60c M’arcordo… l’alluvione di Firenze del ’66. (terza parte – lavori in corso)

Novembre 6, 2009 di biturgus

Non sapevo da dove cominciare, allora decisi d’andare a Sant’Apollonia, la mensa in Via San Gallo. Camminando per Via degli Alfani notai che c’era gente  dappertutto, gente che lavorava, che svuotava negozi botteghe, nella speranza che ci fosse qualche cosa da salvare. Il caffé all’angolo con Via dei Servi, dove spesso facevo colazione non c’era piú, era stato sventrato dalla corrente. Niente cappuccino col cornetto.

Alla mensa trovai un gruppo di studenti che si stava organizzando per andare ad aiutare delle persone anziane dalle parti di Via della Scala. Non c’erano piú badili e mi diedero una vanga e mi unii a loro. Avrei presto scoperto che la vanga era stata inventata proprio per vangare e non mi fu molto utile per spalare, ma mi c’ero subito affezionato e ma la portai dietro per giorni, poi la persi, la lascia da qualche parte e qualcuno se la prese.

Piazza Santa Maria Novella
Santa Maria Novella

Passando per Santa Maria Novella vidi che c’era chi sperava di recuperare delle scarpe, mettendole ad asciugare in una panchina. Fu proprio da quelle parti che notai, seminascosto in un mucchio di detriti, un boccale. Mi chinai e quando lo presi in mano vidi che era un bel boccale di peltro, di certo portato via da qualche negozio elegante del centro. Cosa fare? Lo prendo? Lo tengo? Dopo un momento d’incertezza lo rigettaio nel mucchio.

Quando arrivammo all’indirizzo che ci avevano indicato scoprimmo che c’era ben poco da fare. Le abitazioni nei seminterrati erano ancora piene d’acqua, ci sarebbe voluta ‘na barca. Mi separai del gruppo e decisi d’andare verso Piazza Signoria, ero sicuro che a Palazzo Vecchio sarebbero stati capaci di mandarmi dove c’era bisogno.

Quei primi giorni furono caretterizzati da una gran confusione. Le intenzioni di tanti erano meritevoli, ma poi spesso si perdevano nella direzione sbagliata anche perché molte informazioni erano incorrette e contradittorie.

Non so chi fu ma qualcuno mi disse d’andare li vicino, all’Archivio di Stato, allora era ancora sotto gli Uffizi, come ai tempi del granduca. Poi, credo anche a seguito di quest’evento, gli trovarono un’altra sede.

All’Archivio avevano bisogno d’aiuto. Lungo la grande scalinata s’era formata una catena umana e dagli scantinati e dal piano terra venivano prelevati pergamene. filze, libri, documenti e facendo il passamano venivano portati al secondo piano, quello proprio sotto alla Galleria degli Uffizi, dove degli archivisti li smistavano cercando di dare un minimo d’ordine, cercando anche di trovar dello spazio dove si potessero asciugare. Ottimisti, ci sarebbero voluto mesi. C’era un senso d’entusiasmo quasi d’euforia, sapevamo di salvare documenti e libri importanti o almeno facevamo il possibile. Giá si sapeva dei grandi danni ad opere d’arte, come quelle nella chiesa di Santa Croce e nella Cappella dei Pazzi. Questo era il nostro contributo.

1966-11- Alluvione- Archivio 14.
Corridoio dell’Archivio di Stato

Ricordo uno studente che si mise a gridare tutto eccitato passando un pacco di documenti legati in una cartella di pelle bagnata, dopo averne letto il titolo.

“Questa é una filza del Bargello del 1305, dei tempi di Dante!”. Emozionante.

Poi all’improvviso si sparsa una voce. “Sono arrivati gli americani!”come se fossimo in un film “Arrivano i nostri!” Ci hanno chiesto di scendere ad aiutare. Nel cortile c’erano due camion militari e dei marines, la prima volta che ne vedevo alcuni dal vero, erano arrivati dalla base Nato di Livorno. Avevano portato dei generatori elettrici ed alcuni di noi ci siamo dati da fare a scaricare dei pesanti rotoli di cavi. Efficenti hanno impiantato tutto un sistema di lampade per illuminare gli stabile inferiori, che altrimenti erano al buio e noi li abbiamo aiutati a stendere i fili.

A sera son tornato alla mia pensione stanco e sporco, ma soddisfatto del mio lavoro. Non m’arcordo che cosa o dove ho mangiato. Nessuna bellissima ed eterea ragazzina di buona famiglia dai capelli lunghi è venuta, come nel “La Meglio Gioventù”, a portarci i panini col prosciutto.

Il giorno dopo son tornato all’Archivio, ma mi hanno detto che c’erano troppi volontari, alcuni di noi dovevano andare a lavorare di fronte, dall’altro lato del cortile, all’Accademia dei Georgofili (quella diventata sfotunatamente famosa per l’attentato del ’93).  Mi son presentato al mio nuovo posto di lavore con tanta buona volontá, e non sapevo cosa mi aspettava. Con altri sono sceso nella semioscuritá in uno scantinato pieno di fango fetido e vischioso, che mi arrivava ai polpacci, speravo solo che non fosse più alto dei miei stivali. Dovevamo trovare e tirar fuori dal fango delle cassette di legno e portarle al piano superiore. Erano pesantissime e scivolavano via dalle mani. Ma che cosa c’era dentro? Erano piene di lastre, vecchi negativi fotografici di vetro. Fu il lavoro più duro e fatigoso di tutta questa esperienza.

All’ora di pranzo ritornai in Piazza della Signoria, il tempo continuava ad essere bello e stanco mi misi a sedere negli scalini sotto il Davide.  Mi misi a parlare con l’uomo (quello alla mia destra nella foto) seduto accanto a me. Cominciò enumerando tutto quello che gli era successo; abitava proprio dietro Palazzo Vecchio, in una di quelle stradine strette vicino all’Arno e aveva perduto tutto e a questo aggiunse una litania di sciagure. Poi cominciò ad inveire un po’ contro tutti, per quello che non avevano fatto prima e per quello che non facevano adesso. Ce l’aveva con tutti i politicanti, primo fra questi il Presidente Saragat, che erano venuti a vedere e sopratutto per farsi vedere che erano a Firenze per aiutare. Ma nessuno di loro aveva preso in mano un badile. Poi d’improvviso interrruppe la sua diatriba e con il suo fortissimo accento fiorentino, che non cercherò di trascrivere,  mi disse con un tono quasi serio:

1966-11- Alluvione-Fausto-18

Sugli scalini di Palazzo Vecchio

“Ma lo sa ch’ha detto il Biancone al Davide quando ha visto l’acqua che saliva?”

“’n’ho so! Ma che gli ha detto?”

“Speriamo che l’acqua salga, sarebbe l’ora de lavasse le palle dopo cinque secoli!”

E cosi finì la nostra conversazione, si allantonò smadonnando e ricominciando le sue lamentele.

In questi miei ricordi ci sono dei vuoti, per esempio non ho memoria di nessun pasto, di nessun caffé, di nessuna bevanda, ma son sicuro d’aver mangiato, qualche volta.

Il terzo giorno son tornato di nuovo all’Archivio, ma questa volto sono stato bloccato all’ingresso.

“Sei stato vaccinato? Devi esser vaccinato per lavorare qui.”

“Vaccinato? Ma per che cosa?”

“Per il tetano, vai subito alla Biblioteca Nazionale. C’è un centro militare e fatti vaccinare.”

Mi avviai con altri nella stassa situazione: eravamo i vaccinaturi. Borgo de’ Greci era in condizioni disastrose, ancora difficile da traversare, e quando Piazza Santa Croce si apri davanti mi resi conto ancora di piú di tutta la portata dei danni inflitti alla cittá. Dante dall’alto del suo piedistallo, nel centro della piazza, o meglio di quello che una volta era un parcheggio ed ora una discarica di macchine sfasciate e detriti di tutti i generi, dominava il tutto. Il poeta, non ancora rimosso e rilocato sul lato sinistra della chiesa, sembrava incazzato proprio per tutte quella sporcizia fetida che lo circondava. Certo allora non lo sapevo, ma un giorno sarebbe stato lo sfondo ideale per Benigni. Dove avrebbo potuto trovare uno luogo migliore per declamare il VI dell’Inferno, quello dei Golosi?

L’Arno aveva rotto proprio davanti alla Biblioteca, non c’era piú il lungarno. La piena del fiume era entrata nella Nazionale con tutta la sua furia dalla porta principale. Trovammo tantissimi giovani che lavoravano, lunghe file di passamano che tiravan fuori libri dai profondi labirinti dei fondi senza fine, da kilometri di scaffali divelti e crollati. C’era tutta l’alacritá di chi era coscente di salvare una fetta, o almeno una fettina della nostra civiltá.

Ma dove era venuta tutta quella gente?

Tutti sporchi ed infangati, sudati e stanchi, senza la speranza d’una doccia alla fine della giornata, e senza paga e nessuno aveva chiesto loro d’esser li. Non avevano l’obbligo d’una corvée.

Erano li perché avevano scelto d’esserci. Erano liberi d’andare quando voloveno, ma ogni mattina si presentavano puntuali al loro turno con tutto l’ottimismo della mia generazione che ancora sperava che sarebbe stata in grado di cambiare il mondo.

A noi ci indicarono di salire al secondo piano. La fila di quelli che dovevano esser vaccinati era lunghissima, scendeva giù per la scalinata che porta al secondo piano. Non ho mai visto tanti culi come quel giorno. Infatti arrivati in cima si formavano due file, e degli ufficiali medici ordinavano a tutti, ragazzi e ragazze:

“Giù i calzoni!” e tak, ti sparavano nella chiappa la tua dose di vaccino.

Mentre ero in fila aspettando il mio turno mi trovai vicino ad una ragazza di Scienze Politiche che conoscevo. Questa mi domandò dove lavoravo e quando seppe che ero all’Archivio mi disse:

“Ma perchè non vieni a lavorare con noi. La nostra biblioteca, la nostra collezione di giornali e di riviste politiche è stata alluvionata. Abbiamo bisogno d’aiuto.”

Cambiai carriera. Che strano, fino a quel momento non avevo pensato di andare a vedere cosa era successo in facoltá e da quel giorno andai a lavorare al Cesare Alfieri in Via Laura. C’era anche il vantaggio ch’era vicinissima a casa mia. Questo lavoro mi tenne occupato per alcuni mesi. Divenni un esperto, si fa per dire, nell’asciugare i giornali bagnati, giornali sfusi e giornali rilegati in grossi volumi, che diventano pesanti quando son molli. La qualiatá della carta dei giornali é forse la peggiere e se bagnata si disintegra solo a girar pagina. Tutti parlavano dei danni subiti delle grandi opere d’arte,  fra queste forse il più noto fu il crocefisso di Cimabue, ma nessuno parlò di altre opere uniche: certi vecchi giornali, di cui esisteva una sola copia che andarono perduti, documenti di vita insostituibili.

Ma forse su questo lavoro e sul post-alluvione scriverò un altro M’Arcordo.

Quando potevo facevo dei giri e ovunque c’era gente che lavorava, che portava via detriti. I volontari erano aumentati e venivano da tutte le parti; credo che il contributo degli studenti bolognesi sia stato il più nutrito, ci furono anche quelli che vennero dall’estero. Tutti volevano aiutare a salvar Firenze, almeno quello che si poteva salvare. Era una missione.

M’arcordo che una sera andammo alla stazione di Santa Maria Novella dove tanti studenti dormivano nei vagoni di treni lasciati per loro lungo binari morti. M’arcordo che un gruppo che ci invitò a mangiare con loro, affettati, formaggio e pane. C’erano alcuni con la ghitarra e con l’aiuto di fiaschi di vino, cominciammo a cantare. Gli altri nei vagoni accanto si unirono a noi alla fine l’intero treno divenne un gran lungo coro. Il repertoio era tipico dei tempi, canzoni rivoluzionarie ed anarchiche: “Bella Ciao” e Addio Lugano Bella” le più gettonate. Sentii per la prima volta anche canzoni della Guerra Civile Spagnola. Ripensandoci sembrava una prova generale di quello che sarebbe stato il ’68.

1966-11- Alluvione-Marzocco

Libreria Marzocco in Via Martelli

Io ero e sono un grande amante di libri e vedere la montagna di libri bagnati ed infangati davanti alle librerie era una degli spettacoli che mi rattristava di più. Passando davanti alla libreria Marzocco di Via Martelli mi fece quasi sentir male. Raccolsi libri, speravo di salvarli, ma senza gran successo.

 Ottenni un lasciapassare, ma non m’arcordo chi me lo diede e con la macchina potevo uscire e rientrare nella zona ancora chiusa al traffico quando volevo.  

Le mie cose con Roberta non andavano bene, diciamo che i nostri rapporti erano cordiali. Andavo spesso a trovarla: a casa sua c’era l’acqua corrente, cosi potevo farmi la doccia.

Fu proprio una sera sul tardi ritornando a casa in Via della Pergola che vidi i primi segni che i tempi cambiavano. Dietro al Duomo, all’angolo di Via del Proconsolo, vidi una prostituta, niente tacchi a spillo, aveva gli stivali di gomma, anche lei si era adattata ai tempi. Non so se trovò dei clienti, non so se li trovava dove potevano andare, ma capii che era un buon segno, le situazione si stava avviando verso la normalitá.

