magazzini.

All’improvviso comparve un camion tedesco; saltarono giù dei soldati e col fucile spianato cominciarono a radunare i soldati italiani e spingendoli verso la spiaggia. Poi, formata una colonna di circa 400 uomini affamati ed assetati, li forzarono a marciare verso nord. Più d’una volta pensó alla fuga, ma poi il momento buono non venne mai. Arrivati a Ragusa (Dubrovnick) furono caricati in un treno a vapore e dopo un viaggio di dieci giorni, soffrendo tanta sete e fame, arrivó in un gran campo di concentramento nel nord della Germania. Dormì per terra e soffrì tanto freddo. Pochi giorni dopo ci fu un gran smistamento ed assieme ad un gruppetto di circa 30 giovani, forse all’apparenza più forti degli altri, fu caricato in treno, per raggiungere Waschoten (?). Qui fu messo a lavorare in una fabbrica di polvere da sparo. La situazione miglioró, adesso dormiva in una camerata con 15-20 prigionieri con letti a castello, c’era anche una stufa ed avevano coperte.

Lavoravano tutti i giorni anche dodici ore, meno la domenica. Il mangiare era una mestolata di zuppa di rape e carote ed una fetta di pane di segale. Passò tutto il ’44 e venne l’inverno e non successe niente, il fronte era lontano. Aveva un capo che gli voleva bene e l’aveva messo a lavorare ad una pressa con due donne.

Una volta la sua pressa si ruppe e Tonino fu mandato a lavorare ad un altra. Il capo di questa, uno zoppo invalido della Grande Guerra, fu molto duro con lui e lui apertamente si ribellò ai suoi suprusi. Fu fatto intervenire il capo del campo per prendere dei provvedimenti disciplinare nei suoi confronti. Questi dopo una gran lavata di testa, (penso che non voleva perdere un buon lavoratore) lo fece ritornare al suo posto originale. Il giorno dopo la seconda pressa, dove avrebbe dovuto lavorare, saltó in aria e 14 persone morirono, incluso il quel capo cattivo.

In quell’ultimo periodo lavorò nella produzione delle V1 e delle V2. C’erano moltissimi ingegneri che controllavano ed ispezionavano continuamente.

Poi finì tutto, non c’era più nulla da fare, forse non arrivavano i materiali necessari per far la polvere. Lo mandarono a lavorare in un cantiere dove puliva mattoni di case distrutte con un martelletto. Fu mandato anche a costruire un rifugio sotto terra, e questo punto c’era più da mangiare. Venne anche mandato a raccogliere le patate. Una volta una donna gli fece un gran tegame di patate, per lui fu un vero banchetto. Negli ultimi mesi la sorveglianza diminuì e poteva girare un po’ per il paese. Era diventato più facile trovar da mangiare.

Sapevano che il fronte si stava avvicinando, infatti sentivano dei colpi di cannone  in lontananza. Lavoro non ce n’era e si mise ad aiutare una signora che aveva un negozio di stoffe. Questa un giorno gli diede due bei vestiti da uomo. Questi gli furono utili il giorno della liberazione per poter muoversi liberamente.

Poi arrivò il primo bobardamento, non fu gran che, ma un palazzo gli crollò accanto. Durante uno di questi attacchi cercò di entrare in un rifugio (forse quello che aveva costruito?) ma i tedeschi lo scacciarono insultandolo.  I colpi di cannone si fecero sempre più vicini ed una mattina scoprì che nel campo non c’erano più le guardie, erano scappete. Quello stesso giorno arrivarono i carri armati inglesi. Con gli inglesi era arrivata anche la carne, era da tanto che non la mangiava.

Libertá!

A questo punto cominció a girare liberamente. Spesso prendeva il treno fino a Brema, per comprare, vendere e barattare quel che trovava. Qualche volta dormiva alla stazione. I tedeschi morti in guerra erano tanti, e se andava a ballare c’erano tante donne in più in giro. Per lui, come per molti altri ex-prigionieri, questo fu il momento di riprendersi una piccola personale rivincita per tutti gli abusi subiti.

Una volta andó a trovare uno del Borgo, era un ufficiale (non se ne ricordava il nome).  Passarono mesi, era primavera, poi venne l’estate, non stava male. Si teneva occupato con i suoi giri, aspettanto i fogli per il suo rientro.

Alla fine gli diedero le carte e dopo un lunghissimo ed avventuroso viaggio artornò al Borgo. Era il 15 di settembre del 1945. Era arrivato in tempo per la vendemmia.”

 

Nel 1969 Franco ed ‘l su’ babbo Tonino andarono in macchina, viaggiando lungo tutta la costa dalmata, nel Montenegro e visitarono quei luoghi così pieni di memorie. Chiederó a Franco di scrivere un m’arcordo di questo viaggio.

13 maggio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

56 M’Arcordo… del cugino Umberto, ovvero i Braganti in America

Maggio 6, 2009 di biturgus

Tanto per cominciare non si chiamava Umberto. Il suo vero nome era Giovanni, anzi per essere esatti per l’ufficio anagrafico della cittá di New York era John, ma questo l’ho scoperto molto più tardi, nel 1971, e proprio a New York. Per essere esatti non era neanche ‘l mi’ cugino, era ‘l cugino del mi’ babbo, ‘l figlio d’Achille, ‘l fratello picino del mi’ nonno, che per me era un prozio.

Moh v’arconto la storia con calma e per benino, dei primi Braganti arivati ‘n’America, e spero d’n’essere noiso, ma voi sete sempre liberi de smettere de leggere.

Nel 1913 lo zio sposó Genny Poggini di San Leo. E questo fu un grande avvenimento pel mi’ babbo, perché quella fu la prima volta che lui montó in carrozza. Pochi giorni dopo partirono da Genova a bordo del Luisiana per l’America; per loro America voleva dire solo un posto: New York. Sbarcarono ad Ellis Island il 28 giugno del 1913. É facile trovare queste informazione cercando nel sito di Ellis Island. Le compagnie di navigazione allora scrivevano tutto.

Ma prima d’andare in America lo zio Achille, circa 10 più giovane del nonno Barbino, aveva dimostrato una personalitá inrequita. Non andró nei dettagli anche perché ne so poco. So che quando doveva andare militare scelse di divenire una guardia carceraria a fu mandato a Porto Longone, uno dei penitenziari più severi di tutto il regno. Di questo periodo sopravvive un bastone da passeggio (quello della foto) fatto con piccoli anelli ricavati da corna di muflone, fatto da qualche ergastolano. Inoltre ci sono delle foto in divisa ed una con abiti civili assieme ad una giovane donna, scattata a Porto Ferraio. Proprio questa fu ragione d’una serie d’invettive della zia Genny vecchia (inizio anni 60), in visita in Italia. Io le mostrai la foto dicendole:

 

 

Isolina T. e Achille Braganti - Portoferraio, circa 1910

Isolina T. e Achille Braganti - Portoferraio, circa 1910

 

 

 

“Guarda zia, ho una tua foto da giovane, con lo zio!

Non gliel’avessi mai detto! Lei sembró sorpresa, poi dopo aver sbirciato appena per un attimo l’immagine, cominció ad inveire:

“Quella non sono io! É quella puttana dell’Isolina T. lavorava al casino di Porto Ferraio! E pensa che lui la voleva sposare. Quella era il tipo di donna che faceva bene per lui.” e mi tiró dietro la foto. Non ne parlammo più.

A New York lo zio, che era andato a scuola e sapeva leggere e scrivere, era un intelletuale in confronto alla massa degli altri poveri emigranti e cominció, come tanti altri, a lavorare come muratore. Dai vestiti che indossano nelle foto sembra che fece presto carriera, e che se la cavavano abbastanza bene. Poi venne la guerra, e lo zio ancora cittadino italiano, sarebbe dovuto rientrare in Italia ed arruolarsi, ma non lo fece, così divenne un disertore. Quando la guerra finì, questi sono i m’arcordo di seconda mano del mi’ babbo, lo zio raccontava che ci fu una gran parata militare delle truppe alleate vincitrici lungo Broadway, e gli ultimi furono i bersaglieri di corsa con la fanfara. Tutti gli italiani piangevano.

Il governo tolse presto le sanzioni previste per gli emigranti in terre lontane “disertori”. Questo permise loro di ritornare in visita, ma non vennero da soli, avevano un bambino, nato nel 1915. Ho ancora l’orologio da taschino, un Waltham, che portarono in dono a mio nonno. Credo che siamo circa nel 1921 o 22.

Non so quanto rimasero, ma durante questa permanenza decisero di lasciare il figlio in Italia. La loro intenzione era di lavorare ancora un po’ d’anni a New York, risparmiare soldi e poi rientrare definitivamente. Secondo loro sarebbe stato meglio che il figlio ancora piccolo fosse andato a scuola in Italia e che crescesse come un italiano in patria e non come un emigrante in terra straniera. I miei nonni accettarono di tenerlo e prenderne cura. Lasciarono una specifica richiesta: il bambino non era stato battezzato e non avrebbe dovuto andare alla messa, al catechismo e tanto meno far la cresima e la comunione. Il nonno disse che non era un problema e che la volontá del fratello sarebbe stata rispettata. E gli zii ripartirono.

Genny ed Achille Braganti seduti, Umberto in collo, New York, circa 1916

Genny ed Achille Braganti seduti, Umberto in collo, New York, circa 1916

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma la situazione del piccolo non battezzato certo non garbava alla nonna Vittoria, donna pia e devota Terziaria Francescana. Non so dopo quanto tempo, ma certo non molto, questa con l’aiuto d’un’amica, la Sig.ra Bosi, e di nascosto del marito, organizzó un battesimo segreto con l’arciprete del duomo. Una sara buia d’inverno le due donne, che immagino si muovevano come due cospiratrici, portarono il piccolo infedele nella cappella battesimale sotto i portici, dal lato da dove si saliva in vescovato.

