69 M’Arcordo…quando dormivo ’n cucina.

febbraio 9, 2010 di biturgus

Questo é il primo M’Arcordo… dedicato al ’68, il mio ultimo anno a Firenze. Quello fu un anno memorabile e penso proprio che ne scriverò degli altri, troppe cose son successe.

Via dei Servi 36

Ai primi di settembre del ’67 avevo ancora due esami da sostenere per finire Scienze Politiche al “Cesare Alfieri” di Via Laura a Firenze. Erano  tutti e due di diritto, poi dovevo scrivere la tesi ed infine discuterla.

In teoria avevo un lavoro. Dopo la morte del babbo all’inizio del ’66 avevo continuavo, senza molta convinzione, un’attività da lui iniziata quando era andato in pensione. Aveva creato una piccola azienda di derattizzazione, parola molto nuova per quei tempi e molto più elegante di ammazzaratti. Avendo fra i pochi clienti Buitoni e Perugina c’era abbastanza lavoro da giustificare un operaio, un furgoncino Citroen 4L ed un piccolo magazzino dove preparare le esche mortali.

Quello fu il mio primo lavoro, a parte qualche supplenza d’inglese: vendere il veleno per topi, o meglio per i ratti, le sorche. Avevo anche un bigliettino da visita che non mostravo molto spesso.

How many times I have answered: “My first job? Selling rats poison!”       Col tempo, quello che una volta consideravo imbarazzante, é diventato un qualcosa di mitico.

E se avessi continuato? Verso il 1990 incontrai a New York un romano che aveva iniziato una simile attivitá di derattizzatore proprio nello stesso periodo. Abitava ai Parioli, aveva una villa in Sardegna ed un gran barca a vela. Ritorniamo alla mia storia che sta allungandosi e non ho bisogno di speculare sulle vite non vissute.

Come ho detto non pubblicizzavo questo mio lavoro d’ammazzatopi, però in compenso questo mi permetteva di continuare a fare lo studente, e dato che all’università e a Firenze io ci stavo proprio bene, rimandavo la mia ricerca per una vera carriera. Se finivo c’era il rischio d’artornare al Borgo a fare il mammone e magari andavo a lavorare alla Buitoni. Non voglio offedere nessuno che ha fatto questa scelta, solo che io sentivo un gran bisogno di muovermi. Avevo molte incertezze: non sapevo cosa avrei voluto fare da grande, ma mi era chiaro quello che NON volevo fare.

alla mensa di via San Gallo

Proprio quel giorno di  settembre, quando che tornai a Firenze per cercare un appartamento od una camera, incontari Loreto (quello piú alto in piedi nella foto, fra la Dorothy ed Armandino, Beppe* é il primo seduto sulla sinistra) alla mensa. Loreto abitava con altri amici in un appartamento in via dei Servi ed avevo invano cercato d’aggregarmi.  Era quasi all’angolo di Via degli Alfani, comodissimo per andare in facoltà e  per tutti i posti che frequentavo e così vicino a Piazza Santissima Annunziata, dove a quei tempi si poteva non solo parcheggiare la macchina, ma anche lasciarcela per una settimana e nessuno diceva nulla. E non va dimenticato che Robiglio era a meno di 50 metri.

Era locato al terzo piano, 3 camere da letto, la cucina ed il bagno. Dall’altra parte  del pianerottolo c’era un miniappartamento, ma non son sicuro come fosse disposto ecceto che c’erano due camere. Se avete visto il film “Auberge Espagnole”, (forse in italiano “Casa di Matti”?) con Audrie Tatou avrete un’idea del nostro posto.

La camera più grande era quella di Loreto con due letti e con la finestra su Via dei Servi. Le altre davano su un piccolo cortile interno.

Mi piaceva, conoscevo gli occupanti. Speravo che questa volta si fosse liberato un posto anche per me. Purtroppo mi dissero ancora una volta ch’erano al completo. Loreto, sempre  generoso, mi invitò a rimanere in camera con lui. Aveva un altro letto e sarei potuto restare fino a quando avrei trovato il mio posto.

Scommetto che avete giá capito: non trovai mai ‘n altro posto, anche perché non feci manco finta di cercarlo, li ci stavo troppo bene e ci armasi.