 

6 novembre 2009, Marblehead, MA USA

60b M’Arcordo…l’alluvione di Firenze del ‘66 (seconda parte – il primo giorno)

Novembre 3, 2009 di biturgus

  ….continuammo lungo i Viali, verso il Cimitero degli Inglesi e Piazza della Libertá, dove sembrava che l’acqua non avesse fatto gran danni. Avevo subito notato che ad ogni strada sulla nostra sinistra che portava verso il centro, come Borgo Pinti o via Cavour, c’era un posto di blocco militare per impedire o almeno controllare l’accesso al centro storico, che era stato il piú colpito.

Non c’erano molte macchine in giro. Lungo il Viale Spartaco Lavagnini, vidi un bulldozer che spingeva i rottami per liberare la strada dai detriti, sopratutto macchine, accatastandole. Il porabrezza continuava a coprirsi di schizzi d’acqua sporca, satura di fango untuoso, che il tergiscristallo non riusciva a pulire.

La prima fermata fu presso dei parenti di Paola che mi sembra abitassero non lontano da Piazza Leopoldo. Questa zona, un poco piú elevata e protetta dalle spolliere alte del Mugnone non era stata alluvionata. Lasciai Paola dai suoi parenti con quello che aveva portato. Questi furono felicissimi per il nostro arrivo inaspettato.

Non fu difficile per me raggiungere l’abitazione di Roberta in Via Forlanini, un po’ fuori, nella direzione di Novoli. L’appartamento era proprio di fronte alla grande officina della Fiat, oggi é la zona del nuovo campus universitario. Mi sentivo un po’ come l’eroe generoso e senza macchia, quello che arriva sempre in tempo e salva tutti.

Lasciai una buona scorta delle mie vettovaglie per loro. Mi dissero che c’era un centro di raccolta a Palazzo Vecchio, così decisi di raggiungerlo. Roberta venne con me. Ritornai indietro  di nuovo verso Viale Spartaco Lavagnini, poi mi diressi verso une delle strade che portavano verso il centro, forse Via delle Mantellate. Fui fermato al posto di blocco. Non fu affatto difficile convincere un paio di giovani reclute con tanto di fucile a farmi passare, dopo aver mostrato loro il carico che avevo in macchina. Raggiunsi Piazza San Marco, e subito vidi che, percorrendo Via Cavour e via Martelli, i danni erano sempre piú rilevanti.  

Per la prima volta, e forse per l’ultima, venendo da Via Martelli passai con la macchina fra il Duomo ed il Battistero per immettermi in Via Calzaioli. Vidi la Porta del Paradiso del Battistero aperta e con dei pannelli mancanti. Le poche macchine in giro andavano piano e non esistevano più senzi unici. Lo spettacolo era allucinante, indescrivibile, inimmaginabile. Forse la parola kaos è stata inventata per essere usata in situazioni come questa. A quel tempo mi sembrò impossibile che la cittá potesse mai esser ripulita ed il tutto ritornare come prima.

Le macchine sfasciate ed ammucchiate erano dappertutto, come se un bambino avesse giocato con i suoi giocattoli e poi stanco li avesse buttati via. M’arcordo il battente enorme d’un portone in piedi, appoggiato ad un muro.

In quasi ogni negozio c’era gente che cercava di ritrovare qualche cosa, ma penso ci fosse ben poca roba da salvare.

1966-11 fila Fila di alluvionati a Palazzo Vecchio

Giunto in Piazza Signoria, vidi subito dalla lunga fila di gente ben ordinata che si era messa in fila davanti alla porta laterale di Palazzo Vecchio, dove c’era il centro raccolta. Uno degli addetti mi fece avvicinare il piú possibile, parcheggiai la  macchina infangatissima accanto ad altre vetture alluvionate, poi mi venne un dubbio, speriamo che non la portano via con le altre. Lo stesso mi aiutò a scaricare. Nell’antrone avevano impiantato vari settori, per la raccolta e per la distribuzione. Da un lato c’era un gran tavolo ed era la farmacia. Mi ringraziarono tantissimo per aver portato medicine e tutto il resto.

Erano forse le due e la giornata era bella ed avevamo fame, con tutto quello che avevo portato non c’era rimasto piú nulla, eccetto quello che avevo lasciato per la signora Clotilde. Con le mani ruppi un pezzo di pane da una pagnotta e ce lo mangiammo, seduti sugli scalini di Palazzo Vecchio, sotto il Davide.

1966-11- Alluvione-Pontevecchio 08 Ponte Vecchio con i detriti portati dalla corrente

Mi incamminai con Roberta sotto gli archi degli Uffizi (posso dire che, per chi ha visto “La meglio gioventú”, la ricostruzione di quella zona é stata accurata) fino a raggiungere il Lungarno. Il livello dell’acqua era calato, ma sembrava ancora minaccioso. L’acqua aveva superato gli archi e sfondato le finistre e corso come una furia attraverso i negozi, postando via tutto. Mi fu poi detto che settimane dopo c’era gente che era scesa l’Arno a cercar oro e gioielli come si é visto fare nei film, quelli della febbre dell’oro. Ma non so se sia vero, certo possibile.

Attraversato Ponte Vecchio ci avviammo verso Palazzo Pitti. Il selciato di Via Guicciardini era divelta ed in parte ancora allagata. Per fortuna avevamo gli stivali di gomma. Il fango imbrattava tutto.

1966-11- Alluvione-17 Via Guicciardini divelta

Continuammo a girare, ma molte delle piccole strade erano inagibili, chiuse da barricate di detritti.

Non m’arcordo la seguenza degli eventi, ma penso che tornammo alla macchina, era davvero un po’ preoccupato che venisse un buldozer e me la portasse via con le altre. Dovevo trovare un posto dove lasciarela. all’interno della cerchia dei posti di blocco; ero sicuro che se fossi uscito non sarei stato capace di rientrare, non avevo più le scatole piene di medicine.

Ritornai verso Piazza San Marco e ed dopo un po’ di giri riuscii ad entrare nel cortile di Sant’Apollonia, la mensa. C’era posto e lasciai la macchina. Roberta decise di ritornare a casa, ma non m’arcordo come fece, forse c’erano degli autobus che partivano dai viali.  Andai alla mia pensione in Via della Pergola. La strada era un disastro, una catastrofe, fango, piena di detriti e le ubique macchine sfasciate e sospinte dalla corrente. Fu allora che mi resi conto quanto ero stato fortunato d’esser andato via il giorno prima, vedendo quello che era successo dove nolmalmente parcheggiavo la macchina. Notai salendo che c’erano mobili lungo le scale, perchè? Poi capii. Quelli del piano terra e del primo piano erano  

1966-11- Alluvione-Via della Pergola 8 Via della Pergola

sfollati in alto con con il salire del livello dell’acqua e avevano cercato di salvare il più possibile. Essendo il nostro appartamento al terzo piano l’acqua non c’era arivata, La sig.ra Clotilde fu felicissima di vedermi arrivare con l’acqua ed il pane, anche se ne mancava un pezzo. La signora era stata previdente, aveva riempito d’acqua la vasca da bagno e tutti le pentole e le marmitte nell’eventualitá che poi non ce ne fosse più, ed aveva avuto ragione. Tutti gli altri pensionanti vennero  a salutarmi e cominciarono a raccontare le loro storie. Per mesi a venire ognuno si sentiva obbligato a raccontare quello che gli/le era successo e quello che avevano fatto durante l’alluvione.

Più tardi uscii e continuai le mie esplorazioni, girovangando verso il Duomo, il mercato di San Lorenzo e li fu per la prima volta che sentti un gran fetore, le carni cominciavano ad imputridire.

1966-11- Alluvione-Manichino 22 Manichino annegato

Sotto i portici di Piazza della Repubblica sopra un tavolino da giardino c’era uno che vendeva La Nazione, ma come era possibile? L’edificio del giornale dalle parti di Piazza Beccaria era stato di certo colpito in pieno dall’Arno straripato. Poi appresi che questa edizione era stata stampata a Bologno nella tipografia del Resto del Carlino.

Poi venne la sera e la cittá cadde nel buio, nel buio più completo. Non c’era elettricitá. Era difficile camminare in quelle strade piene di detriti di tutti i generi e d’ostacoli imprevedibili. Solo ogni tanto i fari di qualche rarissima macchina lanciavano un raggio di luce.

In Via degli Alfani feci incontrai uno studente americano ubriaco con una candela accesa in mano. Mi fermò e cominciò a blaterare in una strana mistura d’italiano ed inglese contro la guerra in Viet Nam. Comiciò a seguirmi e non mi fu facile sganciarmi.

 Non m’arcordo cosi feci per cena, forse non mangiai. Tornato a casa mi resi anche conto d’una situazione che avrebbe caretterizzato i prossimi giorni a venire. Ero sporco, infangato e  l’acqua che avevamo era troppo presiosa, non si poteva sprecarla per lavarsi.

Andai a dormire pensando all’indomani, cosa avrei potuto fare per aiutare? Si sapeva che i danni alle opere d’arte erano terribili, e l’Arno aveva rotto proprio davanti alla Biblioteca Nazionale … certo c’era tanto da fare.

P.S. se volete vedere immagini e filmati dell’evento andate in youtube.com

cominciate con questo:

http://www.youtube.com/watch?v=g1ArZ_t9S-Y&feature=related

3 novembre 2009, Marblehead, MA USA                 

                                                               

60a M’arcordo… l’alluvione di Firenze del ’66. (prima parte)

Novembre 1, 2009 di biturgus

Il 4 novembre 1966 era un venerdi, ed io a Firenze ’n c’ero; ma forse é meglio cominciare dal giorno prima, il 3.

A quei tempi, studente di Scienze Politiche, abitavo a Firenze da un’affittacamere, la signora Clotilde,  in via della Pergola vicino al teatro. La mia camera era al quarto piano e dalla finestra si vedevano i finestroni del loggione del teatro, ed in lontananza, oltre i tetti rossi, il cupolone del duomo. C’erano altri studenti e fra questi Paolo Massi e Leonardo Carloni del Borgo. Il bello di quella camera era che aveva un caminetto dove per star caldo bruciavo un po’ di tutto. La signora era gentile e non si lamentava con noi se avevamo visite anche se che stavano tutta la notte, anzi diventava curiosa e voleva sapere i dettagli.

Ritorniamo al pomeriggio del 3: pioveva e come pioveva, scrosciava come una cascata. Avevo da tempo pensato di tornare al Borgo in considerazione della festa del 4 novembre potevo fare un ponte, o meglio un ponticello. Roberta, la mia ragazza, sarebbe venuta con me, ma poi all’ultimo momento venne fuori che quella sera doveva lavorare fino a tardi e decise che mi avrebbe raggiunto la mattina dopo, venendo ad Arezzo in treno ed io sarei andato a prenderla.

Così partii da solo con la mia 850 rossa sotto la gran pioggia; mi parve ancora piú forte nel Valdarno e mi seguì fino al Borgo. Dopo cena andai al cinema e solo quando uscii, penso fossero le undici, aveva smesso di piovere.

Al mattino, come concordato, partii per andare ad Arezzo per prendere Roberta, che sarebbe dovuta arrivare poco dopo le nove. Non pioveva, ma il cielo grigio e scuro prometteva ancora pioggia. Era giorno festivo ed il parcheggio davanti alla stazione era vuoto, ma subito mi parve strano, sembrava deserto, ed ebbi la stessa impressione entrando. C’erano solo due o tre persone. Il tabellone con gli orari degli arrivi e partenza sopra le scale che portano ai binari aveva solo i nomi delle cittá e nessun altra informazione. Mi sembrò strano, molto strano. Mi avvicinai ad un facchino con la sigaretta sull’angolo della bocca e gli chiesi:

“Mi scusi, perché non c’é scitto niente” indicando il tebellone” il treno delle nove da Firenze é in ritardo?”

“Si!” rispose con voce laconica

“Ma di quanto?”

“Oh questo ‘no so. Un mese, du’ mesi.”

“Un mese?”

“L’Arno ha portato via i ponti nel Valdarno.” E si allontanò.
Questa poi si rivelò essere notizia incorretta, ancora pensavano che i problemi fossero solo nel Valdarno.  La notizia che l’Arno avesse traboccato a Firenze non era ancora arrivata, anzi il grosso stava proprio accadendendo in quel momento, ma noi ancora non si sapeva niente.

Avevo una manciata di gettoni in tasca e corsi ad una cabina per telefonare a Roberta, niente telefonini a quei tempi. La signora Fernanda, la madre, mi rispose e con una voce tutta eccitata, mi disse:

“Non so dov’é Roberta! Mi ha telefonato dalla stazione un’ora fa, dicendomi che cercava di tornare a casa, che l’Arno ha straripato e che l’acqua stava arrivando da via Cerretani e da piazza Santa Maria Novella, poi é caduta la linea. Ma come fa ora a tornare a casa? ….” ed  in quel momento anche la mia comunicazione si interruppe.

Ritornato nell’atrio c’erano delle persone che ascoltavano una piccola radio a transistor, mi sono avvicinato. Non ricordo i dettagli di quelle notizie, parlavano di allagamenti, ma a quell’ora ancora non si sapeva molto di quello che stava succedendo.

Non c’era altro da fare che tornare al Borgo e cosi feci. Non avevo la radio in macchina, quasi nessuno ce l’aveva. Arrivato a casa cercai ancora invano di telefonare a Roberta ed altri vari numeri a Firenze, ma era chiaro che tutte le comunicazioni erano interrotte. Assieme a mia madre mi misi ad ascoltare la radio, non ricordo se al mattino ci fosse qualche telegiornale speciale, ma non credo. Piú tempo passava e piú diveniva chiaro che stava succedendo un vero storico disastro. Ero preoccupato per Roberta, non sapendo se ce l’avesse fatta a tornare a casa. Loro abitavano in via Forlanini verso la Novoli, pensai che dovevano essere abbastanza lontano dal corso dell’Arno ed evitare la valanga d’acqua. Piú tardi scoprii che avevo ragione, s’erano salvati dall’inondazione perché le sponde del Mugnone avevano arginato la corrente dell’acqua facendola defluire verso le Cascine.