Il sacerdote, immagino tutto felice di compiere quest’azione, chiese alla zia del piccolo, mia nonna, come si chiamava il bambino,

“Bebi!” rispose mia nonna.

“Come Bebi?” questo doveva essere un prete che sapeva un po’ d’inglese  continuó:

“Non puó essere Bebi, questo non e’ un nome! Babie vuol dire bambino in inglese.”

“Ma i genitori lo chiamano Bebi!”

Mia nonna insisteva, ma il prete continuava a dire che non gli poteva dar quel nome perchè non era un vero nome.  Fu deciso allora di trovarne uno e non so a chi venne l’idea, ma saltó fuori:

“Umberto, come il principino!”

E Bebi divenne Umberto, e rimase tale per molt’anni, almeno per me.

Gli zii d’America ritornaro nel 1929, prima del crollo della Wall Street e come i veri zii d’America avevano tanti soldi, ma tanti ed anche un pappagallo di nome “Shut Up”. Non andiamo nei dettagli di come li avessero fatti anche perché non lo so, posso solo immaginare e forse é meglio non farlo. Lo zio per dimostrare il suo nuovo benessere compró dei poderi con la casa padronale.

Umbero andó ad abitare con i genitori ritrovati, e scopri che poteva vivere da signore e questo, come si diceva nella mia parte della famiglia, gli diede alla testa. Era nacora molto giovane e non volle più studiare, era un signore e non ne aveva bisogno. Forse proprio quel nome acquisito lo faceva sentire “principino”.

Nel 1936 Mussolini aveva proclamato l’impero. L’Africa Orientale Italiana era diventata una realtá. Lo zio aveva fatto dei cattivi investimenti ed il capitale s’era molto ridotto. Allora ebbe un’idea: doveva salvare il salvabile ed allo stesso tempo mattere la testa a posto al figlio. Comprò dei camions e fece una ditta di autotrasporti per andare in Eritrea ed Umberto sarebbe andato a dirigerla e così sperava di raddrizzarlo. Le speranze dello zio furono si dissiparono al porto di Genova.

Mentre si stavano per imbarcare Umberto vide che al molo accanto c’era una nave che stava peer partire per la Spagna. Era appena scoppiata la Guerra Civile. Lui ebbe un lampo di genio, non era stata la sua l’idea d’andare in Africa, ma era stata del su’ babbo. Lasciò autisti e camions ed partì volontario per aiutare Franco. Quando lo zio Achille apprese la notizia da uno degli autisti che era tornato al Borgo decise d’andarci lui. All’etá di 53 anni iniziò una nuova vita nelle colonie. Non rivide mai più ne il figlio, ne la moglie.

In Spagna non c’era solo il cugino fascista, ma c’era anche un distante cugino da parte della famiglia di mia madre: Dario Taba, il poi partigiano “Libero”. Dario antifascista era espatriato con il fratello a Marsiglia e aveva lavorato come meccanico. Allo scoppio della guerra in Spagna si arruolò nelle Brigate Internazionali. Immagino che faceva parte del Secondo Battaglione Garibaldi. Dario dopo la Spagna, durante la Seconda Guerra Mondiale, si uni ai maquis della Resistenza Francese. Nel ’43 rientrò in Italia ed entrò nella Resistenza in Umbria. Finita la guerra rimase comunista, ma non volle far politica e ritornò a far il meccanico.

Dalle storie che poi Umberto mi raccontò so che lui combattè alla battaglia di Guadalajara, e che sentiva le grida in italiano venire dal lato opposto. So anche che il Battaglione Garibaldi era presente dalla parte repubblicana. Non è improbabile che i due, anche se non parenti fra di loro, si trovarono a spararsi l’uno contro l’altro.

All’inizio del 1939 la guerra finì e Umberto prese un’altra importante e drastica decisione. Si ricordò che dopo tutto non era italiano, era nato a New York ed era americano. Così parti dalla Spagna per l’America. Mi domando come fu accolto al suo arrivo, passaporto americano e non parlava neanche una parola d’inglese. Non so che lavoro si mise a fare.

Solo la zia Genny era rimasta in Italia . Venne la guerra e a questo punto la famiglia di tre persone era divisa in tre contineti e non si potevano comunicare. Le ultime proprietá furono svendute per poco, e la svalutazione che segui polverizzo tutti gli ultimi risparmi.

La notte dle 9 dicembre 1941, subito dopo la dichiariazione di querra degli Stati Uniti, la polizia venne nel mezzo della notte e arrestò il cugino Umbero, era stato schedato come un fascista pericoloso. Rimase confinato  in vari campi per circa un anno. Molte volte chiese di essere arruolato, ma non glielo permisero. Alla fine fu liberato e lo mandarono a lavorare in una fabbrica d’automobili, che faceva jeeps.

Incontrai per la prima volta Umberto nel ’51. Era venuto in Italia a prender moglie e lo fece.

Nel Natale del ’70, il mio primo in America, mandai un assegno intestato ad Umberto perchè poi lui dasse del contante come regalo alle figlie. Passarono alcune settimane e notai che quell’assegno non era mai stato incassato. Andai poi a New York ed Elvira ed Umberto mi ospitarono nel loro appartamento in Leroy Street nel Village. Le bambine mi ringraziarono per i soldi che avevo mandato. Fu allora che gli dissi che avevo notato che l’assgno mandatogli non era stato incassato:

“Non ti preoccupare.” Mi rispose lui” I soldi gliel’ho dati io.”

“Ma perchè non l’hai incassato?”

“Non potevo, c’è il nome sbagliato.”

“Come sarebbe a dire? Il nome sbagliato?”

“Si, io non mi chiamo Umberto. Io mi chiamo Giovanni, o meglio John.”

Dopo la sorpresa di questa rivelazione, fu lui che mi raccontò la storia del battesimo segreto. Credo che ‘l mi babbo, giá morto a quel tempo, questa storia non l’abbia mai saputa e lo stesso vale per nonno Barbino.

Per finire, la storia dello zio Achille è triste. Rimase ad Asmara dopo la guerra e la prigionia inglese, aveva perse tutto. Si dice che da vecchio vendava le bibite con il triciclo per la strada, alla fine venne rimpatriato e morì miserabile in un ospedale ad Arezzo. La zia Genny era tornata a New York. 

Ormai son tutti morti e da tanto.

Il nonno, che era un duro e non andava d’accordo col fratello, aveva spesso detto:

“Con la farina del diavolo ‘l pane ‘n vien bene!”

 

6 maggio 2009, Marblehead, MA USA   

 

 I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

55 M’Arcordo… quando le donne se mettevano le giarrettiere.

Aprile 30, 2009 di biturgus

Sarò onesto, le giarrettiere me le mettevo anch’io, tradizione di famiglia, le metteva anche ‘l mi’ babbo. Quando me le son messe la prima volta me son sentito grande. E l’ho portate per anni e nessuno o meglio dire nessuna si é mai lamentata. Poi un giorno, penso che vivevo a Londra, scoprii che ero uno degli ultimi con quegli aggeggi intirno alle caviglie e decisi di medernizzarmi. Comprai calze lunghe elasticizzate, che stavano su da sole. Non ho quasi mai portate calze corte. Oh, m’ero scordato, portavo anche le bretelle.

1962-5-maria-16-cropped

1962 Firenze -piazza d'Azeglio - compagna d'universita'

Parliamo delle altre giarrettiere, quelle più importanti, quelle delle donne, ma andiamo per ordine. Se noi ragazzi avevamo il problema, che poteva diventare un complesso, dei calzoni corti e poi dei quelli alla zuava, le nostre coetanee avevano quello dei calzini bianchi e delle scarpe piane. Loro volevano le calze lunghe con le giarrettiere ed i tacchi alti. Ognuno di noi aveva le proprie frustrazioni e problemi. Quello che ci accomunava era che volevamo essere grandi e scoprire tutto quello che ci sembrava promesso.

Ancora non sapevo che nella storia le giarrettiere erano state così tanto onorate. Un re d’Inghilterra, non ricordo chi fosse, aveva addirittura creato “The Order of the Garter”. Con questo aveva elevato la giarrettiera,  a quel tempo ancora un nastro annodato intorno alla coscia, al livello del più alto ordine cavalleresco inglese.

Sapevo che esistevano, la mi’ mamma le portava, e lei era l’unica donna in giro per la mia casa. Ma la mamma non conta e non entriamo nei discorsi del complesso d’Edipo, altrimenti la storia si complica di molto e allora dovrei anche scrivere di Monica Bellucci. Andiamo avanti.

Le giarrettiere erano importanti non solo perché teneva su le calze, ma anche perché stimolavano la nostra immaginazione. Questa correva su sutto la gonna a quello che non si vedeva. Immaginavamo quella parte della coscia che rimaneva scoperta fra la fine delle calze e l’inguine. A parte averle viste in qualche film, in qualche foto d’attrici belle e famose, non avevamo molte altre occasioni di vederle dal vivo, direi nessuna. Ricordo ancora l’emozione quando una conosciuta e bella signora salì in macchina, allora ancora molte avevano la portiera che si apriva sul davanti, ed ebbi modo di veder tutto, anche se solo per un attimo, che emozione! Corsi subito dal mio amico Sergio per descrivergli il fortunato evento. E lui fu geloso.

Il nonno Barbino raccontava che da ragazzo, quando abitava dalle parti di Tavernelle, di lá d’Anghiari, lui si posizionava davanti alla fermata della diligenza per Arezzo, e così aveva modo di intravedere le caviglie delle donne con le gonne lunghe, che salivano o che scendevano. Quei brevi attimi erano emozionanti. Ad ogni generazione il suo

Ritorniamo ai miei tempi. Le calze delle donne erano di nylon, sottili e trasparenti. Non ho mai visto o tanto meno carezzato quelle mitiche di seta. Una volta, diciamo in una situazione particolare, ho cercato di trovarne un paio, ma non ci son riuscito, neanche a New York. Ma forse non sapevo dove andare. Le calze avevano sempre un righino nero nel dietro che saliva su dal tallone verso la coscia. Quel righino era come un sentiero che si perdeva sotto la gonna e a noi noi rimaneva altro che immaginare dove andava a finire, in quella misteriosa zona scura dove le giarrettiere si agganciavano alle calze.