Ora vi presento gli inquilini. Conoscevo Loreto dai tempi del Parterre (54 M’Arcordo…), poi lui se andò per un anno in America. Era poi ritornato ed aveva ripreso gli studi d’architettura, come Mario; invece Giovanni e Mariano facevano Scienze Politiche come me. Poi vennero Francesco,  matricola ad architettura, e Pompilio, medico appena laureato che mi sembra lavorasse in un ospedale a Fiesole.

Per alcune settimane rimasi tranquillo in camera con Loreto, a parte il fatto che qualche volta russava. Poi questi mi annunziò con un certo  imbarazzo che mi doveva sfrattare. Suo cugino Francesco, inscritto al primo anno d’architettura, sarebbe venuto ad abitare con noi agli inizi di novembre ed io gli avrei dovuto cedere il “mio” letto. Per ragioni di famiglia non aveva potuto dirgli di no.

Persi il letto, ma trovai un nuovo amico.

Considerando le varie camere, chi andava e chi veniva, c’era sempre un qualche letto vuoto ed io cominciai un periodo di emigrazioni da una stanza all’altra, ma non durò molto. Fu convocato un consiglio d’appartamento per decidere sulla sitazione Fausto e fu deciso senza alcuna opposizione di offrirmi la piccola cucina. In un consiglio antecedente era stato deciso l’interdizione totale all’uso di questa: era proibito cucinare, e persino farsi una tazzina di caffé. C’erano stati dei problemi col cibo avariato in frigorifero e piatti e tazze sporche lasciate ad ammuffirsi nel lavandino. Era diventata un po’ un ripostiglio. La potevo avere, a condizione di ripulirla e dovevo travermi un letto.

Accettai. Andai di corsa al Borgo e con un lettino ed un materasso legati sul tetto della mia Fiat 850 rossa ritornai a Firenze. Era un po’ strano dormire in compagnia d’una stufa ed un frigorifero spento, ma ero soddisfatto, avevo il mio posto in Via dei Servi 36, ed era l’unica camera con lavandino.

Alla fine dell’estate la mia relazione con R. era davvero alla fine ed anche se il nostro viaggio in Jugoslavia era stato piacevole ed addirittura romantico nelle piccola tenda, avevo capito che questa volta dovevo troncare, troncare per davvero. Ci furono delle ricadute, ma diciamo che per il momento finì, senza gran scenate. Queste sarebbero venute piú tardi, a Londra, ma questa credo che sia una di quelle storie che non v’arconterò. Mica posso dire tutto.

Questa ritrovata libertá mi faceva sentir contento, mi dava un gran senso d’ottimismo. Mi promettevo che sarei cambiato: avrei smesso di fare il timidone imbranato, era un lusso che non mi potevo piú permettere. Avrei trovato un’altra ragazza o forse sarebbe stato meglio trovarne piú di una. Ero stato fedele troppo a lungo ed inutilmente. Sentivo che dovevo far baldoria, diciamo ricuperare il tempo perduto.

Nina Desnuda

Ritorniamo alla mia camera, o meglio alla mia cucina. Come ho giá detto nessuno poteva cucinare, non si poteva fare neanche un caffé. Era piccola, ma mi ci trovavo bene. La foto della Nina Desnuda, come si autochiamata lei stessa, fu scattata proprio li. Voglio inoltre precisare che ho avuto il suo permesso di pubblicarla, non l’avrei fatto altrimenti. La decorai con dei manifesti bolshevici che Nina m’aveva regalato, infatti se ne intrevede appena un angolo nella foto.

La porta non aveva la serratura e questo poteva esser un problema, anche perchè tutti andavano e venivano e spesso senza bussare. Trovai una saluzione rapida ed economica: quando c’era bisogno di chiudela smontavo la maniglia esterna con un cacciavite. Quando dopo tant’anni ho ritrovato la Nina, durante la prima conversazione telefonica, io a Marblehead e lei a Roma, questa mi disse:

“Ah ah! Ti ricordi quando smontavi la maniglia? Allora le tue intenzioni erano chiare.” Poi ci siamo riincontrati varie volte, avevamo molto da raccontarci.