Passammo la giornata ascoltando la radio, e sempre di piú ci rendevamo conto della portata del disastro che non si limitavano a Firenze; l’Arno stava travolgendo tutto fino alla foce. Le ferrovie erano bloccate e cosi l’autostrada ed altre strade che portavano a Firenze, era come fosse in stato d’assedio, l’esercito aveva bloccato tutto, solo i mezzi di soccorso potevano accedere.

Appresi poi che uno del Borgo ce la fece ad andare a Firenze quel giorno, ed io a questo non c’avevo proprio pensato. Piero Olivieri andò alla Pieve poi a Chiusi della Verna per scendere a Bibbiena e Poppi, per salire il Passo della Consuma, scendere a Pontassieve, poi Rufina per poi risalire a Fiesole ed arrivare cosi in Piazza della Libertá nel pomeriggio.

1966-11-04 Fausto e Teresa small

Fausto e Teresa al ponte del Tevere, Sansepolcro

Fu una giornata piena di incertezze e di preoccupazioni e sopra tutto di sentirsi impotenti a fare qualsiasi cosa. Cominciarono ad arrivare le notizie di altre zone colpite dal maltempo, incluso Venezia. Al Borgo, nella valle si cominciò a parlare del livello del Tevere.

Paolo Massi ed io passammo il pomeriggio assieme a Teresa Uccellini e a Piero Acquisti (detto Mechina) in giro. Il livello dell’acqua al ponte del Tevere cominciava a salire rapidamente, portava giú di tutto, alberi, rami, tavole ed animali morti, faceva paura. E come noi s’erano radunati altri curiosi e si parlava solo di Firenze e sembrava che ognuno avesse notizie piú tragiche degli altri. Poi qualcuno disse che a Pistrino il Tevere era straripato ed aveva incominciato ad allagare i campi.  Subito decidemmo d’andare a vedere, passando per San Giustino. Lasciammo la macchina lungo la strada, prima del ponte, all’asciutto. Volevamo esplorare, avvicinarci per vadere meglio; abbiamo camminato un po’ lungo un argine ancora non sommerso. Vedevamo campi e campi allagati dall’acqua che continuava a salire.

 “Citti, i versi ’n son belli, artornamo!” 

 

1966-11-04 Pistrino small

Allagamento lungo la strada per Pistrino

 

 

 

Disse qualcuno e così facemmo marcia indietro. Quando siamo arrivati alla macchina scoprimmo che la strada era stata allagata e che il livello dell’acqua era giá arrivato a mezza ruota. Quando Piero ha aperto la portiera l’acqua ha defluito nell’interno. Immaginatevi le parolaccie del Piero! Cercò invano di farla partire. Ancora piu’ parolaccie.  Siamo entrati tutti nell’acqua fredda fino alle ginocchia per spingerla fuori e dopo tanto zazzicare riuscì a metterla in moto. Era l’ora di tornare a casa, molle ed infreddoliti.

A sera abbiamo visto le prime immagini alla televisione, ma non molte, ci sarebbero voluti giorni prima di vedere quello che era successo, ma capimmo  subito il livello della tragedia che stava travolgendo Firenze. Io per tutta la sera ho continuato invano a telefonare . M’arcordo d’essere andato a letto con una gran tristezza. In qualche modo mi sentivo triste di non essere a Firenze, era come se avessi abbandonato e tradito la Roberta, gli amici e la cittá nel momento del bisogno. Fu forse proprio allora che decisi d’andare a Firenze, ma ancora non sapevo come e quando, ma di certo il prima possibile.

Il giorno dopo, sabato, rimasi incollato alla radio e poi alla televisione. Mi sembra che solo nel pomeriggio arrivò la notizia che la furia dell’acqua cominciava a diminuire. Penso che ogni mezz’ora provavo a telefonare a Roberta, ma ancora senza successo. Si, sarei andato a Firenze quanto prima e decisi che avrei, nel mio piccolo, portato aiuti. Alla radio continuavano a dire che mancava tutto, sopratutto acqua potabile. A quei tempi c’era ben poca acqua imbottigliata. Cominciai a far telefonate a medici e farmacisti ed amici e parenti. Avevo anche parlato con Paola Trivella e anche lei mi aveva subito detto che mi avrebbe aiutato a raccogliere quanto possibile e che sarebbe venuta con me e lunedi mattina saremmo partiti presto per Firenze.

Passai la domenica a raccogliera cibo e medicine. Avevo chiesto di preparare verdura fresca e giá lavata. Il dott. Cavalli, il dott. Rossi e il dott. Marrani svuotarono i loro armadi di tutte quelle medicine che avevano ricevuto come campioni. Anche i farmacisti (Galardi e Cantucci) furono generosi. Il problema era che la mia Fiat 850 non era grande abbastanza. Domenica sera la macchiana era pronta, avrei riempito d’acqua delle grandi taniche di plastica all’ultimo momento ed al mattino e poi ci saremmo fermati al forno per prendere del pane ancora caldo.

Verso le otto di sera, mentre mia madre ed io guardavamo il telegiornale, il telefono suonò. Gran sorpresa! Era Roberta da Firenze. Il suo quartiere, che non era stato allagato, fu uno dei primi ad avere i telefoni riallacciati. Mi raccontò quello che le era successo. Era arrivata alla stazione con un taxi poco prima delle otto, senza nessun problema e fu solo quando andò alla biglietteria scopri che tutti i treni  erano stati cancellati e che l’Arno era traboccato e aveva portato via dei pezzi di Lungarno dalle parti della Biblioteca Nazionale e stava defluendo nelle starde del centro.  C’era gente che entrava di corsa dicendo che l’acqua era arrivata al Duomo e che stava venendo veloce giù per Via Cerretani e Via Panzani verso la stazione. Mentre cercava invano di trovare un taxi dal lato di Via Valfonda per caso un amico di suo fratello passò in macchina e la invitò a salire. Stava andando alle Cascine per salvare i suoi cavelli da trotto. Fu lui il primo a dirle della gravitá della situazione. Nel momento che si trovarono a passare sotto il sottopassagio ferroviario vicino alla Fortezza da Basso, i chiusini delle fogne cominciarono ad esplodere con getti d’acqua alti un paio di metri. Furono gli ultimi a passare, dopo pochi minuti il sottopassagio divenne un lago. L’amico capì che non c’era maniera d’andare alle Cascine e prese Viale Redi e la riportò a casa, solo pochi minuti dopo la mia chiamata interrotta d’Arezzo. I cavalli dell’amico morirono annegati nelle stalle, non c’era stato il tempo di liberarli.

Dissi a Roberta che sarei venuto l’indomani. Mi sentivo più tranquillo.

Lunedi mattina Paola ed io partimmo presto, prometteve d’essere una bella giornata, piena di sole. Ci fermammo dal fornaio, l’Acquisti, e riempimmo l’ultimo spazio disponibile di pagnotte di pane ancora caldo. 

Ancora non sapevamo se ci avrebbero permesso d’entrare. Mi sentivo sicuro che tutte le derrate alimentari e medicine sarebbero state un lasciapassare sicuro, ed ebbi ragione.

L’autostrada era agibile e c’erano lunghi convogli militari. Quando arrivammo a Firenze Sud non c’era nessuno a prendere il pedaggio, allo svincolo che immette in Viale Europa trovammo il primo posto di blocco e non fu difficile superarlo.

Fu propio lungo il Viale Europa che ci rendemmo conto della portata dell’alluvione, del disastro.

1966-11 Alluvione entrando a Firenze

Entrando a Firenze, dalle parti di viale Europa, 7 nov. 1966

Fu il nostro primo incontro con le macchine sfasciate ed ammucchiate, i negozi sfondati e svuotati di tutto, con i mobili rotti delle abitazioni, detriti di tutti i generi e con il peggior nemico di tutti: la fanghiglia,  la fanghiglia untuosa ed appiccicosa, mischiata col gasolio di centinaia di serbatoi sventrati,  che avrebbe imbrattato tutto e tutti per mesi,  così difficile da lavar via.

Ce l’avevamo fatta, ora si doveva decidere cosa fare con il nostro carico: prima gli amici e parenti, ma ancora non si sapeva dove si poteva e dove non si poteva andare. Si vedevano strade inagibili, chiuse da barricate di macchine sfasciate ed accatastate l’una sull’altra.

Erano circa le undici, prendemmo la direzioni di Piazza Beccaria, dei Viali….

 

 

1 novembre 2009, Marblehead, MA USA                                                                                     

59 M’arcordo… la Sig.na P. ed il 4 luglio del 1970.

Luglio 2, 2009 di biturgus

Il 4 luglio del 1970 era un sabato ed ero al Borgo con Nancy in attesa del mio visto per andare negli Stati Uniti. Eravamo arrivati da Londra solo due settimane prima.  I giorni passavano lenti ed ero un po’ nervoso di fronte al grande enigma di quella che sarebbe stata la mia nuova vita. Aspettavo una telefonata che non arrivava dal consolato americano di Genova. Ma questa è un’altra storia.

La Sig.na P., una anziana amica del babbo, abitava in un palazzo che odorava di vecchio, assieme ai suoi ricordi e ad una dama di compagnia che non era una badante. Credo fosse laureata in giurisprudenza, ma ormai era in pensione da anni, rimaneva quasi sempre in casa. Si diceva che avesse un grandissima biblioteca con libri raccolti dal padre, anche lui avvocato; poi anche lei aveva contribuito ad arricchirla. Il babbo diceva che era una donna intelligente, istruita ed una buona scrittrice, l’unico problema era, continuava a dire:

 “Se ti blocca per la via e ti comincia a parlare sei finito, ti prende prigioniero e non è facile sgancirsi, anzi a volte è un impresa impossibile.”

Dopo la morte di mio padre in qualche modo l’avevo sostituito nell’amicizia e quando la Sig.na P. scopriva che mi trovavo al Borgo, mi telefonava. Le sue telefonate erano kilometriche. Ma c’era un lato positivo: parlava con arguzia quasi sembre di argomenti interessanti, di politica, di costume e sopratutto di memorie. Spesso mi confermava che avevo fatto benissimo ad andarmene dal Borgo. E si lamentava di non averlo fatto anche lei, quando era giovane.

“Mio padre” aggiungeva “uomo moderno, un vero positivista, di ampie vedute mi aveva mandato all’universitá quando pochissime donne ci andavano, all’inizio del secolo. Ma poi nella vita privata, in famiglia, mi teneva prigioniera come fossimo nel medioevo.”

Fu felicissima quando apprese che mi ero sposato con un’americana e che mi stavo preparando per trasferirmi negli gli Stati Uniti, lei c’era stata negli anni trenta.

Proprio in quei giorni ricevemmo un formale invito per andare a prendere il te da lei. Voleva conoscere Nancy e, come diceva lei, sperava di parlare un po’ d’inglese, prima che se lo dimenticasse:

“Il mio inglese si sta arrugginendo.”

Arrivò il pomeriggio del 4 luglio e con un bel mazzo di fiori ci presentammo alla sua porta all’ora convenuta. La sua dama di compagnia ci venne ad aprire. Salimmo la vecchia scala dai grandi gradini di pietra levigata da secoli di passi. La casa era fresca ed aveva quel leggero odore d’antico, cosi tipico, che sa un po’ di muffa, un odore che non si dimentica mai. Poi, dopo un corridoio, entrammo nel salotto stracarico di mobili dove, seduta in una poltrona, lei ci attendeva. Ed ecco la sorpresa. La stanza era tutto decorata con festoni di carta rosso e blu che si incrociavano dal soffito sul lampadario. Poi c’erano nastri, fiocchi degli stessi colori un po’ dappertutto.

Nancy ed io fummo sorpresi per dir poco.

“Happy 4th of July!” Esclamò felice venendoci incontro ed abbracciandoci con calore.

“This is great day! Not only for America, but for all of us! I want to celebrate with you. And you are a real American!” rivolgendosi a mia moglie.

Nancy era forse anche più sorpresa di me. Lei, americana, non si era ricordata che era il 4 luglio, ed ora, proprio a Sansepolcro c’era chi aveva colmato la lacuna.

Negli Stati ci sono due grandi feste, chiamiamole intimamente americane, “The 4th of July” e “Thanksgiving”, ma io questo ancora non lo sapevo e tanto meno ne capivo l’importanza. Anche se son nate con una connotazione politica-religiosa, in realtá son feste da celebrare e passare in famiglia, e sempre con gran mangiate.

Il tè fu servito e la Sig.na P. continuò a parlare solo in Inglese e non solo per far pratica ma anche perchè la sua dama non lo capiva. E così, senza gran preamboli, ci raccontò la storia del suo grande amore.

Durante la Prima Guerra Mondiale, poco più che ventenne, era partita volontaria come infermiera. In questo modo aveva rotto almeno per un po’ l’oppressiva tutela del babbo. Il suo ospedale non lontano dal fronte era vicino ad un aereoporto, da dove si levavano in continuazione gli aerei che partivano per le loro pericolose missioni. Erano quegli arei dall’elica di legno e dalle ali di tela con il pilota seduto nel miniabitacolo scoperto. E fu proprio li che lei incontrò l’amore della sua vita, un pilota americano, bello, alto e biondo, come volle precisare. Quello fu un grande amore, pieno di passione, esasperato perchè in ogni incontro c’era la paura che potesse essere l’ultimo.