M’acordo anche le irritate esclamazioni della mamma:

“Oh no! Ho ‘na smagliatura nella calza!”

Se era piccola c’era un primo intervento per fermarla. Con il pennellino dello smalto delle unghie, lei toccava il punto della rottura, prima che questa velocemente salisse per tutta la lunghezza della gamba. Non so se fosse un metodo efficace, so solo che ci provava. Se la smagliatura non era troppo grande che doveva gettarle, le portava a farle accomadare. Proprio davanti alla pasticceria di Bruno, per la Via Maestra, c’era un negozio che vendeva ed accomadava radio, e aveva anche qualche televisore, i primi. In quel negozio, seduta ad un tavolo proprio davanti alla vetrina, c’era una bella ragazza dai capelli neri che pazientemente rammendava queste calze. Non mi interssava molto il suo lavoro, mi piaceva lei ed aveva un nome differente e misterioso: Magalì. Cercavo e trovavo tutte le scuse per farle visita e parlar con lei, mentre rammendava le calze. Era carina e gentile, ma certo non aveve nessun interesse per un citto come me.

Fu l’estate fra la terza media e la prima liceo, l’estate del gran balzo. All’improvviso mi trovai davanti la P., una mia compagna di scuola, con le scarpe con i tacchi alti e le calze di naylon e di sicuro, anche se non le vedevo, le giarrettiere per tenerle su. Le cose stavano cambiando. Infatti alla fine di quell’estate mi misi i calzoni lunghi ed andai al liceo. Mi sentivo un po’ come il giovane eroe del film “Malena”. Alla fine degli anni ’50 e quasi per tutti gli anni “60 le ragazze partavano ancora solo la gonna, forse l’unica eccezione erano erano i calzoni alla marinara da indossare al mare d’estate.

E col liceo cominciai ad andare a ballare e spesso con una manovra casuale era possibile sfiorare la giarrettiera sulla coscia, sotto la gonna, ma si doveva stare attenti.

E col crescere ci sono stati degli sviluppi. Se c’era permesso un momento d’intimitá allora cominciavano le eplorazioni. La differenza sostanziale fra la donna e l’uomo, e ci ho messo tropp’anni per capirlo, è che la donna sa giá, prima d’andare ad un appuntamento, nella grandissima maggioranza dei casi, quello che succederá alla fine. All’uomo, al contrario, rimane solo la speranza. La mano curiosa saggiava il terreno ed il momneto della veritá era quando arrivava alle giarrettiere, ed il territorio diveniva scoperto, intenzionalmente indifeso (?). Allora si capiva se ci sarebbe stata un’avvanzata o no.

Sapete che poi, dopo tutta questa fremente attesa, non m’arcordo quando fu la prima volta che le vidi dal vivo. Che starno! Posso immaginare dove, quando e con chi fu, ma poi non ho memoria di quel momento magico, quando si sganciò le calze, assumendo che lo fece. Che fosse anche questa una strega?

giarrett

non la conosco!!!

C’erano due scuole di pensiero. C’erano quelle che preferivano metter prima le mutandine e poi le giarrettiere, altre facevano al contrario. Io preferivo quest’ultime. Non scendo nei dettagli, ma è facile capire che la situazione cambiava a secodo di quest’ordine. Questo è il caso in cui l’ordine dei fattori, anche se non cambia il risultato, implica operazioni diverse.

Quando giunse il momento di decorare il cappello goliardico pensai, come facevano tanti altri, d’aggiungere il gancio (si chiama cosi?) d’una giarrettiera, ma dove ne potevo trovare uno?  Una sera, eravamo alla pensione Part., in una discussione dissi che ne cercavo una e che non avrei fatto con un nostro amico che se l’era fatta dare dalla madre.

“Quella della mamma non conta!” Pensavo che sarebbe dovuto essere come un trofeo.

Con noi  in pensione c’era una bella ragazza bionda, Elsa che faceva l’estetista. Quando era arrivata, poche settimane prima, tutti s’erano messi a girarle intorno. Io pensavo che era più grande, che era al di fuori d’ogni mia possibile speranza di conquista e così mi misi fuori dal giro. Ero stato cordiale ma non facevo il cascamorto come molti degli altri. E questo mio atteggiamento ebbe degli sviluppi interessanti, inaspettati. Elsa, al momento giusto, mi si avvicinó e sottovoce mi sussurró:

“Se tu vuoi la giarrettiera te la do io. Vorrei tanto che nel tuo cappello avessi la mia.” E cosi decorai il mio goliardo. Ma la storia non duró molto, andó a lavorare a Montevarchi, o forse era San Giovanni?

I  cambiamenti erano nell’aria e non lo sapevamo …. avevano inventato il collant. La dinamica dell’intimitá cambiò drasticamente. Il primo incontro con questo oggetto inventato da una persona crudele, fu quello con Moya, una giunonica inglese, e direi fu quasi traumatico:

“Ma cos’è questo?” forse pensai che s’era messa le brache del costume da balestrire. Pensai che forse era solo una brutta invenzione inglese, ma mi dovetti ricredere presto. Questa cattiva moda stava prendendo campo.

 Franca, una calabrese dai capelli nerissimi, al ballo mascherato di carnevale dell’Accademia, si era vestita da squaw indiana. La sua gonna era corta, molto corta; sono i tempi delle prime minigonne, moda importata dall’Inghilterra ed anche lei si era adattata ai tempi: si era messa il collant. Credo che fu il crollo dell’industria delle giarrettiere.

Ma poi non mi posso lamenatar troppo, al contrario: le minigonne furono una bellissima invenzione. M’arcordo i giorni londinesi (dal’68 al ’70), sembrava che ci fosse una gara a farle sempre più corte, rasopelo. Ogni volta che salivo nell’undergraund cercavo di posizionarmi al punto giusto, seat with the view. Si diceva che c’erano quelle che indossavano il collant ma niente mutandine. Io non l’ho mai incontrate.

 

 

 

 

Girdle - ovvero cintura di castita' americana.

Girdle - ovvero cintura di castita' americana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poi c’erano le ragazze americane e questa è ‘n’altra storia.  Molte di queste, quando arrivavano in Europa, ancora portavano i guanti bianchi ed indossavano spesso, troppo spesso, delle strette panciere elastiche che coprivano tutto come una guaina. Era una specie di cintura di castitá, impenetrabile. Non era semplice tirarsela su ed tantomeno tirarla giù.  Se lei veniva ad un appuntamento e sentivi che non indossava the girdle, allora eri subito pervaso da una buona dose d’ottimismo.

Poi i tempi sono ancora cambiati, e sopratutto son cambiato io.

Ormai le giarrettiere penso che si comprino e si indossino per le grandi occasioni, per gli incontri speciali. Si possono ordinare on line, qui in America il catalogo piu conosciuto è quello di Victoria Secret. Chiamatemi pure feticista, ma io lo trovo piu erotico di Playboy.

 

http://www.victoriassecret.com/

Gli incontri con le giarrettiere si son fatti sempre piu rari e se ci sono stati devo sempre ringraziare lei. Nessuna porta più le giarrettiere per caso.  

Da parte mia ho sempre molto apprezzato il gesto e ne sono stato riconoscente. Come vi ho detto non mi ricordo la prima volta ma ricordo quella che forse, speriamo di no, fu l’ultima. Diciamo l’ultima in ordine cronologico, anche se guardando indietro son passati tant’anni.

Erano verdi, anzi un verde pallido, delicato ….

 

Post scritto:

Anche questa volta c’é stato chi mi ha scritto e ha puntualizzato una mia omissione. Ci sono delle calse, all’apparenza son simili a quelle tradizionali, vere calse di nylon e non collant, che stanno su da sole senza bisogno delle giarrettiere. La parte più in alto, quella che stringe la coscia, é elasticizzata e decorata spesso con specie di pizzo, che le rende molto sexi. Non ho molta esperienza a questo proposito.

Ecco succede quando si diventa grandi, non ho più conoscenze dirette, quelle che si acquisiscono facendo field research (ricerca sul campo? ovvero diretta, non son sicuro come si dica in italiano, scusatemi), quelle che i giornalisti di lingua inglese chiamano anche “legwork”. Immaginate quanti giochi di parole si potrebbero a fare a questo proposito.

La mia ora é troppo spesso una conoscenza teorica. Ovvero tradotto ‘n Borghese:

“n’arcatto più!”

Michela Brambilla, Ministro del Turismo
Michela Brambilla, Ministro del Turismo

Debbo ringraziare Michela Brambilla, il nuovo Ministro del Turismo, che con le sue generose minigonne mi ha permesso di colmare le mie lacune conoscitive.

 

30 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

54 M’Arcordo… quando se stava in pensione dalla Sig.ra Checc…

Aprile 25, 2009 di biturgus

Quando andavo all’universitá a Firenze ho quasi sempre vissuto in camera d’affitto, ma nella primavera del ’64 per la prima volta andai ad abitare in una pensione, una pensione vera, Pensione Part… dalle parti di Piazza della Libertá. Fui il primo Borghese, ma poi molti altri mi seguirono.

  

 

 

 

Pensione  Part... Firenze, maggio 1965

Pensione Part... Firenze, maggio 1965

 

 

 

 

 

 

 

 

Era un vero “auberge espagnole”. Quest’espressione francese che non riesco a tradurre bene in italiano é la migliore descrizione che posso pensare della pensione. Chiamarla una “casa di matti” mi sembra un po’ troppo, ma é quasi giusto. Ci sarebbero tante storie da scrivere ma ‘sta volta racconterò solo della proprietaria.

Penso che a quel tempo la signora Checc… avesse circa 55 anni, ed era ancora una donna attraente. M’arcordo che una volta la vidi truccata e ben vestita, usciva per cena con un amico, e mi convinsi subito che in gioventú doveva esser stata molto bella. Poi era diventata una  piacevole signora, sempre con una punta di raffinata eleganza.