Un’altra particolaritá fu che la camera-cucina diventò anche una farmacia. Popilio, il giovene dottore che stava nell’appartamentino di fronte, riceveva ogni giorno dei campioni di medicine da varie industrie farmaceutiche; in poche settimane abbiamo riempito tutti gli scaffali dei pensili in cucina con tutti i tipi di pillole, pomate ed iniezioni. Avevamo una vera farmacia. Fu proprio allora che per la prima volta vidi la famosa “pillala” (nella confezione con una pillola al giorno per un mese). Fu in quei tempi che la distribuzione iniziò in Italia nel mezzo di tante polemiche.

Non mi rendevo conto di tutta la potenzialitá nell’avere un appartamento. Io potevo aver visite. I miei poveri colleghi fiorentini, che dopo le lezioni dovevan ritornare a casa non avevano questa opportunitá. Si, forse la mamma faceva trovar loro una buona cenetta, mentr’io andavo alla mensa. In compenso pero’ io potevo invitare una ragazza a vedere la mia collezione di manifesti bolshevici ed ascoltare canzoni anarchiche della guerra civile spagnola e non offrirle neanche un caffé; magari poi andavamo a mangiare una pasta da Robiglio.

Ma c’erano anche gli eventi inaspettati.  

Un giorno, ricordo che era l’ora di pranzo, e immagino che tutti fossero alla mensa, ritornai all’appartamento con un’amica. Ci conoscevamo da poco e sembrava interessata alle mie attenzioni. Essendo soli, seduti al margine del letto, da cosa nasce cosa ed il tutto prometteva bene, molto bene. Ogni mia iniziativa trovava il suo consenso e lei stessa non era timide di prenderne. Poi d’improvviso ci fu un inaspettato irrigidimento e si scostò:

“Di che segno sei?” mi chiese, preoccupata, come se temesse la risposta sbagliata.

“Che segno? Quello dell’oroscopo? Non lo so.” risposi incredulo

“Non lo sai? Ma come non lo sai? Quando sei nato?” con un tono di voce irritato.

“Il 16 marzo.”

“Allora sei un Pesce.” Nessuno me l’aveva detto prima con quel tono di voce. Sembrava che mi volesse castigare per quello che avevo detto, per aver  scelto quel giorno per venire al mondo, ed infatti lo fece: mi castigò! E pensare ch’ero del tutto innocente.

“Non possiamo!” Si alzò e rimettendosi quel poco che ero riuscito a togliere fino a quel punto. “Io sono Sagittorio! Non possiamo!”

Ero in una sitazione che mi trovò del tutto impreparato, non sapevo che un Pesce non potesse andare con un Sagittario, doveva essere una cosa terribile. E non sapevo cosa dire. Mi impappinai e non riuscii a trovare una risposta convincente che le potesse far cambiare idea.  Ero così sorpreso che non riuscivo neanche ad essere arrabbiato. E per quel giorno fu la fine di quello che era cominciato tanto bene, pieno di promesse.

La fortuna compensa i pazienti. Dopo alcuni settimane la stessa decise che era l’ora di correre il rischio mortale di permettere un incontro ravvicinato fra un Sagittario ed un Pesce.  E fu il primo d’altri incontri a venire. Infatti costatando che il tutto era stato piacevolissimo per tutti i due segni, che nessuna fulmine c’era caduto in testa, si pensò bene che sarebbe stato un vero peccato non ripetere.

 E per oggi basta.

 *Conto d’incotrare Beppe la prossima settimana a Siracusa, per la prima volta dopo 42 anni.

 

9 febbraio 2010, Marblehead

Fausto Braganti

 ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

68b M’Arcordo… quando andavo a letto col prete. P.S.

febbraio 6, 2010 di biturgus

POST-SCRITTO con la Storia de la Paletta

A proposito della memoria collettiva e dei dubbi che avevo espresso all’inizio di questo M’Arcordo mi debbo ricredere, e son contento.

Il numero dei messaggi e dei commenti che ho ricevuto (grazie anche a Facebook) mi conferma che questa memoria collettiva esiste, e come! Inoltre considerando che molti di questi mi son venuti da lettori molto piú giovani di me vuol dire che la memoria ha acquisito il valore della tradizione che si tramanda.