Lei conosceva i colori del suo aereo e lo seguiva con ansia ogni volta che lo vedeva decollare per poi sparire nel cielo per compiere una missione. Il panico l’assaliva: sarebbe ritornato? Poi rivedeva quei colori ritornare e lei era infinitamente felice.

“La paura della morte rafforza l’amore come nient’altro!”

Nel raccontarci la storia lei lo chiamava per nome, ma questo non me lo ricordo.

Poi venne the 4th of July, forse del 1918, ed il nostro eroe prima di partire le chiese di aspettarlo al ritorno, se le fosse stato possibile nello spiazzo nel davanti dell’ospedale. E lei l’attese con ansia. Riconobbe l’aereo da lontano e fu pervasa da tanta felicitá:

“Era vivo, era vivo!”

L’aereo non si diresse verso la pista d’atterraggio ma verso l’ospedale, verso di lei, in piedi nel mezzo del piazzale. Fece dei giri concentrici cercando d’abbassarsi il più possibile e poi infine, quando lei poteva vederlo benissimo si protese fuori dell’abitacolo e le lanciò un mazzo di rose rosse, legate con un nastro blu.  Mi son sempre domandato, ma dove l’aveva trovate?

La sua voce tremava nel raccontarci la storia e potevo vedere che Nancy era commassa e lo ero anch’io.

E la guerra finì, e l’eroe tornò in America e lei al Borgo. Lui, e lei lo sapeva, era giá fidanzato e dopo non molto si sposò. Rimasero in corrispondenza e circa dopo vent’anni lei andò in America per incontrarlo. Ci parlò molto degli Stati Uniti di prima della guerra, del suo viaggio in aereo all’interno del paese, ma non ci disse molto dell’incontro.

Lei non si sposò mai.

Poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale anche al Borgo. E con questa arrivarono gli Americani ed un giorno nel settembre del 1944 un colonnello dell’American Air Force si presentò alla sua porta: era lui. E quella fu l’ultima volta che lo vide. Non ci diede dettagli di quest’incontro, solo che rimase alcuni giorni,

Dopo la morte della moglie il vecchio pilota confessò alla figlia questo suo grande amore perduto e questa a sua volta volle conoscere, almeno per lettera, la Sig.na P. Nel 1970, al tempo di questa storia, queste due ancora si scrivevano, molt’anni dopo la morte di lui. Poi venne l’ora d’andare e lei mi regalò un orario della NorthWest Airline del giugno del 1938, reliquia di quel suo lontano viaggio. Quando fummo sulla porta prese Nancy per un braccio e la trattenne per un po’ parlandole sottovoce.

Sky Zephyr aircraft small

Quando fummo per strada Nancy mi disse che le aveva mostrato una foto del suo grande amore, tirandola fuori da un libro che teneva sottobraccio. Era proprio come un pilota della Prima Guerra Mondiale doveva essere: in piedi, alto e fiero accanto al suo aereo dall’elica di legno, con grandi stivali, pantaloni a sbuffo, il casco di cuoio e gli occhialoni tirati su sulla fronte ed una gran sciarpa bianca intorno al collo.

“L’amore vero dura tutta la vita!” le sussurrò prima di lasciarla.

Non so perchè non me lo fece vedere, forse era stata timida con me.

La rividi poc’anni dopo, forse nel 1973; le feci una breve visita, era molto malata, non mi disse molto, aveva difficoltá a parlare. Mi consegnò una lettera per la figlia del pilota, voleva che l’imbucassi io in America. Non si fideva delle poste italiane, voleva esser sicura che arrivasse, sapeva che era l’ultima che le mandava. Appresi poi che morì poco tempo dopo.

Ecco come celebrai per la prima volta the 4th of July e lo feci al Borgo.

Ogni anno immacabilmente secondo le tradizioni facciamo un barbacue e beviamo birra ed in serata andiamo a vedere i fuochi d’artificio che si illuminano sul porto pienissimo di barche. In fondo è una gran festa, l’eco di quella Dichiarazione d’Indipendenza col tempo, con la Rivoluzione Francese e con tutte le sue consequenze arrivò fin da noi al Borgo e ci ha indicato il valore della libertá.

Ogni anno penso alla Sig.na P., al suo pilota di cui ho dimentica il nome ed a quel gran mazzo di rose rosse che scende dal cielo ed i miei occhi si caricano di lacrime che poi non calano.

“Happy 4th of July, Signorina P.!”

 PS: e come mi ha giustamente ricordato l’amico Rinaldo e’ anche l’anniversario della nascita di Garibaldi. Che strana coincidenza e’ nato il giono della festa americana ed e’ morto il 2 giugno, Festa della Repubblica.

2 luglio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

Fausto Braganti      

 

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58 M’Arcordo… ‘sta volta gnente. Moh smetto, almeno per un po’!

Maggio 23, 2009 di biturgus

Alora me sa ch’é l’ora de smettere.

Se s’era a veglia v’avrei detto:

“Oh citti! So’ stracco, sa di’ d’anda’ a dormi’. Moh ve saluto e se ho voglia ve n’arconto de più ‘n’altra volta.”

Ma ‘n so quando sará ‘n’antra volta.

 Cominciai a scrivere i “M’arcordo” a marzo dell’anno scorso (2008), ed i primi furono pubblicati nel Ghiozzo e doveva essere un piccolo progetto, ma poi m’ha preso la mano. Verso la metá giugno cominciai a raccoglierli nel blog di Biturgus. Col tempo speravo di imparare e farlo graficamente più facile da navigare e gradevole da vedere, ma non ci son riuscito. Scusatemi.

É stata nell’insieme un’ottima esperienza, grazie proprio a tanti di voi che mi avete seguito. Con questi scritti, dopo aver resuscitato tanti morti, ho ritrovato vecchi amici e ne ho fatti di nuovi. Molti mi hanno incoraggiato, altri aiutato a correggere le mie inesattezze, altri ancora hanno scritto i loro “M’arcordo”. Ho persino ritrovato la mia Vespa, o meglio Il Vespone. Grazie Stefano!

Credo che sia giunta l’ora di smettere, prima che diventi troppo prolisso e noioso. Sono arrivato al punto che non m’arcordo se una storia l’ho giá detta o no. E questo non é un buon segno. Di “M’arcordi” iniziati e poi mai finiti ce ne sono almeno una ventina; forse, se all’improvviso “me scappa ‘n M’arcordo” corro e lo scrivo, ma per adesso ve l’ardico:

“Ora basta!”

 Il blog Biturgus rimane attivo.

 Ho in mente due progetti e spero d’essere abbastanza organizzato da poterci lavorare in contemporanea.

 Ho intenzione di riordinare, rivedere, sviluppare, tagliare i miei “M’Arcordo” per poi farne un libro. C’é chi me ha fatto giá una copia bella e rilegata d’una buona parte di quelli usciti nel blog. Grazie Marcello!

 Inoltre, e a questo spero di dedicare più tempo, voglio scivere un romanzo. Lo so, anche io sono uno di quelli che andando quasi in pensione vuole scrivere, forse noi “scrittori” siamo di più di quelli che si chiamano “lettori”. Come a suo tempo ho giá accennato ad alcuni si tratterebbe d’una storia diciamo polizziesca, con spunti erotici (il sesso interessa sempre, dovresti vedere quanti sono quelli che leggono il “M’Arcordo” delle giarrettiere! Sta battendo quello della “Vespa ritrovata”).

 La Storia:

Il protagonista, dopo quarant’anni di lontananza ritorna in Italia (dalle nostre parti) per aiutare un suo vecchio amico a dirigere un agriturismo di lusso. E qui comincia una nuova vita ed una serie d’avventure. Inevitabile pensare che la storia possa essere in parte autobiagrafica, ma lo sará solo marginalmente. Il nostro eroe Luca, come altri personaggi e luoghi, sará la somma di varie persone vere ed immaginate. Il tutto si svilupperá in bilico fra la ricerca di ritrovare il suo lontano passato e la realtá d’una nuova vita dal ritmo sconosciuto.

Formato:  

Ho pensato di scrivere nel formato del romanzo epistolare, dove la storia si sviluppa attravarso le lettere e diarii dei varii personaggi coinvolti, il primo che mi viene in mente e’ Dracula di Stoker. Poi per aggregarrmi ai grandi non posso non citare Foscolo e Goethe. La storia sará narrata come in un mosaico dove le tessere non saranno solo lettere e diari ma anche i nuovi metodi di comunicazione, come e-mails, blogs, e se ci sara’ bisogno, anche instant messages col telefonino.

Distribuzione:

L’obbiettivo finale é quello farne un libro. Per inizziare penso di pubblicarlo a puntate in un blog, una specie di feuilleton elettronico settimanale.

Vedremo. L’obbietivo é fare uscire il primo capitolo verso settembre. Poi vedremo se vale la pena di farne un libro.

 V’arcordate la proposta de la Marcia Garibaldina (23mo M’Arcordo)? http://biturgus.wordpress.com/23-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6%e2%80%a6-no-%e2%80%98sta-volta-se-pensa-al-futuro/

 

Bandiera della Repubblica Romana (1849)

Bandiera della Repubblica Romana (1849)

Bene, se fará, anche se in formato ridotto. Lo scorso marzo ho fatto un giro per studiare il tracciato, molte cose son cambiate in 160 anni. Il tracciato da Castiglion Fiorentino ad Arezzo non é quello dei tempi di Garibaldi. La strada è stretta e i camion son più pericolosi degli inseguitori austriaci che lo braccavabo. Arezzo stesso, con tutti gli sviluppi urbani intorno alle mura non ha quasi nulla di quei tempi.  Camminare lungo valle della Sovara,con sopra di noi i viadotti della nuova superstrada non offre un bel paesaggio. Alora se ‘ncomicia quasi a Monterchi, dove comincia la strada per Citerna.  

 Detto questo, ecco il nuovo programma, da finalizzare nei dettagli.

 Venerdi 24 luglio, 2009. Monterchi – Citerna (circa km.4.00)                         ore 16.00: Adunata al bivio della via che sale verso Citerna.

 Sabato 25 luglio, 2009. Citerna – Sangiustino (circa km.11.00)                       ore 8.00: Adunata alla porta di Citerna. Si scende verso Pistrino per per raggiungere San Giustino. Qui in piazza, davanti al Bar del Belloni, verso le 12:00 incontreremo anche quelli che non hanno camminato. Momento culminate della Marcia. Contiamo i rappresentanti di varie associazioni e anche una banda musicale. Secondo i racconti tramandati, le donne di San Giustino prepararono il pane per i Garibaldini, si dice che fossero ancora circa 2000. Non c’era tempo di far lievitare il pane, e gli affamati si dovettero accontentare delle ciaccie. Sembra la storia di Mosè che lascia l’Egitto! I Sangiustinesi ci offriranno le ciaccie

 Domenica 26 luglio, 2009. San Giustino – Bocca Trabaria (circa km 16.00)             ore 8.00: Adunata in piazza a San Giustino e si comincia la parte di dura della Marcia. Stiamo allestendo uno spuntino verso la Casa Cantoniera, quella con la lapide che ricorda il passaggio.

 Si dice che Garibaldi fece buona parte di questo percorso in carrozza, faceva compagnia ed aiutava Anita incinta e malatissima. Come si sa questa morirá pochi giorni dopo in una capannuccia nelle Paludi di Comacchio.

 Spero che questa marcia possa divenire un evento annuale…

 E per finire sapete che il prossimo maggio sará il 150simo anniversario della Spedizione dei Mille? Il revisionismo dei nordisti della Lega dimentica che la grandissima maggioranza dei Mille erano proprio delle loro parti.

Allora, dopo aver visto i risultati della marcia di quest’estate, mi é venuta un’idea, ancora al livello di larva, di fare una passeggiata, si una passeggiata, da Marsala a Caltafimi. Vedremo.

 23 maggio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

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57a M’Arcordo… un m’arcordo de Tonino de la Pieve Vecchia.

Maggio 13, 2009 di biturgus

Tonino, il mio biscugino Antonio Antonelli (26 ottobre 1922 – 8 maggio 2009), é morto e sono triste, molto triste. É lui quel Tonino, di cui solo poche settimane fa ho parlato nel ”M’Arcordo” della caccia, é lui quello di cui scrivo nel mio pensierino della terza elementare pronosticando che non ammazzerá nessuna lepre. Io volevo che ‘l mi’ babbo fosse più bravo di lui. Aveva quasi 87 anni. Sua nonna, Assunta Braganti, era la sorella di mio nonno Luigi, meglio conosciuto come il Barbino. Suo figlio Franco non solo é mio parente, é anche mio amico.

Pascale, mia moglie, mi ha detto abbracciandomi apprendendo la notizia:

“In questo triste momento ci possiamo consolare sapendo che ha avuto una morte serena. É morto in casa sua, curato fino alla fine con l’affetto e l’amore dei suoi cari. Credimi, oggi questo non succede a molti.”

M’arcordo benissimo la prima volta che ho visto Tonino, era il 15 settembre del 1945. Quel pomeriggio ‘l babbo é tornato a casa di corsa e gridava contento.

“É tornato Tonino! É tornato Tonino!”