Da quando era diventata vedova, pochi anni prima, aveva preso a gestire questa pensione. Le camere erano su due piani, con la cucina, soggiorno con televisione e sala da pranzo, dove si faceva colazione, al secondo piano. Da tempo aveva smesso di servire la cena. Eravamo quasi tutti studenti. Stare con i giovani la faceva sentire giovane, cosi diceva lei. E così diceva anche l’unica anziana signora che abitava con noi.

Al piano terra c’erano degli uffici. La sig.ra Checc… ci aveva diviso: i ragazzi stavano al primo piano e le ragazze al secondo. La mia era la più bella camera, quella d’angolo col balcone e grande abbastanza da farci delle feste. Nella foto la signora è alla finestra della sala da pranzo. Quando sono arrivato mi ha detto le regole della casa e ha precisato che non c’era nessun problema se portavamo ragazze in camera, tanto sapeva che, anche se l’avesse proibito, l’avremmo fatto lo stesso. Scoprimmo poi che aveva fatto lo sresso discorso alle ragazze, anche loro potevano invitare i loro ragazzi in camera. Con loro si era dilungata sugli anticoncezionali, la pillola non era ancora arrivata.  Il problema era un altro, non era facile convincere una ragazza a venire in camera. L’unica cosa che era proibita, anzi proibitissima, era fare sedute spiritiche! Ma ci avrebbe mai pensato! Infatti una notte inruppe in una stanza tutta infurita, convinta che stavamo chiamando qualche fantasma, ma i suoi sospetti erano infondati: eravamo seduti intorno ad un tavolo giocando a poker.

Spesso la sera salivamo al piano delle donne e nel soggiorno si guardava la televisione. Erano i tempi di Gian Burrasca con Rita Pavone.

Spesso rimanevamo a chiacchiarare e subito capimmo che le piaceva raccontarci le sue storie, in particolare quelle amorose, e sembrava che con noi non avesse segreti. Bastava fare le domande giuste e lei era pronta ad aggiungeva dettagli interesanti.

In gioventù la signora aveva studiato e si era diplomata infermiera, poi c’era stata la guerra e l’aveva fatta tutta. Di avventure ne aveva avute tante, e le piaceva parlarne. Spesso la sera molti di noi ci ritrovavamo nel soggiorno e, se lei era in forma, i suoi quasi monologhi con i dettagli delle sue storie, erano piu’ interessanti della televisione. Non solo non era avara di dettagli, ma era anche genorosa di consigli, che dispensava generosamente alle ragazze del gruppo. Allora credevo di sapere molto, almeno in teoria, ma in realtá sapevo ben poco e le sue storie e consigli furono educativi. Mi aiutò un po’ a capire le donne, ma solo un poco; queste ancora rimangono per la maggior parte degli esseri misteriosi.  Ricordo che una delle sue famose massime, e si rivolgeva direttamente alle ragazze, era

“Se tovate l’uomo giusto, quello che amate o che vi piace molto, non devete dire di no a niente! Avete capito? Niente!”

Ed un’altra era:

“Dovete dare tutto, piú date e piú riceverete!” 

Un’altro consiglio che dava alle ragazze era che se incontravano quello che sembrava essere giusto dovevano valutare la situazione e le sue potenzialitá.  Una buona prova era quella d’andare a ballare, una maniera sicura per conoscerlo meglio.

“Ballando” aggiungeva “non fate le timide, e fatevi stringere ed allora sentirete se lui é eccitato e quanto ci mette ad esserlo. Capite? Lo dovete sentire. Capite? Allora lo stringete forte anche voi. Fategli capire che vi piace quello che provate e lui sará vostro. Di sicuro. E date, mi raccomando, date e riceverete. Se non vi stringe, se non vi fa sentire quello che può affrire, dimenticatelo, non è il vostro uomo”.

Le ragazze facevano la parte delle timide ed arrossivano, ma nessuna si allontanava quando cominciava a narrare le sue storie. Noi ragazzi eravamo contenti di sentire questo, eravamo pieni di speranze, ed in segreto la ringraziavamo, era dalla nostra parte.

Poi venne il Natale del 1964 e prima di partire per le vacanze e ritornare a casa per le feste decidemmo di fare un gran cenone. Tutti indaffarati riuscimmo a preparare un bel banchetto, e la Sig.ra Checc. seduta al centro sembrava felice, come una regina d’una corte che l’amava. Dopo cena si comincio’ a ballare e Gianni e Daniela, forse memori dei suoi suggerimenti, presero alla lettere i suoi consigli e si misero a ballare molto stretti. Dimostrarono che avevano seguito attentamente la lezione e non si negarono nulla. Ci fu un problema, diciamo tecnico: i due erano fidanzati, ma non fra di loro. La situazione abbe gran complicazioni e si passarono mesi di tormenti, eravamo tutti un po’ coinvolti, fin quando il tutto si normalizzo’ ed ognuno ritorno’ al proprio fidanzato/a originale.

Una volta ci raccontò della prima volta che fece l’amore. Era prima della guerra e lui era un dottore, giovane, bello ed a suo dire un amante fantastico, mai stanco di dimostrarle la sua passione. Fecero l’amore la prima volta in un lettino dell’infermieria. Poi venne la guerra ed il dottore partì per la Russia e non tornò. A questo punto si rattristava.

“Son diventata vedova di guerra, e pensare che non ero neanche sposata.”

Poi.

“Ho incontrato altri uomini, ma nessuno era come il mio dottore, nessuno sapeva amare come lui, nessuno aveva tanto .. tanto dare come lui. Capite? É stata una gran delusione scoprire che gli altri non erano come lui. Ero abituata mal sin dall’inizio, mi aveva viziata. É stato difficile, dopo aver provato lui, accontentarsi. ”

E noi tutti le dicevamo che avevamo capito, e lei sorrideva soddisfatta.

La Sig.ra Checc. si era sposata tardi, penso verso i quarant’anni, ed il Sig. Checc. era piu’ anziano, ma non si sapeva di quanto.

“Lui era un signore, un raffinato. Conosceva tutti i segreti di come far felice una donna, lui divenne il mio vero grande amore, l’amore della sua vita, dopo il mio primo amore: il dottore.”

Poi aggiungeva che da quando era rimasta vedova non era piu’ stata con nessun uomo e precisava che ne aveva avute di proposte. Affermava che lui le aveva dato cosi tanto che poi il ricordo l’avrebbe soddisfatta per il resto della sua vita. Forse temeva che non fossero all’altezza della situazione.

Fu proprio in una di queste serate che ci parlò d’un manuale che decriveva le 16 maniere di fare all’amore.

“16 maniere?” Le chiedavamo noi curiosi

“Si, sono le 16 fondamentali maniere, poi ci possono essere variazioni.”

Aggiungeva che il marito aveva una gran collezione di libri erotici, alcuni molto rari.  E fra questi c’era quello delle 16 posizioni, forse il piu’ raro e certo uno dei suoi preferiti. Ci diceva che era anche illustrato con antiche stampe erotiche.  Credo che fosse un vecchio libro dell’Aretino. La mia, la nostra, curiositá era grande. A proposito delle 16 posizioni, le abbiamo chiesto piu’ d’ una volta se l’avesse provate tutte e quale fosse la sua preferita. Non credo che ci desse mai una chiara risposta. Probabilmente voleva stimolare la nostra creativa immaginazione e questa era l’unica cosa che non ci mancava. Quello che cercavo di visualizzare di piú era la sedicesima, quella del paniere. La donna era seduta in un paniere sfondo e sospesa dal soffitto con delle corde, come in un’altalena, poi veniva piano piano calata sull’amante che l’aspettava….  

Nel contesto di quegl’anni il matereriale a nostra disposizione era limitato. Anni dopo trovai un’edizione dei “Sonetti Lussuriosi” e dei “Dubbi Amorosi” dell’Aretino.

Poi tutto fini, verso giugno all’improvviso ci annunciò che era stanca e che se ne sarebbe andata, sembrava triste, molto triste. Ci disse che non ci dovevamo preoccupare, ci sarebbe stato un nuovo gestore della pensione.

 Questo era uno strano e sconcertante individuo. Parlava sempre della guerra e che era stato una camicia nera in Bosnia. Quello era stato per lui il miglior periodo della sua vita. Si vantava raccontandoci di quante ragazzine aveva violentato, ma nessuno voleva ascoltare le sue storie e facevamo di tutto per evitarlo.

La signora Checc. sparì così, senza un saluto e nessun seppe mai che cosa fosse successo e dove fosse andata.

Venne l’estate ed io feci l’autostop fino a Londra. Al mio ritorno a Firenze andai direttamnete alla pensione Parterre, ma trovai la porta chiusa e sigillata per debiti non pagati.

Poi diventò un edificio pieno di uffici.

Io andai in Via della Pergola, proprio accanto al teatro, dalla Sig.ra Clo. Anche su questa ci sarebbe molto da dire. Vedremo, forse…

 

 

25 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                         

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

Davanti alla pensione. La Vespa e' di Paolo Massi

Davanti alla pensione. La Vespa e' di Paolo Massi

53 M’Arcordo… andavano a caccia

Aprile 21, 2009 di biturgus

 

Pensierino di seconda elementare

Pensierino di seconda elementare

In seconda elementare sapevo  che il giorno dell’apertura delle caccie era un giorno importante. E per arrivare a questa fatidica domanica c’era una lunga attesa e preparazione. Io ero picino ma vivevo il tutto intensamente, come se io stesso mi preparassi a quella tanto attesa giornata.

 

 

‘l mi’ babbo era il grande cacciatore, l’eroe indiscusso che sarebbe tornato da caccia carico di selvaggina. Il cugino Tonino, come scrissi nel mio pensierino del 1948, non avrebbe preso niente. Ero convinto che un bravo cacciatore come il babbo avrebbe ammazzato due lepri e gli altri nienti. Questa era la prova della sua abilitá sopra tutti gli altri. Quando molt’anni dopo ho visto il film “La Gloire de mon Pere” mi sono immedesimato completamente in Marcel Pagnol bambino.