Così ho deciso di aggiungere un poscritto per condividere con tutti quello che ho appreso. Tanto lo so, se a uno non gne ne frega gnente a ‘st’ora ha belle smesso de leggere. Ben per lui e ben per lei.

Penso che la scelta di questo nome, “il prete” abbia delle radici lontane nella tradizion popolare e contadina, in cui da sempre si tramandavano storie di preti birbaccioni e di serve e di spose generose delle loro grazie. Credo anche che non ci fosse cattiveria in queste storia. Eran solo facezie nate forse solo dalla costatazione di fatto del comportamento di alcuni. La vita era dura e la gente aveva aveva bisogno di ridere. Ridere non costa niente. A quei tempi non si poteva guardere “Sex in the city”, e s’andava a letto presto, quando faceva buio e si risparmiava l’olio e le candele. Le case erano misere e fredde ed in due si stava piú caldi. Boccaccio e Chaucer sono  in testa nel raccontarci tante di queste storie, ma non dimentichiamoci Poggio Bracciolini e Pietro Aretino.

 

A proposito dello scaldino che in casa mia si chiamava “la pretina” la Brunella de Porta Romana mi ha detto che ‘n casa sua era diventato la “monica” od anche la “fratina”. Ancora una piú specifica prova che l’immaginazione popolare aveva l’idee chiare su quello che  poteva succedere sotto le lenzuola. Sempre la Brunella mi raccontato de la su’ nonna che diceva de “non mettete la brage troppo bollita, sennò se stronino i panni”!

L’Anna del Piazzone, anche lei un’expatriate come me, mi ha scritto che nel bergamasco questi aggeggi son chiamati “frati”.  Si vede che da quelle parti i frati avevan la nomea d’esser piu’ birbi dei preti. Dopo tutto mi sembra che Fra Dolcino, quello che nel trecento predicava socialismo e libero amore, fosse di quelle parti, di sicuro era del nord. Non solo fu bruciato in piazza ma Dante lo sbatté all’inferno, assieme a Maometto fra i seminatori di discordia. Per fortuna i fondamentalisti islamici non leggono la Divina Commedia, se no chissá quale vendetta inventerebbero.

E nella fantasia popolare, di sicuro basata su qualche fatto reale, non erano solo preti e frati i colpevoli di queste malefatte ma anche i pellegrini avevano una bella nomea. La vecchia canzone “Pellegrin che vien da Roma” era un saggio avvertimento per gli sprovveduti mariti.

http://www.youtube.com/watch?v=ezRA38YA3ec

Poi m’ha scritto la Rina de San Puccio, anche lei abita ‘n’America come me ed anche lei non s’era scordata del prete e mi dice:

Si, anche io ricordo il prete che ci scaldava il letto prima di andare a dormire. La mia famiglia (Zoppi) infatti viveva propio in una di quelle case del Borgo senza riscaldamento ed il freddo era veramente glaciale (esiste ’sta parola in italiano. Sai io a volte mi confondo. Sono tanti anni che vivo in America e l’italiano lo parlo poco.) La mamma attacava uno scaldino con la bragina in mezzo al prete e lo metteva sotto le coperte del letto un po’ di tempo prima di andare a letto. Così il letto si riscaldava. Noi bambini entravamo sotto le coperte e mettevamo i piedini gelidi sopra il prete per riscaldarci. Però la mamma lo levava subito perchè non si poteva lasciarlo nel letto per evitare che prendessero a fuoco le lenzuola e le coperte. A noi ci dispiaceva quando la mamma lo portava via.

Nicola invece ha commentato:

Nella mia vecchia casa del Colle di Fragaiolo non avevamo i riscaldamenti, ma tanti camini e tanti “preti”, un caldo tutto particolare quello della brace dentro al letto e assolutamente gradevole.

Angiolino ha aggiunto:

Leggendo il tuo racconto mi sono ricordato quando da piccolo abitavo in Via S. Caterina e che anch’io dormivo nella camera con mia nonna. La sera d’inverno, dato che anche la mi’ nonna andava a letto presto come le galline, preparava i nostri due letti con il prete e lo scaldino. La differenza stava nel fatto che lei andando a letto intorno alle 7 di sera, cioè subito dopo cena, trovava le lenzuola calde al punto giusto; io, invece, che mi piaceva guardare la televisione andavo a letto più tardi e trovavo, qualche volta, il letto o caldo da morire oppure freddo marmito perchè nel frattempo il fuoco dello scaldino s’era spento.