Fra le mie più lontane memorie c’é quella del cugino Tonino prigioniero in Germania, e non sapevo dove o che cosa fosse. M’arcordo dei tanti rosari che la zi’ Sunta, sua nonna, ci faceva dire per il ritorno del nipote. Le sue preghiere furono ascoltate e Tonino artornò!

Io seduto in canna della bicicletta del babbo, seguiti a ruota dalla mamma, siam corsi alla Pieve Vecchia, per vederlo. La Pieve Vecchia era un podere oltre il cimitero, acanto a Colaccia, dove abitavano i nostri parenti, gli Antonelli. Oggi in quella casa c’é l’Oroscopo, dove c’e la pizzeria c’era il seccatoio, ma di questa ne parleró ‘n’altra volta.

Lo vedo ancora seduto alla fine della lunga tavola della sala da pranzo che mangiava, sembrava affamato. Forse era quello il suo primo vero pasto dopo due anni di prigionia. 

Nel novembre del 2007 ho raccolto un breve m’arcordo di Tonino della sua guerra e prigionia. Lo scrissi in terza persona, come una cronaca ed i miei interventi sono minimi.

 Tonino e Fausto, la sera che ha raccontato la storia

Tonino e Fausto: anche questa foto fu fatta quel giorno.

 ”La cartolina per Tonino arrivò nel marzo del 1941, aveva 18 anni e mezzo. Non andò lontano, 4 batteria del 126 artiglieria a Rimini. Gli andò bene, nell’estate del ’41, mentre tanti altri partivano per la Russia o per il Nord Africa, lui in treno fu spedito a Bari. Dopo alcuni giorni si imbarcó nel “Principe di Piemonte”, traversò l’Adriatico per sbarcare nel porto delle Bocche di Cattaro (Boka Kotorska) nel Montenegro. Durante la traversata, verso le due di notte, fu avvistato un sottomarino inglese. Fecero indossare il salvagente a tutti ed era freddo mentre il prete diceva la messa sul ponte. Non ci fu nessun attacco ed al mattino arrivarono a destinazione, ma perché la nave era grande non poteva attraccare, quindi furono trasbordati a terra con dei battelli.

Le Bocche di Cattaro (Kotar)
Le Bocche di Cattaro (Kotar)

Ci fu uno smistamento e lui fu aggregato al 156 reggimento artiglieria di stanza a Persano (Perzagno) a circa 4 kilometri dal porto. Erano accampati sotto le tende e soffrì tanto fretto durante l’inverno ’41-’42. In conpenso era una zona tranquilla ed avevano buoni rapporti con la popolazione locale, forse perché la regina Elena era montenegrina (?).

All’inizio dell’estate (’42) riuscì ad ottenere una licenza. Risalendo lungo la costa dalmata, Ragusa, Spalato, Zara, in battello e viaggiando solo di giorno, raggiunse Fiume, dove fu anche disinfestato. Da quì in treno arrivò al Borgo, in tempo per lavorare nei campi. Finita la licenza ripartì facendo lo stesso viaggio al contrario fino alla sua posizione. La zona era tranquilla, ancora si sentiva fortunato di non essere ne in Russia, ne in Libia.

La sua responsabilitá era quella di fare la spesa viveri la mattina, e per questo prendeva il battello ed andava al mercato di Cattaro e gli piaceva girare per la cittá. Il battello ripartiva verso l’una. Una volta andó all’ospedale a trovare un commilitone del Borgo di soprannome Pastina (quello che poi aveva un banchino di sementa dietro il campanile di Sant’Agostino), che s’era rotto una gamba.  Rientrato all’accampamento nel pomeriggio era libero. Andava spesso a caccia col ’91 e prese delle ottime pernici.

“Non é facile tirare col moschetto alla selvaggina. La pallottola non fa la rosa!” Commentava raccontando questa storia.

 Fu poi trasferito in un posizione più in alto, in montagna, con quattro cannoni, a circa mille metri. Fecero delle esercitazioni e la popolazione ebbe paura. Anche questa era una zona tranquilla e c’erano pochi uomini in giro, forse erano alla macchia. Avevano un grammofono ed andavano a ballare in qualche casa, dove c’erano ragazze. Lui era rimasto aiutante furiere e responsabile dei telefoni.

Poi arrivò l’8 settembre.

Ricevettero dapprima un primo ordine per il rientro in Italia: preparere i cassoni, le munizioni, impaccare tutto per la prossima partenza. Poi per radio appresero la notizia dell’Armistizio. Rimasero in attesa di ordini con trepidazione ed incertezza. Poi verso sera venne l’ordine di preparare le batterie per aprire il fuoco al mattino seguente sulle truppe tedesce sulla costa fra Gruda (?) e Cattaro. Durante la notte passò una compagnia di fanteria che scendeva verso Cattaro, C’era un Chiasserini del Borgo ed assieme si bevvero una bottiglia di Vov poi gli diede delle saponette. Lui non sapeva che avrebbero attaccato i tedeschi al mattino.

All’alba cominció il bombardamento verso le posizioni tedesche. Questi risposero con fucileria, mitragliatrici e mortai. All’improvviso comparve un aereo tedesco che cominció a bombardare. Nel frattempo Tonino era nella sua posizione telefonica comunicando alla batteria i vari movimenti del nemico. Sentiva colpi di fucile colpire vicino, poi una bomba gli cadde vicino e per fortuna solo della terra gli arrivó addosso. Lui sortì e col secondo attacco distrussero il suo capanno del telefono. Risalì più in alto verso la batteria, che era giá stata colpita e messa fuori uso. Non c’era rimasto quasi più nessuno, solo quattro o cinque della furieria e con questi si incamminó, scendendo verso Cattaro. Per la prima volta vide comparire i ribelli (partigiani) e Tonino affamato chiese loro da mangiare ed uno gli diede un fico secco. Vagarono senza meta e dormirono nei campi per tre o quattro notti, arrivando alla fina a Cattaro. Dal molo vide che l’ultima nave carica di soldati ed ufficiali era partita da poco, ma molti erano caduti in mare nel cercare di salire a bordo.

Mentre stavano entrando a Cattaro ricomparve il bombardiere tedesco. Tonino e gli altri corsero in una gran tenda ospedale. Questo era pieno di feriti in condizioni disperate. Da una parte c’era un mucchio di morti. Un ufficiale gli ordinó di aiutare a mettere i cadaveri nelle casse da morto. Dopo si allontanó verso il porto, dove regnava un caos totale, pieno di sbandati e di civili che saccheggiavano i magazzini.

All’improvviso comparve un camion tedesco; saltarono giù dei soldati e col fucile spianato cominciarono a radunare i soldati italiani e spingendoli verso la spiaggia. Poi, formata una colonna di circa 400 uomini affamati ed assetati, li forzarono a marciare verso nord. Più d’una volta pensó alla fuga, ma poi il momento buono non venne mai. Arrivati a Ragusa (Dubrovnick) furono caricati in un treno a vapore e dopo un viaggio di dieci giorni, soffrendo tanta sete e fame, arrivó in un gran campo di concentramento nel nord della Germania. Dormì per terra e soffrì tanto freddo. Pochi giorni dopo ci fu un gran smistamento ed assieme ad un gruppetto di circa 30 giovani, forse all’apparenza più forti degli altri, fu caricato in treno, per raggiungere Waschoten (?). Qui fu messo a lavorare in una fabbrica di polvere da sparo. La situazione miglioró, adesso dormiva in una camerata con 15-20 prigionieri con letti a castello, c’era anche una stufa ed avevano coperte.

Lavoravano tutti i giorni anche dodici ore, meno la domenica. Il mangiare era una mestolata di zuppa di rape e carote ed una fetta di pane di segale. Passò tutto il ’44 e venne l’inverno e non successe niente, il fronte era lontano. Aveva un capo che gli voleva bene e l’aveva messo a lavorare ad una pressa con due donne.

Una volta la sua pressa si ruppe e Tonino fu mandato a lavorare ad un altra. Il capo di questa, uno zoppo invalido della Grande Guerra, fu molto duro con lui e lui apertamente si ribellò ai suoi suprusi. Fu fatto intervenire il capo del campo per prendere dei provvedimenti disciplinare nei suoi confronti. Questi dopo una gran lavata di testa, (penso che non voleva perdere un buon lavoratore) lo fece ritornare al suo posto originale. Il giorno dopo la seconda pressa, dove avrebbe dovuto lavorare, saltó in aria e 14 persone morirono, incluso il quel capo cattivo.

In quell’ultimo periodo lavorò nella produzione delle V1 e delle V2. C’erano moltissimi ingegneri che controllavano ed ispezionavano continuamente.

Poi finì tutto, non c’era più nulla da fare, forse non arrivavano i materiali necessari per far la polvere. Lo mandarono a lavorare in un cantiere dove puliva mattoni di case distrutte con un martelletto. Fu mandato anche a costruire un rifugio sotto terra, e questo punto c’era più da mangiare. Venne anche mandato a raccogliere le patate. Una volta una donna gli fece un gran tegame di patate, per lui fu un vero banchetto. Negli ultimi mesi la sorveglianza diminuì e poteva girare un po’ per il paese. Era diventato più facile trovar da mangiare.

Sapevano che il fronte si stava avvicinando, infatti sentivano dei colpi di cannone  in lontananza. Lavoro non ce n’era e si mise ad aiutare una signora che aveva un negozio di stoffe. Questa un giorno gli diede due bei vestiti da uomo. Questi gli furono utili il giorno della liberazione per poter muoversi liberamente.

Poi arrivò il primo bobardamento, non fu gran che, ma un palazzo gli crollò accanto. Durante uno di questi attacchi cercò di entrare in un rifugio (forse quello che aveva costruito?) ma i tedeschi lo scacciarono insultandolo.  I colpi di cannone si fecero sempre più vicini ed una mattina scoprì che nel campo non c’erano più le guardie, erano scappete. Quello stesso giorno arrivarono i carri armati inglesi. Con gli inglesi era arrivata anche la carne, era da tanto che non la mangiava.

Libertá!

A questo punto cominció a girare liberamente. Spesso prendeva il treno fino a Brema, per comprare, vendere e barattare quel che trovava. Qualche volta dormiva alla stazione. I tedeschi morti in guerra erano tanti, e se andava a ballare c’erano tante donne in più in giro. Per lui, come per molti altri ex-prigionieri, questo fu il momento di riprendersi una piccola personale rivincita per tutti gli abusi subiti.

Una volta andó a trovare uno del Borgo, era un ufficiale (non se ne ricordava il nome).  Passarono mesi, era primavera, poi venne l’estate, non stava male. Si teneva occupato con i suoi giri, aspettanto i fogli per il suo rientro.

Alla fine gli diedero le carte e dopo un lunghissimo ed avventuroso viaggio artornò al Borgo. Era il 15 di settembre del 1945. Era arrivato in tempo per la vendemmia.”

 

Nel 1969 Franco ed ‘l su’ babbo Tonino andarono in macchina, viaggiando lungo tutta la costa dalmata, nel Montenegro e visitarono quei luoghi così pieni di memorie. Chiederó a Franco di scrivere un m’arcordo di questo viaggio.

13 maggio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

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56 M’Arcordo… del cugino Umberto, ovvero i Braganti in America

Maggio 6, 2009 di biturgus

Tanto per cominciare non si chiamava Umberto. Il suo vero nome era Giovanni, anzi per essere esatti per l’ufficio anagrafico della cittá di New York era John, ma questo l’ho scoperto molto più tardi, nel 1971, e proprio a New York. Per essere esatti non era neanche ‘l mi’ cugino, era ‘l cugino del mi’ babbo, ‘l figlio d’Achille, ‘l fratello picino del mi’ nonno, che per me era un prozio.

Moh v’arconto la storia con calma e per benino, dei primi Braganti arivati ‘n’America, e spero d’n’essere noiso, ma voi sete sempre liberi de smettere de leggere.

Nel 1913 lo zio sposó Genny Poggini di San Leo. E questo fu un grande avvenimento pel mi’ babbo, perché quella fu la prima volta che lui montó in carrozza. Pochi giorni dopo partirono da Genova a bordo del Luisiana per l’America; per loro America voleva dire solo un posto: New York. Sbarcarono ad Ellis Island il 28 giugno del 1913. É facile trovare queste informazione cercando nel sito di Ellis Island. Le compagnie di navigazione allora scrivevano tutto.

Ma prima d’andare in America lo zio Achille, circa 10 più giovane del nonno Barbino, aveva dimostrato una personalitá inrequita. Non andró nei dettagli anche perché ne so poco. So che quando doveva andare militare scelse di divenire una guardia carceraria a fu mandato a Porto Longone, uno dei penitenziari più severi di tutto il regno. Di questo periodo sopravvive un bastone da passeggio (quello della foto) fatto con piccoli anelli ricavati da corna di muflone, fatto da qualche ergastolano. Inoltre ci sono delle foto in divisa ed una con abiti civili assieme ad una giovane donna, scattata a Porto Ferraio. Proprio questa fu ragione d’una serie d’invettive della zia Genny vecchia (inizio anni 60), in visita in Italia. Io le mostrai la foto dicendole:

 

 

Isolina T. e Achille Braganti - Portoferraio, circa 1910

Isolina T. e Achille Braganti - Portoferraio, circa 1910

 

 

 

“Guarda zia, ho una tua foto da giovane, con lo zio!

Non gliel’avessi mai detto! Lei sembró sorpresa, poi dopo aver sbirciato appena per un attimo l’immagine, cominció ad inveire:

“Quella non sono io! É quella puttana dell’Isolina T. lavorava al casino di Porto Ferraio! E pensa che lui la voleva sposare. Quella era il tipo di donna che faceva bene per lui.” e mi tiró dietro la foto. Non ne parlammo più.