Ma per arrivare a quella domenica di fine estate c’era tutta una preparazione che, come in un rito codificato dal tempo, si ripeteva ogni anno.

In casa c’erano tre fucili, due doppiette ed un automatico a cinque colpi. La doppietta calibro 12 del nonno aveva i cani esterni e le canne erano damascate. L’aveva comprata in gioventù da un signore che aveva finito i soldi, esempio del vecchio proverbio “Finirono le fave ai locchi”. Immagino che fu prima della fine del secolo, quell’altro. Si vantava d’aver fatto un gran bon affare. Sulle canne era inciso Damas Boston. Non son mai riuscito a scoprire se fosse di manifattura americana o forse era un semplice nome che doveva dar lustro al pezzo. Damas credo veniva dal fatto che le canne erano “damascate”. Credo fosse una tecnica di fusione. L’altra doppietta era a bachetta, ovvero ad avancarica, detta anche a luminello o a cappellotto. Forse era stata del bisnonno e non l’ho mai vista usare. Il pezzo grosso dell’arsenale era il Browning (pronuncia Borghese “brovingh”) automatico a cinque colpi calibro 12 del babbo, fabbricato in Belgio e comprato prima della guerra. Il fatto che venisse da un posto chiamato Belgio, come quel signore che lavorava al caffé del Batti, mi sembrava una cosa buffa. Conoscevo molti cacciatori, parenti o amici del babbo, ma nessuno aveva un fucile così bello e potente come questo. Quando mi veniva permesso di tenerlo in mano mi sentivo felice, sognavo il giorno in anch’io sarei diventato cacciatore.

La storia di come avevano nascosto e salvato i fucili durante il passaggio del fronte (1944) era per me un’altra mitica avventura. Vi risparmio i dettagli di questa storia, l’importante fu il fatto i fucili furono salvati.

 

Cacciatori delle nostre parti - sconosciuti

Cacciatori delle nostre parti - sconosciuti

Io di certo non andavo a caccia, ma partecipavo alle attivitá di preparazione. M’arcordo lunghe sere d’inverno, prima della televisione, forse si ascoltava la radio, quando il babbo tirava fuori tutto il necessario per caricare le cartuccie: bilancia con i pesini, polvere (Nobel senza fumo) da sparo, pallini di varie dimenzioni a secondo il tipo di cacciagione, bossoli vuoti di cartone durissimo, ecc. Mi piaceva la macchinetta che serviva a chiudere le cartucce e quello era il lavoro che facevo io, girando un manovella riuscivo a fare ricurvare il bordo per sigillare i bossoli. In questa maniera mi sentivo parte integrale della squadra di caccia. Qualche volta amici cacciatori venivano ad aiutare ed allora come a veglia raccontavano storie di gran cacciate e si prendevano in giro ricordando momorabili spadellature. Di tutto questo mi é rimasto solo la bilancina ed ho una vecchia scateletta di latta dei cappellotti con dentro alcuni dei pesini.

 

 

C’erano i cani, ma non stavano in casa da noi, stavano alla Pieve Vecchia e la mamma metteva sempre da parte il mangiare che poi gli portavamo.

C’erano due tipi di caccia, la battuta alla lepre, che veniva fatta in squadra, con i battitori e con quelli che stavano alle poste. Alla fine della giornata c’era la spartizione della selvaggina, credo con certe regole specifiche che non ricordo piu. Invece la caccia ai volatili spesso era una avventura individuale. Una passeggaita per le campagne e i boschi con la speranza di trovar qualcosa. C’era anche la caccia agli uccelli di passo, ovvero di quelli che facevano la migrazione dai paesi del nord Europa ai paesi più caldi, ambitissimi erano i tordi.

La caccia alla nocetta in casa mia veniva disprezzata in tutte le maniere, secondo il babbo non lo era, era una semplice carneficina, non c’era sport nel praticarla .

Sono andato a caccia solo una volta con il babbo, un pomeriggio siamo partiti dalla Pieve Vecchia e siamo saliti su per le colline. Ha sparato un solo colpo e ha preso un uccello, non ricordo cosa fosse. La sera la mamma me l’ha cotto e mi sembrava essere il pasto più delizioso.

C’erano anche i grandi animali, i rarissimi lupi, le volpi ed i cinghiali, ma non ancora dalle nostre parti. Sentivo storie di lupi che risalivano col freddo e la neve lungo l’Appennino dal Gran Sasso. Nell’inverno del 1951 (?) dei cacciatori uccisero un lupo dalle parti di Bocca Trabaria, fu un grand’evento. Andai a vedere il lupo impagliato Lo portavano in giro per i paesi della valle e chi andava a vederlo lasciava un obolo per i cacciatori che ci avevano liberati da una tale fiera pericolosa.  Aveva la bocca spalancato con grandissime zanne. Ecco chi aveva mangiato Cappuccetto Rosso. Le volpi erano più comuni e non erano buone da mangiare ed erano ricercate per fare il colletto al cappotto. Era tradizionale per il cappotto di “casentino”, quello arancione pippoloso e lungo fino ai piedi. L’ultimo che ho visto ce l’aveva un signore che stava, mi sembra, giù per ‘l Borgonovo.

Una volta ‘l babbo andò in Maremma a caccia la cinghiale, ancora non li avevano riimportati dalle nostre parti. Non ebbe fortuna e non prese nulla, anzi fece delle padelle storiche, tanto che gli fecero anche una caricatura. Non fu un giorno di gloria.

Poi all’improvviso e non so proprio la ragione il babbo diede le dimissioni dalla Societá dei Cacciatori, credo ne fosse il presidente, forse era il 1952. M’arcordo dei commenti contro la indiscrimata carneficina, c’erano troppi cacciatore e poca selvaggina. Vendette il Browning.  

Il nonno era un cacciatore solitario, non andava con gli altri e non partecipava alle battute. Quando si aprivano le caccie lui girave per le campagne, era ancora fattore e sensale, con il suo fucile a tracolla. Lui diceva che portava a spasso il fucile. Una volta andando alla Grillaia un lepre sfortunato ebbe la cattiva idea di traversargli la strada. Quella sera il nonno tornò a casa con il suo ultimo trofeo e fece l’annuncio che avrebbe smesso di cacciare, in gloria. Aveva 80 anni  Chiese a mio padre di telefonare a Riccardo, mio cugino e di venire da Gubbio a prendere il fucile, questo spettava a lui, lui era il figlio primogenito del primogenito. Il fucile di  famiglia, il famoso Boston Damas, non mi spettavo. Io ero, come nel lontano passato, il discendente del figlio cadetto, a me non aspettava niente. Fui molto triste quando Riccardo venne a prendere il fucile, dopo tutto lui era cacciatore, Ogni volta, quando lo vado a trovare mi faccio mostrare il fucile del nonno. Si, sono geloso che lui ce l’ha.

 Non divenni mai un cacciatore. Credo d’essere stato il primo a rompere la catena della tradizione venatoria della famiglia Braganti, anche se il babbo aveva dato le dimissioni.

Imbracciando il fucile del nonno

Imbracciando il fucile del nonno

 

I tempi son cambiati, adesso ci son troppi cinghiali. Il ripopolamento degli anni sessanta ha avuto troppo successo. Due anni fa venni al Borgo con Tanya a novembre e con l’aiuto di Libero Alberti fummo accettati in una squadra per fare una battuta al cinghiale. Ci levammo prestissimo, era buio, freddo e un po’ nebbioso. In macchina salimmo verso Montevicchi ed al buio con l’aiuto d’Angiolino, a cui eravamo stati aggrgati, ci posizionammo alla nostra posta, era ancora buio ed ancora più freddo. Noi eravamo armati solo di macchine fotografiche e sicuri di fare ottime foto. Tutti ci avevano assicurato che sempre riuscivono ad abbattere dei cinghiali. Quella fu una mattinata storica: nessuno! Solo tanto freddo. In compenso la sera dopo andammo ad un’epica cena con tutta la squadra, e ci diedero in dono delle zanne.

Poi mi dissero che la domenica successiva ne uccisero più di venti!

 

 

21 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

52 M’Arcordo… la Pasqua, ‘l pangiallo, le ceramiglie ed altre storie.

Aprile 11, 2009 di biturgus

 Ogni anno il nonno ripeteva la formula di come si computava la Pasqua:

“La Pasqua cade la prima domenica dopo la prima luna piena di primavera.”

Ecco perché ogni anno era differente. Sapevo della sua relazione con  l’ultima cena di Gesù, ma non con il Passover degli ebrei. Avrei imparato tutto questo più tardi con Nancy, la mia prima moglie, lei era ebrea.

Per me il calcolo era piu semplice, veniva un paio di settimane dopo le fiere di Mezza Quaresima. E non solo ci sarebbero stati l’ova sode e i dolci tradizionali, ma ci sarebbe stata anche una piccola vacanza, e quando non c’era la scuola io ero sempre contento.

Il nonno, anche se in casa si diceva, quando lui non c’era, che l’unica ragione per cui andava alla messa era perché c’erano tante vedove che cercavano d’esser consolate, aveva bisogno dei rituali della tradizione anche quella religiosa. La Pasqua era importante, quasi come il Natale. Prima c’erano i preparativi. La mamma una sera pochi giorni prima del gran giorno se ne andava via di casa. Avrebbe dormito alla Pieve Vecchia, dai cugini Antonelli (dove ora c’é l’Oroscopo). Prima avrebbero preparato gli impasti vari e poi nel mezzo della notte, acceso il gran forno, avrebbero cotto il pane, il pangiallo e le ceramiglie. Quest’ultime erano per il nonno, non poteva essere una vera Pasqua senza le ceramiglie.