 La Paola Podda ha scritto: 

            Io mi ricordo quando andavo a dormire a Fresciano con la mia nonna, la zia e i cugini, e nel letto, con delle lenzuola bianchissime e ruvidissime ci trovavo il prete che lo faceva bello caldo caldo. Se ci penso, mi piacerebbe a volte averlo anche adesso.

            Questo m’ha fatto scattare un altro M’Arcordo: quello delle lenzuola ruvidissime, quelle fatte in casa, al telaio.. M’arcordo la zi’ Sunta, la sorella del nonno Barbino e l’Ardemia, la su’ nuora, che appena avevano un momento libero, si fa per dire perchè loro lavoravano sempre, correvano al gran telaio di legno. Rimanevo incantato a come velocemente tiravano la spola da un lato all’altro ed il lungo telo bianco lentamente s’allungava. Ancora oggi se vado al Borgo e sto da i miei parenti questi mi fanno ‘l letto tirando fuori  le vecchie lenzuola. Oh come mi piace strofinarci la schiena nuda, manca solo quell’odore dei panni puliti, particolare del ranno che usavano per fare il bucato. ‘na volta me so’ fare ‘na camicia da notte da la Luigina con un lenzuole del corredo della nonna Vittoria.

La Catia, la mia quasi nipote, ha fatto un’affermazione più categorica e di certo la piú incoraggiante, e quello che temevo fosse solo storia é ancora una realtà.

            Io ci vado (a letto col prete) anche adesso quando siamo in campagna!

 

Considerando che avete preso la briga d’arivare fino a qui, ve voglio arcontare ‘na storia. Penso che la sapete de giá ma ve l’ardico lo stesso.

 

Ecco la storia de la paletta, come l’avrebbe più o meno arcontata la mi’ nonna Santina che, anche s’era steta a Roma a servizio ‘n tu’ la villa del principe russo, non s’era scordeta che veniva da Baldignano, quello sopra a la Madonnuccia.

 ‘na volta c’era ‘na donna ch’era andeta a servizio da ‘n prete. E anche se ‘l vescovo aveva detto che le serve che stevano ‘n tu le chese dei preti dovevano avere piú de settant’anni, nessuno gli’va deto retta. E tutti le cerchevano belle e de salute come quella de ‘sta storia.  

la paletta

 

‘n paese comincierono subito a gnagnierere de quello che ‘sti due facivano dopo cena. Le finestre eran tutte chiuse e ‘n se vedeva e ‘n se sentiva  gnente.

‘n giorno, quando ‘l prete era andato a di’ la messa al camposanto, ‘n’antra donna andò a trovalla. E mentre stavano a parlere aconto al camino gni venne ‘n’idea. 

“É vero che ‘l prete ci ha ‘l vino bono?”

“’l meglio de tutti,  lui ‘n beve mica l’acqarello e me lo lo dá anch’a me. Vado a prendetene ‘n fiasco tanto lui ‘n c’è, così l’asaggi, ma devi aspettare, lo devo travasere. Oh, m’arcomando, ‘n dillo a nessuno che te l’ho deto.” E andò ‘n cantina.

Alora l’amica prese la paletta, ch’era ataccheta a ‘n gnodo, acanto al focolare e tutta de corsa andò ‘n camera de la serva e la nascose sotto i lenzoli, d’entro ‘l letto, e poi artornò ‘n cucina prima l’altra artonasse.

Ringraziò e tutta contenta artonnò a chesa sua col fiasco de vino del prete.

Dopo ‘n paio de giorni l’amica artonnò  a trovalla. Aveva bufeto ed era tutto gnacceto e lei ci aveva lo scaldino e gli chiese a se gli dava ‘n po’ de bragina, e questa:

“Te la darei volentieri, ma sono ‘n paio de giorni che ‘n me riesce artrovere la paletta, non so ‘n do’ lo messa”

“Alora ‘n c’hai guardeto d’entro ‘l letto?