A New York lo zio, che era andato a scuola e sapeva leggere e scrivere, era un intelletuale in confronto alla massa degli altri poveri emigranti e cominció, come tanti altri, a lavorare come muratore. Dai vestiti che indossano nelle foto sembra che fece presto carriera, e che se la cavavano abbastanza bene. Poi venne la guerra, e lo zio ancora cittadino italiano, sarebbe dovuto rientrare in Italia ed arruolarsi, ma non lo fece, così divenne un disertore. Quando la guerra finì, questi sono i m’arcordo di seconda mano del mi’ babbo, lo zio raccontava che ci fu una gran parata militare delle truppe alleate vincitrici lungo Broadway, e gli ultimi furono i bersaglieri di corsa con la fanfara. Tutti gli italiani piangevano.

Il governo tolse presto le sanzioni previste per gli emigranti in terre lontane “disertori”. Questo permise loro di ritornare in visita, ma non vennero da soli, avevano un bambino, nato nel 1915. Ho ancora l’orologio da taschino, un Waltham, che portarono in dono a mio nonno. Credo che siamo circa nel 1921 o 22.

Non so quanto rimasero, ma durante questa permanenza decisero di lasciare il figlio in Italia. La loro intenzione era di lavorare ancora un po’ d’anni a New York, risparmiare soldi e poi rientrare definitivamente. Secondo loro sarebbe stato meglio che il figlio ancora piccolo fosse andato a scuola in Italia e che crescesse come un italiano in patria e non come un emigrante in terra straniera. I miei nonni accettarono di tenerlo e prenderne cura. Lasciarono una specifica richiesta: il bambino non era stato battezzato e non avrebbe dovuto andare alla messa, al catechismo e tanto meno far la cresima e la comunione. Il nonno disse che non era un problema e che la volontá del fratello sarebbe stata rispettata. E gli zii ripartirono.

Genny ed Achille Braganti seduti, Umberto in collo, New York, circa 1916

Genny ed Achille Braganti seduti, Umberto in collo, New York, circa 1916

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma la situazione del piccolo non battezzato certo non garbava alla nonna Vittoria, donna pia e devota Terziaria Francescana. Non so dopo quanto tempo, ma certo non molto, questa con l’aiuto d’un’amica, la Sig.ra Bosi, e di nascosto del marito, organizzó un battesimo segreto con l’arciprete del duomo. Una sara buia d’inverno le due donne, che immagino si muovevano come due cospiratrici, portarono il piccolo infedele nella cappella battesimale sotto i portici, dal lato da dove si saliva in vescovato.

Il sacerdote, immagino tutto felice di compiere quest’azione, chiese alla zia del piccolo, mia nonna, come si chiamava il bambino,

“Bebi!” rispose mia nonna.

“Come Bebi?” questo doveva essere un prete che sapeva un po’ d’inglese  continuó:

“Non puó essere Bebi, questo non e’ un nome! Babie vuol dire bambino in inglese.”

“Ma i genitori lo chiamano Bebi!”

Mia nonna insisteva, ma il prete continuava a dire che non gli poteva dar quel nome perchè non era un vero nome.  Fu deciso allora di trovarne uno e non so a chi venne l’idea, ma saltó fuori:

“Umberto, come il principino!”

E Bebi divenne Umberto, e rimase tale per molt’anni, almeno per me.

Gli zii d’America ritornaro nel 1929, prima del crollo della Wall Street e come i veri zii d’America avevano tanti soldi, ma tanti ed anche un pappagallo di nome “Shut Up”. Non andiamo nei dettagli di come li avessero fatti anche perché non lo so, posso solo immaginare e forse é meglio non farlo. Lo zio per dimostrare il suo nuovo benessere compró dei poderi con la casa padronale.

Umbero andó ad abitare con i genitori ritrovati, e scopri che poteva vivere da signore e questo, come si diceva nella mia parte della famiglia, gli diede alla testa. Era nacora molto giovane e non volle più studiare, era un signore e non ne aveva bisogno. Forse proprio quel nome acquisito lo faceva sentire “principino”.

Nel 1936 Mussolini aveva proclamato l’impero. L’Africa Orientale Italiana era diventata una realtá. Lo zio aveva fatto dei cattivi investimenti ed il capitale s’era molto ridotto. Allora ebbe un’idea: doveva salvare il salvabile ed allo stesso tempo mattere la testa a posto al figlio. Comprò dei camions e fece una ditta di autotrasporti per andare in Eritrea ed Umberto sarebbe andato a dirigerla e così sperava di raddrizzarlo. Le speranze dello zio furono si dissiparono al porto di Genova.

Mentre si stavano per imbarcare Umberto vide che al molo accanto c’era una nave che stava peer partire per la Spagna. Era appena scoppiata la Guerra Civile. Lui ebbe un lampo di genio, non era stata la sua l’idea d’andare in Africa, ma era stata del su’ babbo. Lasciò autisti e camions ed partì volontario per aiutare Franco. Quando lo zio Achille apprese la notizia da uno degli autisti che era tornato al Borgo decise d’andarci lui. All’etá di 53 anni iniziò una nuova vita nelle colonie. Non rivide mai più ne il figlio, ne la moglie.

In Spagna non c’era solo il cugino fascista, ma c’era anche un distante cugino da parte della famiglia di mia madre: Dario Taba, il poi partigiano “Libero”. Dario antifascista era espatriato con il fratello a Marsiglia e aveva lavorato come meccanico. Allo scoppio della guerra in Spagna si arruolò nelle Brigate Internazionali. Immagino che faceva parte del Secondo Battaglione Garibaldi. Dario dopo la Spagna, durante la Seconda Guerra Mondiale, si uni ai maquis della Resistenza Francese. Nel ’43 rientrò in Italia ed entrò nella Resistenza in Umbria. Finita la guerra rimase comunista, ma non volle far politica e ritornò a far il meccanico.

Dalle storie che poi Umberto mi raccontò so che lui combattè alla battaglia di Guadalajara, e che sentiva le grida in italiano venire dal lato opposto. So anche che il Battaglione Garibaldi era presente dalla parte repubblicana. Non è improbabile che i due, anche se non parenti fra di loro, si trovarono a spararsi l’uno contro l’altro.

All’inizio del 1939 la guerra finì e Umberto prese un’altra importante e drastica decisione. Si ricordò che dopo tutto non era italiano, era nato a New York ed era americano. Così parti dalla Spagna per l’America. Mi domando come fu accolto al suo arrivo, passaporto americano e non parlava neanche una parola d’inglese. Non so che lavoro si mise a fare.

Solo la zia Genny era rimasta in Italia . Venne la guerra e a questo punto la famiglia di tre persone era divisa in tre contineti e non si potevano comunicare. Le ultime proprietá furono svendute per poco, e la svalutazione che segui polverizzo tutti gli ultimi risparmi.

La notte dle 9 dicembre 1941, subito dopo la dichiariazione di querra degli Stati Uniti, la polizia venne nel mezzo della notte e arrestò il cugino Umbero, era stato schedato come un fascista pericoloso. Rimase confinato  in vari campi per circa un anno. Molte volte chiese di essere arruolato, ma non glielo permisero. Alla fine fu liberato e lo mandarono a lavorare in una fabbrica d’automobili, che faceva jeeps.

Incontrai per la prima volta Umberto nel ’51. Era venuto in Italia a prender moglie e lo fece.

Nel Natale del ’70, il mio primo in America, mandai un assegno intestato ad Umberto perchè poi lui dasse del contante come regalo alle figlie. Passarono alcune settimane e notai che quell’assegno non era mai stato incassato. Andai poi a New York ed Elvira ed Umberto mi ospitarono nel loro appartamento in Leroy Street nel Village. Le bambine mi ringraziarono per i soldi che avevo mandato. Fu allora che gli dissi che avevo notato che l’assgno mandatogli non era stato incassato:

“Non ti preoccupare.” Mi rispose lui” I soldi gliel’ho dati io.”

“Ma perchè non l’hai incassato?”

“Non potevo, c’è il nome sbagliato.”

“Come sarebbe a dire? Il nome sbagliato?”

“Si, io non mi chiamo Umberto. Io mi chiamo Giovanni, o meglio John.”

Dopo la sorpresa di questa rivelazione, fu lui che mi raccontò la storia del battesimo segreto. Credo che ‘l mi babbo, giá morto a quel tempo, questa storia non l’abbia mai saputa e lo stesso vale per nonno Barbino.

Per finire, la storia dello zio Achille è triste. Rimase ad Asmara dopo la guerra e la prigionia inglese, aveva perse tutto. Si dice che da vecchio vendava le bibite con il triciclo per la strada, alla fine venne rimpatriato e morì miserabile in un ospedale ad Arezzo. La zia Genny era tornata a New York. 

Ormai son tutti morti e da tanto.

Il nonno, che era un duro e non andava d’accordo col fratello, aveva spesso detto:

“Con la farina del diavolo ‘l pane ‘n vien bene!”

 

6 maggio 2009, Marblehead, MA USA   

 

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55 M’Arcordo… quando le donne se mettevano le giarrettiere.

Aprile 30, 2009 di biturgus

Sarò onesto, le giarrettiere me le mettevo anch’io, tradizione di famiglia, le metteva anche ‘l mi’ babbo. Quando me le son messe la prima volta me son sentito grande. E l’ho portate per anni e nessuno o meglio dire nessuna si é mai lamentata. Poi un giorno, penso che vivevo a Londra, scoprii che ero uno degli ultimi con quegli aggeggi intirno alle caviglie e decisi di medernizzarmi. Comprai calze lunghe elasticizzate, che stavano su da sole. Non ho quasi mai portate calze corte. Oh, m’ero scordato, portavo anche le bretelle.

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1962 Firenze -piazza d'Azeglio - compagna d'universita'

Parliamo delle altre giarrettiere, quelle più importanti, quelle delle donne, ma andiamo per ordine. Se noi ragazzi avevamo il problema, che poteva diventare un complesso, dei calzoni corti e poi dei quelli alla zuava, le nostre coetanee avevano quello dei calzini bianchi e delle scarpe piane. Loro volevano le calze lunghe con le giarrettiere ed i tacchi alti. Ognuno di noi aveva le proprie frustrazioni e problemi. Quello che ci accomunava era che volevamo essere grandi e scoprire tutto quello che ci sembrava promesso.

Ancora non sapevo che nella storia le giarrettiere erano state così tanto onorate. Un re d’Inghilterra, non ricordo chi fosse, aveva addirittura creato “The Order of the Garter”. Con questo aveva elevato la giarrettiera,  a quel tempo ancora un nastro annodato intorno alla coscia, al livello del più alto ordine cavalleresco inglese.

Sapevo che esistevano, la mi’ mamma le portava, e lei era l’unica donna in giro per la mia casa. Ma la mamma non conta e non entriamo nei discorsi del complesso d’Edipo, altrimenti la storia si complica di molto e allora dovrei anche scrivere di Monica Bellucci. Andiamo avanti.

Le giarrettiere erano importanti non solo perché teneva su le calze, ma anche perché stimolavano la nostra immaginazione. Questa correva su sutto la gonna a quello che non si vedeva. Immaginavamo quella parte della coscia che rimaneva scoperta fra la fine delle calze e l’inguine. A parte averle viste in qualche film, in qualche foto d’attrici belle e famose, non avevamo molte altre occasioni di vederle dal vivo, direi nessuna. Ricordo ancora l’emozione quando una conosciuta e bella signora salì in macchina, allora ancora molte avevano la portiera che si apriva sul davanti, ed ebbi modo di veder tutto, anche se solo per un attimo, che emozione! Corsi subito dal mio amico Sergio per descrivergli il fortunato evento. E lui fu geloso.

Il nonno Barbino raccontava che da ragazzo, quando abitava dalle parti di Tavernelle, di lá d’Anghiari, lui si posizionava davanti alla fermata della diligenza per Arezzo, e così aveva modo di intravedere le caviglie delle donne con le gonne lunghe, che salivano o che scendevano. Quei brevi attimi erano emozionanti. Ad ogni generazione il suo

Ritorniamo ai miei tempi. Le calze delle donne erano di nylon, sottili e trasparenti. Non ho mai visto o tanto meno carezzato quelle mitiche di seta. Una volta, diciamo in una situazione particolare, ho cercato di trovarne un paio, ma non ci son riuscito, neanche a New York. Ma forse non sapevo dove andare. Le calze avevano sempre un righino nero nel dietro che saliva su dal tallone verso la coscia. Quel righino era come un sentiero che si perdeva sotto la gonna e a noi noi rimaneva altro che immaginare dove andava a finire, in quella misteriosa zona scura dove le giarrettiere si agganciavano alle calze.

M’acordo anche le irritate esclamazioni della mamma:

“Oh no! Ho ‘na smagliatura nella calza!”

Se era piccola c’era un primo intervento per fermarla. Con il pennellino dello smalto delle unghie, lei toccava il punto della rottura, prima che questa velocemente salisse per tutta la lunghezza della gamba. Non so se fosse un metodo efficace, so solo che ci provava. Se la smagliatura non era troppo grande che doveva gettarle, le portava a farle accomadare. Proprio davanti alla pasticceria di Bruno, per la Via Maestra, c’era un negozio che vendeva ed accomadava radio, e aveva anche qualche televisore, i primi. In quel negozio, seduta ad un tavolo proprio davanti alla vetrina, c’era una bella ragazza dai capelli neri che pazientemente rammendava queste calze. Non mi interssava molto il suo lavoro, mi piaceva lei ed aveva un nome differente e misterioso: Magalì. Cercavo e trovavo tutte le scuse per farle visita e parlar con lei, mentre rammendava le calze. Era carina e gentile, ma certo non aveve nessun interesse per un citto come me.