Arrivava il Venerdi Santo ed il pomeriggio facevo il giro delle sette, o forse erano nove, chiese. Era anche il giorno della vigilia nera. La proibizione di non mangiar carne era categorica. Ogni tanto sentivo voci, mai poi confermate, che in dei tempi lontani, forse all’inizio del secolo, quell’altro, veniva organizzata per quel giorno la scampagnata del prosciutto e forse ci andava anche il nonno. Il giro delle chiese mi piaceva. Si cominciava dalla Madonna, poi veniva San Francesco. Si continuava con San Rocco e c’era anche la chiesa di sotto, quella del Santo Sepolcro, per ma la più misteriosa. Il Cristo Morto, con le piaghe sanguinolenti, sdraito sulla lettiga, mi sembrava così vero. Ora dopo tanto tempo non son neanche sicuro che fosse li. Mi sembra che si finiva a Sant’Agostino. Il babbo non veniva, e neanche il nonno, forse lui faceva il suo giro, di sicuro le sue vedove eran devote.

La Leda che fa 'l pangiallo

La Leda che fa 'l pangiallo

 

 

 Il sabato la mamma mi portava in duomo. A mezzogiorno ci sarebbe stato lo “stolzo”. La statua d’un Cristo risorgente con la bandiera veniva posta sopra l’altare, ma era nascosta dietro una tendina viola, mi sembra. All’ora giusta il prete, forse era don Bista Ravanelli, tirava d’un tratto una cordicella ed la tenda si scostava mostrando il Cristo risorgente in tutta la sua gloria. E noi tutti eravamo felici: “É risorto!” Ripensandoci, un po’ pagano come rito.

Il pomeriggio di quel sabato andavo a coffessarmi per esser pronto al mattino successivo. La mattina di Pasqua la mamma mi portava ad una messa presto e facevo la comunione con lei. Non ricordo cosa facesse il babbo, lui non veniva ed io non facevo domande. Quando tornavamo a casa c’era una gran colazione con le uova sode, e fette di pangiallo e ceramiglia. Questa non mi piaceva troppo, s’impuntava in gola, mi sembrava di mangiare un mattone. Mi piacevano le uova sode, mi piaceva la gara di romperle, battendole l’una contro l’altra. Una volta ho barato, e ne sono stato anche orgoglioso. Avevo comprato un uovo di zucchero durissimo, sembrava proprio vero, e con questo ho rotto le uova di tutti. Non m’arcordo come é andata a finire.

Per il pranzo di Pasqua, come per Natale, venivano gli zii ed i cugini da Gubbio. La gran differenza era che questa volta c’era sempre un gran cosciotto d’agnello ed era il nonno che lo comprava. Lui aveva le amicizie giuste. Un pastore di Badia, che portava il suo gregge a pascolare in certi prati con l’erba buona, era quello che ci riforniva con l’agnello perfetto per celebrare la gran festa. Ogni anno alla fine del pranzo c’era una valanga di complimenti di quanto era buono e di come era stato preparato a puntino.

Con i dolci arrivava anche l’uovo di Pasqua di cioccalata, quello con la sorpresa. Essendo l’unico bambino della casa toccava a me romperlo e poi prendermi la sorpresa. Non ero mai troppo soddisfatto di qul che trovavo, ma chissá cosa avrei voluto.

La Pasqua del 1950 fu differente. Andammo a Roma, per me era quella la prima volta e saremmo stati dalla Rina, la cugina del mi’ babbo.  Non m’arcordo molto del viaggio. Fra i più bei ricordi rimane quello della visita allo zoo, e le scimmie erano le mie preferite. Volevo tanto avere Chita come Tarzan ed invece mi dovevo accontentare del mio gatto Mimo. Il giorno di Pasqua saremmo dovuti andare a San Pietro per la benedizione del Papa, quello era anche l’anno santo. Alla fine decisero di non andarci, forse temevano la gran folla.

Fu proprio per quella Pasqua che Bruno pasticciere, il babbo del mio caro amico Sergio, aveva esposto in vetrina del suo negozio un uovo di cioccolata gigantesco, enorme. Non era in vendita, si compravano dei numeri dall’uno al novanta come per  la tombala, e la mattina di Pasqua ci sarebbe stato si sorteggio. ‘l mi’ babbo mi aveva comprato un biglietto. Io voleva tanto vincerlo, avrei mangiato kili di cioccolata ed avrei trovato all’interno la più bella ed incredibile sorpresa. Ma io ero a Roma e anche se avessi vinto non l’avrei subito saputo, avrei dovuto aspettare sino al mio ritorno. Non ci fu nessun vincitore. Mi fu raccontato al mio ritorno che la mattina di Pasqua al momento del sorteggio, la Finanza comparve nella pasticcieria e seguestró l’uovo di cioccolata. Era illegale fare quel tipo di lotteria e forsi gli fecero anche una multa. La storia mi rattristó molto. Sarei stato più contento se l’avesse vinto un altro. Ma poi chi l’avrá mangiata tutta quella cioccolata?

Non so quale fosse la tradizione, ma c’erano altri due pranzi di Pasqua: uno il lunedi alla Pieve Vecchia ed uno la domenica successiva, dai parenti che stavano a San Gilio, adesso in fondo al lago di Montedoglio.

Passarono gli anni ed il nonno morì e non ritrovammo più quell’agnello speciale, ma forse non lo cercammo seriamente.

La mia prima Pasqua lontano dal Borgo fu quella del ’69, a Londra.

La “Balla Napoli” era un piccolo ristorante di Soho e non era affatto napoletano. I proprietari erano una anziana coppia di ebrei milanesi, venuti a Londra prima della guerra. Avevan comprato il ristorante e non gli avevano mai  cambiato nome. Era piccolissimo ed esclusivo e servivano solo la cena. Imbandivano solo tre tavoli, dodici posti nella prima saletta. Ce n’era una più grande di dietro, ma veniva usata solo per feste particolari. Non avevano menu. Ogni mattina andavano a far la spesa e decidevano cosa fare per cena, come se invitassero a casa degli amici. Accoglievano solo gente conosciuta e con prenotazioni, anche se c’erano tavoli liberi ed qualcuno entrava dicevano che erano al completo, tutto esaurito. Occasionalmente accettavano qualche cliente giapponese che si avventurava nel ristorante.

“Loro sono gentili, educati ed apprezzano tutto quello che noi prepariamo.” Era il loro commento.

Quella sera eravamo in tre: il Professor C., Carlo ed io. Il Professore era stravagante e generoso e proprio grazie alla sua amicizia noi avevamo accesso a questo locale. Per l’occasione avevano preparato un ottimo capretto arrosto; fu una Pasqua memorabile con vini d’alta qualitá, e per finire cognac e sigari cubani, quelli veri. Mi aiutò un po’a non sentir troppo la nostalgia dei miei.

Poi arrivai in America. Come ho giá detto Nancy era ebrea, così scoprii tutto il rituale del Passover, ovvero la Pasqua Ebraica. Questa segue il calendario lunare ebraico ed é quasi sempre molto vicina alla nostra. Uno degli eventi culminanti della celebrazione é il “seder” ovvero la cena rituale,  intercalata da letture, preghiere e canti. Le portate sono specifiche, codificate nel tempo e secondo le varie tradizioni. É l’ultima cena di Gesù, infatti si mangia il pane azzimo, come le ostie della comunione e si beve vino. Dopo la mia prima esperienza ho subito imparato a portare la mia bottiglia. Bevono un liquido alcolico color del vin rosso, dolcissimo. Credetemi, Manaschewitz é imbevibile. Oserei dire che sambra impossibile che ci siano delle persone che lo producono ed anche peggio che ci siano quelli che lo bevono. Non dovrebbe aver il diritto d’esser chiamato vino. In compenso c’é una minestra di brodo di pollo con delle palline, sembrano fatte con l’impasto dei passatelli, che mi piace moltissimo. Aggiungo il parmigiano ed diventa anche meglio. Mia suocera novantaseinne me l’ha fatta un paio di giorni fa, ottima!

Anni fa, quando lavoravo a New York, om giorno avevo un appuntamento con Joe, un molisano agente di viaggio in New Jersey. Quando stavo per partire mi ha fermato.

“Sono andato in Pennsylvania a comprare l’agnello per Pasqua, e ne ho preso uno anche per te. Vieni!”

Non sapevo cosa dire, l’ho seguito nella cucina d’un ristorante vicino al suo ufficio.  Ha tirato fuori dal frigorifero tutto un agnello, spellato e pulito, ma con ancora la testa attaccata e con gli occhi che mi guardavano. Dopo i doverosi ringraziamenti ho cercato di convincerlo che era troppo per me, che un cosciotto sarebbe stato più che sufficente. Non ci son riuscito. Mi son trovato tutto un agnello nel baule della mia macchina. Ero preoccupato non avrei avuto neanche posto nel mio frigorifero. Quella sera dovevo andare ad un cena importante da Castellano in 55th Street a Manhattan, sarei tornato a casa tardissimo ed era anche caldo, non potevo lasciarlo per tutte quelle ore nel baule. Quello che era stato un gentile pensiero d’un amico stava diventando una vera preoccupazione. Dopo aver parcheggiato in un garage mi sono avviato al ristorante, e per l’occasione ero propriamente vestito, con un agnello di forse 15 kili sotto braccio, in un sacco di plastica. Speravo tanto che ci fosse Valter di Monte San Savino, il manager di Castellano, quello che da giovane andava a ballare al Sombrero. Lui mi avrebbe aiutato. Ma Valter non c’era. Il metre d’ mi accolse compunto nel suo smoking ippeccabile, era un latino-americano conosciuto. E prima di accompagnarmi al tavolo dove i miei ospiti giá mi stavano aspettando mi liberó dell’agnello portandolo in cucina. Si comportó in maniera professionale alla mia domanda di sistemarlo in frigorifero, senza nessun commento:

“Per favore Rodrigo, mi metta quest’agnello in frigorifero.”

“Con piacere signore, me lo dia.” sembrava la mia fosse una richiesta normale.