E questa fu la prova che lei ‘n quel letto ‘n ci dormiva..

 

E qui tutti se rideva, anche se la storia se sapeva de giá. Lei si che metteva ‘l prete a letto.

 

6 febbraio 2010, Marblehead, MA USA  

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus 

 

68a M’Arcordo… quando andavo a letto col prete.

febbraio 2, 2010 di biturgus
’na volta da le nostri parte ’n’ogni casa c’era ’l prete e spesso anche piú d’uno e poi c’erano anche le pretine.

Nel mio primissimo M’Arcordo mi misi a parlare della memoria individuale e di quella collettiva. Ora comincio a pensare che il mio concetto di “collettivo” si sta restringendo, ormai ci son le nuove  generazioni che se si prendono la briga di leggermi, spesso non sanno di che cosa parlo e smettono di leggere. Se continuano magari credono che abbia vissuto ai tempi di Piero. Quel mio ‘colletivo” era forse nato da un senso d’ottimismo e di sicuro dalla mia ignoranza della realtà.

I mutamenti una volta erano lenti, ma poi si sono accellerati con velocitá da capocigiro. Il tutto se mi rattrista da una parte mi spinge a continuare prima che tutto scompaia. Poi alla fine va perso in ogni modo, ma almeno ho la speranza, forse l’illusione d’aver dato al ricordo un tantino piú di vita.

Ma perché dico questo?

'l prete de Gubbio

Semplice, l’estate scorsa, in un ristorante a  Gubbio ho visto in una delle sale in bella mostra sopra un armadio quest’aggeggio. Sorpreso della sua inaspettata presenza, considerando anche la calura della giornata, ho fatto dei commenti e l’ho chiamato per nome, c’era un gruppo di giovani che non capivano di casa stessi parlando e quando ho detto loro cosa fosse e come fosse usato m’hanno guardato in maniera sospetta, come se li volessi prendere in giro.

“Ma di che prete parla questo?” avranno pensato ed é finita li.

 ‘na volta le case erano fredde, parecchio fredde. Son nato in una delle pochissime case del Borgo che nel 1941 avevano il riscaldamento, ma io non me n’arcordo. M’hanno poi detto che c’erano dei monumentali radiatori di ghisa e la caldaia che andava a carbone e c’era anche Riccardo, il fuochista, che caricare la fornace. La su’ moglie era la Cesira, ed era la cuoca. Il Palazzo delle Laudi, dove noi s’abitava, fu acquistato dal PNF (Partito Nazionale Fascista) nel 1942 e noi fummo sfrattati ma non andammo lontani, forse 100 metri in Via dell Firenzuola 49. Li era freddo, tanto freddo come il resto delle case del Borgo.

Con le nebbie di novembre arrivava il primo freddo e l’umiditá nell’aria che entrava d’entro l’ossi, come dicevano allora, lo rendeva insopportabile.

Allora s’andava dalla Maria Cocciaia. Davanti al duomo c’era la sua bottega, dove vendeva vasi, piatti e cocci di tutti i tipi, e offriva tutta una fantasmagorica gamma di scaldini di tutte le dimenzioni e forme e fra questi c’erano anche le pretine, basse e piú larghe.

Il nostro appartamento era grande e vecchio ed i soffitti erano alti ed era un frigorifero. Quando arrivava l’inverno tutta la famiglia si riintanava in cucina, dove c’era un camino che non veniva mai acceso, e non m’arcordo perché. Però c’erano due piccoli fornelli col la graticola dove veniva accesa la carbonella. C’era una grande stufa di ferro, una di quelle con tutti gli anelli di ferro concentrici sulla superficie. M’arcordo una stanga lunga con un gancio che pemetteva di togliere e rimettere gli anelli caldissimi. Li venivano cucinati i pasti ed allo stesso tempo il calore della stufa riscaldava l’ambiete. Importante era anche la bragina e piú avanti vedremo perché.  