Fu l’estate fra la terza media e la prima liceo, l’estate del gran balzo. All’improvviso mi trovai davanti la P., una mia compagna di scuola, con le scarpe con i tacchi alti e le calze di naylon e di sicuro, anche se non le vedevo, le giarrettiere per tenerle su. Le cose stavano cambiando. Infatti alla fine di quell’estate mi misi i calzoni lunghi ed andai al liceo. Mi sentivo un po’ come il giovane eroe del film “Malena”. Alla fine degli anni ’50 e quasi per tutti gli anni “60 le ragazze partavano ancora solo la gonna, forse l’unica eccezione erano erano i calzoni alla marinara da indossare al mare d’estate.

E col liceo cominciai ad andare a ballare e spesso con una manovra casuale era possibile sfiorare la giarrettiera sulla coscia, sotto la gonna, ma si doveva stare attenti.

E col crescere ci sono stati degli sviluppi. Se c’era permesso un momento d’intimitá allora cominciavano le eplorazioni. La differenza sostanziale fra la donna e l’uomo, e ci ho messo tropp’anni per capirlo, è che la donna sa giá, prima d’andare ad un appuntamento, nella grandissima maggioranza dei casi, quello che succederá alla fine. All’uomo, al contrario, rimane solo la speranza. La mano curiosa saggiava il terreno ed il momneto della veritá era quando arrivava alle giarrettiere, ed il territorio diveniva scoperto, intenzionalmente indifeso (?). Allora si capiva se ci sarebbe stata un’avvanzata o no.

Sapete che poi, dopo tutta questa fremente attesa, non m’arcordo quando fu la prima volta che le vidi dal vivo. Che starno! Posso immaginare dove, quando e con chi fu, ma poi non ho memoria di quel momento magico, quando si sganciò le calze, assumendo che lo fece. Che fosse anche questa una strega?

giarrett

non la conosco!!!

C’erano due scuole di pensiero. C’erano quelle che preferivano metter prima le mutandine e poi le giarrettiere, altre facevano al contrario. Io preferivo quest’ultime. Non scendo nei dettagli, ma è facile capire che la situazione cambiava a secodo di quest’ordine. Questo è il caso in cui l’ordine dei fattori, anche se non cambia il risultato, implica operazioni diverse.

Quando giunse il momento di decorare il cappello goliardico pensai, come facevano tanti altri, d’aggiungere il gancio (si chiama cosi?) d’una giarrettiera, ma dove ne potevo trovare uno?  Una sera, eravamo alla pensione Part., in una discussione dissi che ne cercavo una e che non avrei fatto con un nostro amico che se l’era fatta dare dalla madre.

“Quella della mamma non conta!” Pensavo che sarebbe dovuto essere come un trofeo.

Con noi  in pensione c’era una bella ragazza bionda, Elsa che faceva l’estetista. Quando era arrivata, poche settimane prima, tutti s’erano messi a girarle intorno. Io pensavo che era più grande, che era al di fuori d’ogni mia possibile speranza di conquista e così mi misi fuori dal giro. Ero stato cordiale ma non facevo il cascamorto come molti degli altri. E questo mio atteggiamento ebbe degli sviluppi interessanti, inaspettati. Elsa, al momento giusto, mi si avvicinó e sottovoce mi sussurró:

“Se tu vuoi la giarrettiera te la do io. Vorrei tanto che nel tuo cappello avessi la mia.” E cosi decorai il mio goliardo. Ma la storia non duró molto, andó a lavorare a Montevarchi, o forse era San Giovanni?

I  cambiamenti erano nell’aria e non lo sapevamo …. avevano inventato il collant. La dinamica dell’intimitá cambiò drasticamente. Il primo incontro con questo oggetto inventato da una persona crudele, fu quello con Moya, una giunonica inglese, e direi fu quasi traumatico:

“Ma cos’è questo?” forse pensai che s’era messa le brache del costume da balestrire. Pensai che forse era solo una brutta invenzione inglese, ma mi dovetti ricredere presto. Questa cattiva moda stava prendendo campo.

 Franca, una calabrese dai capelli nerissimi, al ballo mascherato di carnevale dell’Accademia, si era vestita da squaw indiana. La sua gonna era corta, molto corta; sono i tempi delle prime minigonne, moda importata dall’Inghilterra ed anche lei si era adattata ai tempi: si era messa il collant. Credo che fu il crollo dell’industria delle giarrettiere.

Ma poi non mi posso lamenatar troppo, al contrario: le minigonne furono una bellissima invenzione. M’arcordo i giorni londinesi (dal’68 al ’70), sembrava che ci fosse una gara a farle sempre più corte, rasopelo. Ogni volta che salivo nell’undergraund cercavo di posizionarmi al punto giusto, seat with the view. Si diceva che c’erano quelle che indossavano il collant ma niente mutandine. Io non l’ho mai incontrate.

 

 

 

 

Girdle - ovvero cintura di castita' americana.

Girdle - ovvero cintura di castita' americana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poi c’erano le ragazze americane e questa è ‘n’altra storia.  Molte di queste, quando arrivavano in Europa, ancora portavano i guanti bianchi ed indossavano spesso, troppo spesso, delle strette panciere elastiche che coprivano tutto come una guaina. Era una specie di cintura di castitá, impenetrabile. Non era semplice tirarsela su ed tantomeno tirarla giù.  Se lei veniva ad un appuntamento e sentivi che non indossava the girdle, allora eri subito pervaso da una buona dose d’ottimismo.

Poi i tempi sono ancora cambiati, e sopratutto son cambiato io.

Ormai le giarrettiere penso che si comprino e si indossino per le grandi occasioni, per gli incontri speciali. Si possono ordinare on line, qui in America il catalogo piu conosciuto è quello di Victoria Secret. Chiamatemi pure feticista, ma io lo trovo piu erotico di Playboy.

 

http://www.victoriassecret.com/

Gli incontri con le giarrettiere si son fatti sempre piu rari e se ci sono stati devo sempre ringraziare lei. Nessuna porta più le giarrettiere per caso.  

Da parte mia ho sempre molto apprezzato il gesto e ne sono stato riconoscente. Come vi ho detto non mi ricordo la prima volta ma ricordo quella che forse, speriamo di no, fu l’ultima. Diciamo l’ultima in ordine cronologico, anche se guardando indietro son passati tant’anni.

Erano verdi, anzi un verde pallido, delicato ….

 

Post scritto:

Anche questa volta c’é stato chi mi ha scritto e ha puntualizzato una mia omissione. Ci sono delle calse, all’apparenza son simili a quelle tradizionali, vere calse di nylon e non collant, che stanno su da sole senza bisogno delle giarrettiere. La parte più in alto, quella che stringe la coscia, é elasticizzata e decorata spesso con specie di pizzo, che le rende molto sexi. Non ho molta esperienza a questo proposito.

Ecco succede quando si diventa grandi, non ho più conoscenze dirette, quelle che si acquisiscono facendo field research (ricerca sul campo? ovvero diretta, non son sicuro come si dica in italiano, scusatemi), quelle che i giornalisti di lingua inglese chiamano anche “legwork”. Immaginate quanti giochi di parole si potrebbero a fare a questo proposito.

La mia ora é troppo spesso una conoscenza teorica. Ovvero tradotto ‘n Borghese:

“n’arcatto più!”

Michela Brambilla, Ministro del Turismo
Michela Brambilla, Ministro del Turismo

Debbo ringraziare Michela Brambilla, il nuovo Ministro del Turismo, che con le sue generose minigonne mi ha permesso di colmare le mie lacune conoscitive.

 

30 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

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54 M’Arcordo… quando se stava in pensione dalla Sig.ra Checc…

Aprile 25, 2009 di biturgus

Quando andavo all’universitá a Firenze ho quasi sempre vissuto in camera d’affitto, ma nella primavera del ’64 per la prima volta andai ad abitare in una pensione, una pensione vera, Pensione Part… dalle parti di Piazza della Libertá. Fui il primo Borghese, ma poi molti altri mi seguirono.

  

 

 

 

Pensione  Part... Firenze, maggio 1965

Pensione Part... Firenze, maggio 1965

 

 

 

 

 

 

 

 

Era un vero “auberge espagnole”. Quest’espressione francese che non riesco a tradurre bene in italiano é la migliore descrizione che posso pensare della pensione. Chiamarla una “casa di matti” mi sembra un po’ troppo, ma é quasi giusto. Ci sarebbero tante storie da scrivere ma ‘sta volta racconterò solo della proprietaria.

Penso che a quel tempo la signora Checc… avesse circa 55 anni, ed era ancora una donna attraente. M’arcordo che una volta la vidi truccata e ben vestita, usciva per cena con un amico, e mi convinsi subito che in gioventú doveva esser stata molto bella. Poi era diventata una  piacevole signora, sempre con una punta di raffinata eleganza.

Da quando era diventata vedova, pochi anni prima, aveva preso a gestire questa pensione. Le camere erano su due piani, con la cucina, soggiorno con televisione e sala da pranzo, dove si faceva colazione, al secondo piano. Da tempo aveva smesso di servire la cena. Eravamo quasi tutti studenti. Stare con i giovani la faceva sentire giovane, cosi diceva lei. E così diceva anche l’unica anziana signora che abitava con noi.

Al piano terra c’erano degli uffici. La sig.ra Checc… ci aveva diviso: i ragazzi stavano al primo piano e le ragazze al secondo. La mia era la più bella camera, quella d’angolo col balcone e grande abbastanza da farci delle feste. Nella foto la signora è alla finestra della sala da pranzo. Quando sono arrivato mi ha detto le regole della casa e ha precisato che non c’era nessun problema se portavamo ragazze in camera, tanto sapeva che, anche se l’avesse proibito, l’avremmo fatto lo stesso. Scoprimmo poi che aveva fatto lo sresso discorso alle ragazze, anche loro potevano invitare i loro ragazzi in camera. Con loro si era dilungata sugli anticoncezionali, la pillola non era ancora arrivata.  Il problema era un altro, non era facile convincere una ragazza a venire in camera. L’unica cosa che era proibita, anzi proibitissima, era fare sedute spiritiche! Ma ci avrebbe mai pensato! Infatti una notte inruppe in una stanza tutta infurita, convinta che stavamo chiamando qualche fantasma, ma i suoi sospetti erano infondati: eravamo seduti intorno ad un tavolo giocando a poker.

Spesso la sera salivamo al piano delle donne e nel soggiorno si guardava la televisione. Erano i tempi di Gian Burrasca con Rita Pavone.

Spesso rimanevamo a chiacchiarare e subito capimmo che le piaceva raccontarci le sue storie, in particolare quelle amorose, e sembrava che con noi non avesse segreti. Bastava fare le domande giuste e lei era pronta ad aggiungeva dettagli interesanti.

In gioventù la signora aveva studiato e si era diplomata infermiera, poi c’era stata la guerra e l’aveva fatta tutta. Di avventure ne aveva avute tante, e le piaceva parlarne. Spesso la sera molti di noi ci ritrovavamo nel soggiorno e, se lei era in forma, i suoi quasi monologhi con i dettagli delle sue storie, erano piu’ interessanti della televisione. Non solo non era avara di dettagli, ma era anche genorosa di consigli, che dispensava generosamente alle ragazze del gruppo. Allora credevo di sapere molto, almeno in teoria, ma in realtá sapevo ben poco e le sue storie e consigli furono educativi. Mi aiutò un po’ a capire le donne, ma solo un poco; queste ancora rimangono per la maggior parte degli esseri misteriosi.  Ricordo che una delle sue famose massime, e si rivolgeva direttamente alle ragazze, era

“Se tovate l’uomo giusto, quello che amate o che vi piace molto, non devete dire di no a niente! Avete capito? Niente!”

Ed un’altra era:

“Dovete dare tutto, piú date e piú riceverete!” 

Un’altro consiglio che dava alle ragazze era che se incontravano quello che sembrava essere giusto dovevano valutare la situazione e le sue potenzialitá.  Una buona prova era quella d’andare a ballare, una maniera sicura per conoscerlo meglio.

“Ballando” aggiungeva “non fate le timide, e fatevi stringere ed allora sentirete se lui é eccitato e quanto ci mette ad esserlo. Capite? Lo dovete sentire. Capite? Allora lo stringete forte anche voi. Fategli capire che vi piace quello che provate e lui sará vostro. Di sicuro. E date, mi raccomando, date e riceverete. Se non vi stringe, se non vi fa sentire quello che può affrire, dimenticatelo, non è il vostro uomo”.

Le ragazze facevano la parte delle timide ed arrossivano, ma nessuna si allontanava quando cominciava a narrare le sue storie. Noi ragazzi eravamo contenti di sentire questo, eravamo pieni di speranze, ed in segreto la ringraziavamo, era dalla nostra parte.

Poi venne il Natale del 1964 e prima di partire per le vacanze e ritornare a casa per le feste decidemmo di fare un gran cenone. Tutti indaffarati riuscimmo a preparare un bel banchetto, e la Sig.ra Checc. seduta al centro sembrava felice, come una regina d’una corte che l’amava. Dopo cena si comincio’ a ballare e Gianni e Daniela, forse memori dei suoi suggerimenti, presero alla lettere i suoi consigli e si misero a ballare molto stretti. Dimostrarono che avevano seguito attentamente la lezione e non si negarono nulla. Ci fu un problema, diciamo tecnico: i due erano fidanzati, ma non fra di loro. La situazione abbe gran complicazioni e si passarono mesi di tormenti, eravamo tutti un po’ coinvolti, fin quando il tutto si normalizzo’ ed ognuno ritorno’ al proprio fidanzato/a originale.