Durante la cena raccontai agli amici, erano una coppia, la storia dell’agnello e sembrarono divertiti, e feci loro una proposta.

“Vorrai tanto che voi ne prendeste la metá!” e li convinsi.

Alla fine della cena andammo in cucina e con il professionale aiuto d’un cuoco lo dividemmo. A me toccó la parte con la testa.

Si sparse la voce che io ero quello che andavo in giro con gli agnelli spellati sotto braccio.

Anche qui dalle parti di Boston é facile trovare l’agnello buono. Non solo c’e un’ottima macelleria abruzzese, ma ci sono altri gruppi etnici, come i greci e i portoghesi, gran conoscitori dell’agnello buono.

agnello-small-20070408_0021

pronto per il forno

Il mio cosciotto é giá nel frigorifero, pronto per domani, pillottato con aglio e  rosmarino, lo faró al forno con le patate.

Il gatto Gnignetto é in fremente attesa di pulire l’osso, ci lavorerá per ore, per lui é diventata una tradizione dopopasquale.

 

 

 

 

 

 

 

 

la Pasqua del Gnignetto

La Pasqua del Gnignetto

E per finire: alcuni anni fa, pochi giorni prima di Pasqua, mi trovai in visita  a casa di Nicola del Borgo, qui a Cambridge vicino a Boston, quando ancora studiava ad Harvard.

“Guarda cosa m’ha mandato la mi’ mamma.” Mi disse aprendo un pacco.     “ ‘na ceramiglia!”

E me ne diede ‘na fetta, era buona, anche se come al solito se ‘mputava ‘n gola, ci voleva ‘l vinsanto. Il pensiero premuroso della mamma lontana mi commosse.

 

 

10 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

51 M’Arcordo… le Fiere de Mezza Quaresima del 2009 (40 anni dopo)

Aprile 9, 2009 di biturgus

Ai primi di febbraio quando programmai questo mio ultimo viaggio per la fine di marzo non presi in considerazione quando ci sarebbero state le Fiere di Mezza Quaresima. Non ci pensai proprio, e pensare che il mio primo “M’Arcordo…” fu proprio dedicato a quest’evento.

Fu l’Anna del Piazzone che, dopo aver saputo la data della mia partenza, mi scrisse subito:

“Ma sarai al Borgo per le Fiere! Lo hai fatto apposta!”

Non era preparato ed in fondo non so se ero anche un po’ contrariato dalla notizia. Mi sarei brutalmente scontrato con la realtá del mondo dei miei “M’Arcordo…”. Su questo ci sarebbe molto da scrivere, vi risparmio le mie elucubrazioni celebrali e ritorniamo alle Fiere.

Prima di partire mi ero preparato. Ogni volta quando intraprendo questo viaggio a casa mi preparo. I miei programmi per i pochi giorni che resto al Borgo sono sempre pieni di progetti, di persone che vorrei incontrare, di cose che vorrei fare, di luoghi che vorrei rivisitare. Poi arriva il giorno di ritornare in America, sempre troppo presto, e mi accorgo che, facendo le somme, ho fatto molto di meno di quello che speravo d’aver fatto.

Lo sapevo che rivedere le Fiere non sarebbe stato la stessa cosa. Penso che l’ultima volta che c’ero stato fu nel 1968: 41 anni fa. Non solo queste son cambiate, ma sopratutto son cambiato io.

 Sono arrivato al Borgo il mercoledì pomeriggio e son subito andato a vedere i preperativi. Forse avevo l’illusione d’essere un ispettore generale. C’era un gran movimento in piazza nel preparare una elaborata fontana, anzi due, con gli zampilli e prato verde d’erba, finta. Per il resto dappertutto c’erano quelli che preparavano i banchini. Ho subito notato che lo spazio occupato era più ampio di quello che ricordavo. E fuori Porta Fiorentina non c’erano le giostre, gli autoscontri, i calciinculo e tanto meno il circo Falorni: solo banchini, tanti banchini.  Ho poi scoperto che le giostre ed i giochi erano vicino al campo sportivo.

La mattina del giovedi é cominciato con un invito, a casa di mio cugino Franco, ad una sostanziale colazione a base di porchetta e vino rosso, niente male per cominciare la prima giornata delle Fiere.  E con lo stomaco pieno sono andato al Borgo, giá progettando che avrei saltato il pranzo. Poi non ho mantenuto la mia promessa, per pranzo ho mangiato la trippa e per cene le centopelli. Credetemi ho poi dormito benissimo.

Sono arrivato da in fondo al Piazzone, venendo dalla parte del cimitero. Le prime bancherelle erano quelle dei venditori di uccellini, di cuccioli e di pesci rossi. Poi lungo il viale di Porta Fiorentina sono cominciati i venditori di cibi vari, porchette, brigidini, piadine, croccanti di tutti i tipi e tante chincaglierie. Ho notato dei venditori di frutta candita, forse erano siciliani. Ecco una prima novitá, gli interessi si sono allargati.

Venditore romagnoli di fichi secchi

Venditore romagnoli di fichi secchi

 

 

Sotto l’arco di Porta Fiorentina c’era un venditore di fichi secchi e di datteri; almeno questa tradizione si é mantenuta. Potevo ancora chiamarle come mio nonno: le Fiere dei Fichi Secchi. Infatti i ficai erano romagnoli. Marito e moglie si vantavano d’essere venuti al Borgo per 41 anni di seguito, senza perdere nessuna fiera.

Mi sembrava che in generale ci fosse meno gente. Ripensandoci i ragazzi erano a scuola, sarebbero comparsi nel pomeriggio.

Quando sono arrivato in piazza le fontane erano in funzione. Una più grande al centro quadrata con tanti zampilli che lanciavano in aria dei getti d’acqua, con delle pompe rimandavano l’acqua ad un’altra fontana un po’ piu in alto, dal lato della banca. Questa aveva solo un gran getto al centro e lungo un canaletto di scolo l’acqua defluiva a quella più in basso. Tanta la gente intorno che ammirava l’opera e subito ho sentito commenti di quelli che volevano che il comune costruisse una fontana permanente in mezzo la piazza. L’idea credo non sia di buon gradimento da parte dei balestrieri.

Fontana in Piazza di Berta

Fontana in Piazza di Berta

 

Non ho saputo resistere alla tentazione di aggiungere quello che mi sembrava mancasse. M’é parso che fosse il mio dovere. La vasca con tutta quell’acqua zampillante era bella, mancavano solo i pesci. Ma i pesci li avevo visti prima in uno di quei banchini in fondo al Piazzone. Cosi ho rifatto tutta la strada a ritroso e ne ho comprati quattro. Mi son fatto mettere il sacchetto di plastica dei  pesci in uno di carta, non volevo che si vedessero. Ritornando verso piazza ho incontrato Roberto, uno dei miei compagni della colazione colla porchetta. Questi mi ha domandato cos’avessi comprato e quando gli ho mostrato i pesci e gli ho confidato le mie intenzioni mi é parso molto sorpreso. Mi ha guardato, forse ha pensato ch’ero un po’ matto. Arrivato sul luogo ho trovato degli amici ed ho chiesto loro di farmi da muro mentre gettavo i pesci nella fontana. La mia soddisfazione d’avere donato loro molto più spazio per nuotare é portroppo durata ben poco. Li ho seguiti per un po’ mentre vagavano in giro, forse sorpresi di tanto spazio. L’acqua era spumeggiante per gli zampilli che ricadevano fragorosi, ma poi li ho subito persi di vista. C’erano alcuni bambini, che avevano visto quello che avevo fatto, ed anche loro cercavano di seguire il loro movimenti:

“C’é troppa schiuma!” ha detto uno di loro, forse sperando ancora che si fossero nascosti.

Non li abbiamo più visti. Allora ho capito che la mia non era stata una buona idea, specialmente per i pesci, poverini! Penso che siano tragicamente scomparsi succhiati dalle pompe che riciclavano l’acqua fra le due fontane. Proprio una brutta idea! Roberto più tardi mi ha confessato che ogni volta che passava per piazza andava alla fontana con la sperava di rivederli.

Ho fatto altri giri nei giorni successivi ed é stato una buona occasione per rivedere vecchi amici.

Conclusione: é stata una nuova esperienza che non aveva nulla a che fare con le Fiere della mia infanzia.

Come temevo non c’erano più le bancherelle che vendevano le palline di pezza colorate piene di segatura con il lungo elastico.

Παντά ρέί! Tutto passa! Anche le palline di pezza colorate.

 

 

9 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

50 M’Arcordo… chi s’arcordava (’l mi’ babbo) de la Libia.

Marzo 20, 2009 di biturgus

Io in Libia non ci so’ mai stato. L’altr’estate ci so’ stato vicino, a Siwa, ufficialmente in Egitto, ma gli egiziani stessi chiamano quella parte il Deserto della Libia. Ero vicino al confine a pochi chilometri da Giarrabub.

Ho sentito tante storie, le più importanti per me quelle del mi’ babbo. Ho conosciuto tanta gente che c’é stata ed anche alcuni che ci son nati, quelli che ci han fatto la guerra, cominciando da quella dell’ ’11 e quelli che ci hanno vissuto. Ho lavorato all’Alitalia di Boston con tutto un gruppo di “Tripolini” siciliani, venuti in America verso il 1960. Ne ho sentito tanto parlare, che certe volte me sembra d’esserci stato per davvero. Luciano, uno dei miei capi all’Alitalia, poi mio grande amico c’era nato. Suo padre aveva conosciuto benissimo Italo Balbo. Un giorno spero d’andarci e fare in macchina da Tripoli a Bengasi, poi magari andare anche nel sud, nel Fezzan.

In un altro M’Arcordo (16mo… quello di quando s’andava a veglia) ho giá detto che nel 1924 i giovani di leva di Sansepolcro furono mandati in Libia, per punizione, i loro genitori avevano votato socialista,  e così partì anche ‘l mi babbo. La nonna Vittoria, la su’ mamma, per prepararlo alle durezze del servizio militare, non gli aveva messo ‘l prete con lo scaldino nel letto per diversi inverni.

“Che beffa!” diceva ‘l babbo “Ho sofferto tanto freddo e poi son finito in Africa.”

Di cimeli della Libia ce son ben pochi in casa. C’é una storia, ma chissá se anche questa sia vera,  che quando il babbo ritornò, allora abitavano alla Fonte Secca, all’inizio di via del Petreto, sempre la nonna Vittoria lo fece spogliare fori dell’uscio, prima d’entrare in casa. Fu mandato subito a farsi un bagno bollentissimo e la divisa fu bruciata nel cortile, incluso il casco coloniale. Lei non voleva pidocchi e piattole in casa. Peccato, quello mi manca nella mia collezione di cappelli! Ho solo un frustino per cavalli, una sacchetta di pelle per il tabacco ed un bocchino d’avorio.

Ragazze Beduine

Ragazze Beduine

 

 

 

 

C’era anche una piccola collezione di cartoline francesi erotiche, si fa per dire, di ragazze arabe seminude, che il babbo teneva nascoste nel cassetto del comodino. Ci doveva essere un bel traffico di queste immagini di bellezze esotiche che veniva dalla Tunisia. Quando i miei s’accorsero che io le avevo scoperte e le studiavo attentamente con curiositá, forse avevo cinque o sei anni, le fecero sparire. Peccato, ho scoperto che oggi valgono molto nel mercato dell’antiquarato. Ne son sopravvisute due o tre.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale il governo italiano, alle prese con il fronte con l’Austria, aveva deciso d’abbandonare la Libia, aveva bisogno di tutte le truppe disponibile per sostenere la guerra in casa. Avevano tenuto solo Tripoli e Bengasi, mentre il resto era stato ripreso, con l’aiuto della Turchia e della Germania, dai ribelli, come li chiamavamo noi, sostenitori del Gran Senusso. Ci fu poi una campagna di riconquista, poco conosciuta, che iniziò nel 1922. L’obbiettivo era quello di raggiungere, lungo la costa mediterranea, Bengasi e verso sud per rioccupare il Fezzan.  In questo contesto Misurata, locata sulla costa mediterranea, era importante. Era una testa di ponte dove si organizzavano le operazioni per riconquistare i territori perduti.

’l mi babbo, dopo un breve periodo a Tripoli, fece “carriera”, lui aveva fatto le scuole tecniche, e per quei tempi era quasi una gran cosa. In poco tempo divenne caporal maggiore e fu spedito a Misurata Marina e dal nome si capisce che era vicina al mare. Uno del Borgo, che aveva dato un calcio ad un arabo che si era chinato per terra per la preghiera, fu punito e mandato con una carovana nel Fezzan, il deserto nel sud, a lá morì.

“Non si danno i calci agli arabi che pregano.” Diceva ‘l babbo “Porta male.”

Misurata era stata ripresa da non molto, era un porto strategico importante, da dove le truppe del Senusso avevano ricevuto i loro rifornimenti.  Fu messo in furieria e teneva l’amministrazione, responsabile dei rifornimenti e dei magazzini: tranquillo lavoro d’ufficio nella maggioranza dei casi, almeno in questa prima parte del suo servizio, e non gli mancava niente. Mi affascinava l’idea che lui era quello che ingaggiva i cammellieri per il trasporto delle salmerie. Volevo credere che ‘l mio babbo fosse un grande esperto di cammelli. Ho sempre sentito raccontare che in due anni sparó un solo colpo di fucile, a casaccio nel buio, una notte in cui pensarono d’essere attaccati, ma forse erano solo dei cani randagi, diceva lui.  

‘l babbo stava in ufficio con i suoi libroni e faceva finta d’esser un ragioniere. Le truppe combattenti. quelli che andavano in prima linea, guidate da ufficiali italiani, erano gli Ascari, truppe di colore, quasi tutti eritrei cristiani contenti di combattere contro i mussulmani infedeli e d’esser anche pagati per questo. Non era del tutto solo, con lui c’era anche un altro Borghese, il Comanducci del Petreto, il podere fra il cimitero e la Madonnina del Latte, quella che oggi é la villa del Boninsegni. Era conosciuto con il soprannome Pacchjino (voi Borghesi sapete come pronunciarlo). Non mi ricordo come si chiamasse di nome.

Nei caldi pomeriggi africani faceva un pisolino e poi spesso a cavallo correva lungo la spiaggia sabbiosa vicino al mare. E pensare che fino a pochi mesi prima aveva visto solo l’Afra ed il Tevere. Ancora non aveva imparato a nuotare, sapeva fare il morto e galleggiava, rimanendo vicinissimo alla riva. Fu proprio in uno di questi pomeriggi che rientrando a cavallo verso la caserma cominció a sentir un gran freddo. Poi cominciarono i brividi, quando si sdraió sulla sua branda bubbolava. Lo portarono subito all’infermeria e poi all’ospedale. Venne il medico: aveva preso il tifo. Ce n’erano giá stati molti casi e alcuni erano morti. In poche ore la febbre divenne altissima e delirava. Il babbo mi raccontava che si era convinto che sarebbe morto, sperduto e senza gloria, lontano dai suoi e dal Borgo.  Non si era mai dimenticato il nome del suo dottore, il Dott. Trepiccioni, responsabile di quell’ospedale. Quel nome mi sembrava tanto buffo,. Il Pacchjino lo andava a trovare e cercava di fargli coraggio. La febbre continuava ad essere altissima ed il medico decise che doveva fare il bagno col ghiaccio. Questa parte della storia mi faceva venire i brividi. Ma poi il bagno non lo fece, ebbe un’emorragia e lo diedero per morto, e gli tirarono su il lenzuolo sopra la testa. E lui era tanto debole che non poteva parlare o muoversi. Quando riprese coscienza cominció a temere che l’avrebbero sepolto vivo. Vennero degli infermieri per portarlo via e fu proprio uno di questi che si accorse che aveva battuto un ciglio e gridó:

“Ma questo é vivo!” e così ‘l babbo si salvó, pensavo io. A questo punto della storia io ero tutto contento che non era morto, altrimenti io non ci sarei stato. Passarono giorni e lentamente si riprese, aveva solo vent’anni ed aveva l’energia per guarire. ‘l Pacchjino, suo vicino de casa, anche se quando erano al Borgo non si frequentavano, andava sempre a trovarlo. ‘l babbo aggiungeva che era un tipo silezioso, si sedeva accanto al letto e stava zitto. Alla fine fu dimesso e fu deciso di rimandarlo in Italia in convalescanza, era ancora debole ed aveva perduto molto peso.

Il giorno prima di partire ‘l Pacchjino l’andó a trovare:

“Renato domani parti, s’artorni al Borgo dopo l’ospedale, vai a salutare i miei e digli che sto bene.”

“Certo, certo, li vado subito a trovare.”

“Stasera se va a cena al ristorante.”

A Misurata c’era un buon ristorante dove ci andavano gli ufficiali.

“Al ristorante?” domandó sorpreso ‘l babbo “Ma chi ce l’ha i soldi?”

“I soldi ce l’ho io, ‘n te preoccupare. Prima se mangia e poi te l’arconto come l’ho guadagnati.”

E cosi andarono a cena e mangiarono benissimo. Poi venne la storia di come aveva fatto i soldi.

“Alora, quando stavi tanto male, tutti dicevano che saresti morto e me dispiaceva tanto. Me dispiaceva anche, l’hai visto ‘l cimitero? che se uno more miquì fanno ‘na buca ‘n terra e ce lo buttono d’entro, senza neanche la cassa. Alora ho deciso de fare ‘na tomba per te. Ho trovato ‘n po’ di mattoni e de pietre e ho preparato un tombino. Poi in magazzino ho fregato un po’ d’assi e ho fatto ‘na cassa da morto. E poi, per fortuna, te ‘n si morto e io so armasto con ‘na cassa e un tombino.”

Cerco d’immaginare la faccia del mi’ babbo quando sentiva ‘sta storia, e ‘n’era manco finita.

“Poi è morto ‘n tenente, anche lui aveva preso ‘l tifo. C’era ‘n capitano furioso per come seppelivano i morti, io me so’ presentato e gli ho detto che c’ivo ‘na tomba e ‘na cassa da morto ch’ivo fatto pe’ ‘n amico, che ‘n’era più morto e che gliela davo. E lui grato pe’ ‘l mi’  gesto, m’ha voluto dare venti lire. Io prima ‘n li volevo, mo poi l’ho presi. Ho pensato che qu’i soldi ‘n erano manco i mii, ma i tui. Ma ‘n teli potevo mica dere, e ch’era meglio mangiasseli e belli, magari al ristorante.”

‘l babbo tornò in Italia e sperava di rimanerci, ma dopo la convalescenza lo rimandarono in Libia, ma questa è un’altra storia, forse.

Spesso quando si incontrava ‘l Pacchjino per la via il babbo faceva ‘na battuta:

“Ecco il mio becchino!” oppure “Noi se mangiato coi soldi de la mi’ cassa da morto!”

Ed io pensavo che era vero: era proprio lui quello che aveva fatto ‘na cassa da morto per ‘l mi’ babbo e ridacchiavo.

‘sta storia me piaceva tanto e sempre chiedevo al babbo d’arcotammela ‘n’altra volta anche se la sapevo a memoria.

 

Agli inizi degli anni trenta ‘l babbo fu richiamato in servizio per fare le Grandi Manovre. Queste si svolsero nell’Appennino marchigiano dall’altra parte di Monte Nerone. Il babbo si fece male ad un piede e lo portarono in ospedale ed il medico curante severessimo, che rimandava in linea tutti quanti, si chiamava Dott. Trepiccioni. Il babbo lo riconobbe, si misero a parlare della Libia, di Misurata ed il dottore si raddolcì … e lo mandò a casa.

 

20 marzo 2009, Marblehead, MA USA   

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)