Una volta ci raccontò della prima volta che fece l’amore. Era prima della guerra e lui era un dottore, giovane, bello ed a suo dire un amante fantastico, mai stanco di dimostrarle la sua passione. Fecero l’amore la prima volta in un lettino dell’infermieria. Poi venne la guerra ed il dottore partì per la Russia e non tornò. A questo punto si rattristava.

“Son diventata vedova di guerra, e pensare che non ero neanche sposata.”

Poi.

“Ho incontrato altri uomini, ma nessuno era come il mio dottore, nessuno sapeva amare come lui, nessuno aveva tanto .. tanto dare come lui. Capite? É stata una gran delusione scoprire che gli altri non erano come lui. Ero abituata mal sin dall’inizio, mi aveva viziata. É stato difficile, dopo aver provato lui, accontentarsi. ”

E noi tutti le dicevamo che avevamo capito, e lei sorrideva soddisfatta.

La Sig.ra Checc. si era sposata tardi, penso verso i quarant’anni, ed il Sig. Checc. era piu’ anziano, ma non si sapeva di quanto.

“Lui era un signore, un raffinato. Conosceva tutti i segreti di come far felice una donna, lui divenne il mio vero grande amore, l’amore della sua vita, dopo il mio primo amore: il dottore.”

Poi aggiungeva che da quando era rimasta vedova non era piu’ stata con nessun uomo e precisava che ne aveva avute di proposte. Affermava che lui le aveva dato cosi tanto che poi il ricordo l’avrebbe soddisfatta per il resto della sua vita. Forse temeva che non fossero all’altezza della situazione.

Fu proprio in una di queste serate che ci parlò d’un manuale che decriveva le 16 maniere di fare all’amore.

“16 maniere?” Le chiedavamo noi curiosi

“Si, sono le 16 fondamentali maniere, poi ci possono essere variazioni.”

Aggiungeva che il marito aveva una gran collezione di libri erotici, alcuni molto rari.  E fra questi c’era quello delle 16 posizioni, forse il piu’ raro e certo uno dei suoi preferiti. Ci diceva che era anche illustrato con antiche stampe erotiche.  Credo che fosse un vecchio libro dell’Aretino. La mia, la nostra, curiositá era grande. A proposito delle 16 posizioni, le abbiamo chiesto piu’ d’ una volta se l’avesse provate tutte e quale fosse la sua preferita. Non credo che ci desse mai una chiara risposta. Probabilmente voleva stimolare la nostra creativa immaginazione e questa era l’unica cosa che non ci mancava. Quello che cercavo di visualizzare di piú era la sedicesima, quella del paniere. La donna era seduta in un paniere sfondo e sospesa dal soffitto con delle corde, come in un’altalena, poi veniva piano piano calata sull’amante che l’aspettava….  

Nel contesto di quegl’anni il matereriale a nostra disposizione era limitato. Anni dopo trovai un’edizione dei “Sonetti Lussuriosi” e dei “Dubbi Amorosi” dell’Aretino.

Poi tutto fini, verso giugno all’improvviso ci annunciò che era stanca e che se ne sarebbe andata, sembrava triste, molto triste. Ci disse che non ci dovevamo preoccupare, ci sarebbe stato un nuovo gestore della pensione.

 Questo era uno strano e sconcertante individuo. Parlava sempre della guerra e che era stato una camicia nera in Bosnia. Quello era stato per lui il miglior periodo della sua vita. Si vantava raccontandoci di quante ragazzine aveva violentato, ma nessuno voleva ascoltare le sue storie e facevamo di tutto per evitarlo.

La signora Checc. sparì così, senza un saluto e nessun seppe mai che cosa fosse successo e dove fosse andata.

Venne l’estate ed io feci l’autostop fino a Londra. Al mio ritorno a Firenze andai direttamnete alla pensione Parterre, ma trovai la porta chiusa e sigillata per debiti non pagati.

Poi diventò un edificio pieno di uffici.

Io andai in Via della Pergola, proprio accanto al teatro, dalla Sig.ra Clo. Anche su questa ci sarebbe molto da dire. Vedremo, forse…

 

 

25 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                         

 

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Davanti alla pensione. La Vespa e' di Paolo Massi

Davanti alla pensione. La Vespa e' di Paolo Massi

53 M’Arcordo… andavano a caccia

Aprile 21, 2009 di biturgus

 

Pensierino di seconda elementare

Pensierino di seconda elementare

In seconda elementare sapevo  che il giorno dell’apertura delle caccie era un giorno importante. E per arrivare a questa fatidica domanica c’era una lunga attesa e preparazione. Io ero picino ma vivevo il tutto intensamente, come se io stesso mi preparassi a quella tanto attesa giornata.

 

 

‘l mi’ babbo era il grande cacciatore, l’eroe indiscusso che sarebbe tornato da caccia carico di selvaggina. Il cugino Tonino, come scrissi nel mio pensierino del 1948, non avrebbe preso niente. Ero convinto che un bravo cacciatore come il babbo avrebbe ammazzato due lepri e gli altri nienti. Questa era la prova della sua abilitá sopra tutti gli altri. Quando molt’anni dopo ho visto il film “La Gloire de mon Pere” mi sono immedesimato completamente in Marcel Pagnol bambino.

Ma per arrivare a quella domenica di fine estate c’era tutta una preparazione che, come in un rito codificato dal tempo, si ripeteva ogni anno.

In casa c’erano tre fucili, due doppiette ed un automatico a cinque colpi. La doppietta calibro 12 del nonno aveva i cani esterni e le canne erano damascate. L’aveva comprata in gioventù da un signore che aveva finito i soldi, esempio del vecchio proverbio “Finirono le fave ai locchi”. Immagino che fu prima della fine del secolo, quell’altro. Si vantava d’aver fatto un gran bon affare. Sulle canne era inciso Damas Boston. Non son mai riuscito a scoprire se fosse di manifattura americana o forse era un semplice nome che doveva dar lustro al pezzo. Damas credo veniva dal fatto che le canne erano “damascate”. Credo fosse una tecnica di fusione. L’altra doppietta era a bachetta, ovvero ad avancarica, detta anche a luminello o a cappellotto. Forse era stata del bisnonno e non l’ho mai vista usare. Il pezzo grosso dell’arsenale era il Browning (pronuncia Borghese “brovingh”) automatico a cinque colpi calibro 12 del babbo, fabbricato in Belgio e comprato prima della guerra. Il fatto che venisse da un posto chiamato Belgio, come quel signore che lavorava al caffé del Batti, mi sembrava una cosa buffa. Conoscevo molti cacciatori, parenti o amici del babbo, ma nessuno aveva un fucile così bello e potente come questo. Quando mi veniva permesso di tenerlo in mano mi sentivo felice, sognavo il giorno in anch’io sarei diventato cacciatore.

La storia di come avevano nascosto e salvato i fucili durante il passaggio del fronte (1944) era per me un’altra mitica avventura. Vi risparmio i dettagli di questa storia, l’importante fu il fatto i fucili furono salvati.

 

Cacciatori delle nostre parti - sconosciuti

Cacciatori delle nostre parti - sconosciuti

Io di certo non andavo a caccia, ma partecipavo alle attivitá di preparazione. M’arcordo lunghe sere d’inverno, prima della televisione, forse si ascoltava la radio, quando il babbo tirava fuori tutto il necessario per caricare le cartuccie: bilancia con i pesini, polvere (Nobel senza fumo) da sparo, pallini di varie dimenzioni a secondo il tipo di cacciagione, bossoli vuoti di cartone durissimo, ecc. Mi piaceva la macchinetta che serviva a chiudere le cartucce e quello era il lavoro che facevo io, girando un manovella riuscivo a fare ricurvare il bordo per sigillare i bossoli. In questa maniera mi sentivo parte integrale della squadra di caccia. Qualche volta amici cacciatori venivano ad aiutare ed allora come a veglia raccontavano storie di gran cacciate e si prendevano in giro ricordando momorabili spadellature. Di tutto questo mi é rimasto solo la bilancina ed ho una vecchia scateletta di latta dei cappellotti con dentro alcuni dei pesini.

 

 

C’erano i cani, ma non stavano in casa da noi, stavano alla Pieve Vecchia e la mamma metteva sempre da parte il mangiare che poi gli portavamo.

C’erano due tipi di caccia, la battuta alla lepre, che veniva fatta in squadra, con i battitori e con quelli che stavano alle poste. Alla fine della giornata c’era la spartizione della selvaggina, credo con certe regole specifiche che non ricordo piu. Invece la caccia ai volatili spesso era una avventura individuale. Una passeggaita per le campagne e i boschi con la speranza di trovar qualcosa. C’era anche la caccia agli uccelli di passo, ovvero di quelli che facevano la migrazione dai paesi del nord Europa ai paesi più caldi, ambitissimi erano i tordi.

La caccia alla nocetta in casa mia veniva disprezzata in tutte le maniere, secondo il babbo non lo era, era una semplice carneficina, non c’era sport nel praticarla .

Sono andato a caccia solo una volta con il babbo, un pomeriggio siamo partiti dalla Pieve Vecchia e siamo saliti su per le colline. Ha sparato un solo colpo e ha preso un uccello, non ricordo cosa fosse. La sera la mamma me l’ha cotto e mi sembrava essere il pasto più delizioso.

C’erano anche i grandi animali, i rarissimi lupi, le volpi ed i cinghiali, ma non ancora dalle nostre parti. Sentivo storie di lupi che risalivano col freddo e la neve lungo l’Appennino dal Gran Sasso. Nell’inverno del 1951 (?) dei cacciatori uccisero un lupo dalle parti di Bocca Trabaria, fu un grand’evento. Andai a vedere il lupo impagliato Lo portavano in giro per i paesi della valle e chi andava a vederlo lasciava un obolo per i cacciatori che ci avevano liberati da una tale fiera pericolosa.  Aveva la bocca spalancato con grandissime zanne. Ecco chi aveva mangiato Cappuccetto Rosso. Le volpi erano più comuni e non erano buone da mangiare ed erano ricercate per fare il colletto al cappotto. Era tradizionale per il cappotto di “casentino”, quello arancione pippoloso e lungo fino ai piedi. L’ultimo che ho visto ce l’aveva un signore che stava, mi sembra, giù per ‘l Borgonovo.

Una volta ‘l babbo andò in Maremma a caccia la cinghiale, ancora non li avevano riimportati dalle nostre parti. Non ebbe fortuna e non prese nulla, anzi fece delle padelle storiche, tanto che gli fecero anche una caricatura. Non fu un giorno di gloria.

Poi all’improvviso e non so proprio la ragione il babbo diede le dimissioni dalla Societá dei Cacciatori, credo ne fosse il presidente, forse era il 1952. M’arcordo dei commenti contro la indiscrimata carneficina, c’erano troppi cacciatore e poca selvaggina. Vendette il Browning.  

Il nonno era un cacciatore solitario, non andava con gli altri e non partecipava alle battute. Quando si aprivano le caccie lui girave per le campagne, era ancora fattore e sensale, con il suo fucile a tracolla. Lui diceva che portava a spasso il fucile. Una volta andando alla Grillaia un lepre sfortunato ebbe la cattiva idea di traversargli la strada. Quella sera il nonno tornò a casa con il suo ultimo trofeo e fece l’annuncio che avrebbe smesso di cacciare, in gloria. Aveva 80 anni  Chiese a mio padre di telefonare a Riccardo, mio cugino e di venire da Gubbio a prendere il fucile, questo spettava a lui, lui era il figlio primogenito del primogenito. Il fucile di  famiglia, il famoso Boston Damas, non mi spettavo. Io ero, come nel lontano passato, il discendente del figlio cadetto, a me non aspettava niente. Fui molto triste quando Riccardo venne a prendere il fucile, dopo tutto lui era cacciatore, Ogni volta, quando lo vado a trovare mi faccio mostrare il fucile del nonno. Si, sono geloso che lui ce l’ha.

 Non divenni mai un cacciatore. Credo d’essere stato il primo a rompere la catena della tradizione venatoria della famiglia Braganti, anche se il babbo aveva dato le dimissioni.

Imbracciando il fucile del nonno

Imbracciando il fucile del nonno

 

I tempi son cambiati, adesso ci son troppi cinghiali. Il ripopolamento degli anni sessanta ha avuto troppo successo. Due anni fa venni al Borgo con Tanya a novembre e con l’aiuto di Libero Alberti fummo accettati in una squadra per fare una battuta al cinghiale. Ci levammo prestissimo, era buio, freddo e un po’ nebbioso. In macchina salimmo verso Montevicchi ed al buio con l’aiuto d’Angiolino, a cui eravamo stati aggrgati, ci posizionammo alla nostra posta, era ancora buio ed ancora più freddo. Noi eravamo armati solo di macchine fotografiche e sicuri di fare ottime foto. Tutti ci avevano assicurato che sempre riuscivono ad abbattere dei cinghiali. Quella fu una mattinata storica: nessuno! Solo tanto freddo. In compenso la sera dopo andammo ad un’epica cena con tutta la squadra, e ci diedero in dono delle zanne.

Poi mi dissero che la domenica successiva ne uccisero più di venti!

 

 

21 aprile 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

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