La nonna Santina aveva uno scaldino di ferro, un ricordo, come diceva lei, del suo periodo romano, quando era stata a servizio nella villa del principe russo. Il vantaggio di questo era che lei stando seduta. poteva poggiare i piedi sull’asticciole di legno del sopra, nascondere il tutto sotto la gonna lunga ed ampia e sentire il calore salire dal basso. Ogni tanto il babbo faceva dei commenti su dove andava a finire quel tepore. Da Roma dell’inizio del novecento, questo scaldino é arrivato in America con me e anche se non ci metto la bragina, lo tengo sotto la poltrona, quella accanto al caminetto. M’arcorda la nonna Santina Giunti di Baldignano.  

lo scaldino de la nonna Santina

Il resto dell’appartamento, composto di tutta una serie di stanze, corridoi e camere e si poteva fare il giro in tondo, era freddissimo. Le cucina al contrario era piccola rispetto agli altri stabili ed era caldissima come un forno, da mozzare il fiato. Al tutto veniva aggiunto il profumo dei sigari o del tabacco che il nonno fumava con la pipa. A quei tempi non c’era televisione, ma in compenso avevamo la radio. C’era sempre un uccellino che cinguettava, ma non so perché.  L’ho risentito nell”Amarcord di Fellini. Al tocco ed alle otto di sera c’era il giornale radio, ed allora non era permesso piú parlare. Il babbo ed il nonno richiedevano un silenzio assoluto. Dovevano sapere cosa succedeva al mondo ed io scoprii che il mondo era più grande del Borgo. Ricordo di quando parlando della Cina, Mao Tse Tung era salito al potere, dissero che dovevamo temere “il pericolo giallo” ed io ebbi paura. I cinesi sarebbe venuti e mi avrebbero portato via.

Allora s’andava a letto presto, s’andava a letto con le galine. Ma prima c’era tutto un rituale di preparazione, era una spedizione al Polo Nord. La mamma e la nonna tiravano fuori le pretine e con la paletta di ferro, una specie di cucchiaone piatto, le riempivano di bragina, che poi coprivano con la cenere. Era l’ora di prendere il prete, un aggeggio di leggere stanghe di legno, da infilare nel letto sotto le coperte, che diventava come una collina. Appendevano cautamente la pretina ad un gancio posto nell’alto all’interno del prete e richiudevano il tutto tirando le coperte.

In quegli anni, dopo guerra,  io dormivo in camera col nonno. Era una stanza grande. Dicevano che una volta s’era gelata l’acqua nella brocca del lavabo. C’erano due letti matrimoniali, tre comodini, una scrivania massiccia, un canterano, due armadi e la macchina da cucire. Io ero piccolo e dormendo nel grande letto di ferro e mi sentivo sperduto. La sveglia del il nonno era rumorosa e spesso mi faceva dormire. Quando la mamma mi accompagnava in camera i due letti erano come delle colline. Io avevo una sottomaglia di lana, di quell pizzicose, fatte a mano, e poi mi faceva mettere il pigiama di peloncino. Toglieva la pretina ed il prete e mi faceva entrare a letto di corsa. Era caldissimo, era come entrare in un forno, era come una tortura. Quando divenni piú grande la convinsi di togliere quel trabiccolo almeno 10 minuti primi che andassi a letto. Era un’operazione che non mi permise di fare fin quando ero un adolescente. Non si fidava di me, temeva che facessi cadere la brace nel letto e dar fuoco a tutta la casa.

C’era una storia che mi faceva tanto ridere quand’ero piccino. Si diceva che una volta uno viaggiatore arrivò ad una locanda del Borgo. Era freddissimo ed il gestore premuroso gli chiese:

“Vole che gli mettiamo ‘l prete a letto per riscaldarlo?”

Al che lo sprovveduto disse:

“No, no! Ne posso fare a meno.”

Poi nel 1957 cambiammo casa e nel nuovo appartamento c’era il riscaldamento. I preti, le pretine e gli scaldini finirono fra tutti quegli oggetti abbandonati nel trasloco.

Il primo giorno, o meglio la prima notte, che son andato all’universitá a Firenze mi son tolto il pigiama e  la cannottiera e da allora ho sempre dormito nudo.

 Verso il 1950 ci fu una grande novitá, arrivarono i fornelli a gas. Prima era stato usato, ma credo in modo molto limitato il metano. Questo a parte il fatto che puzzava era considerato molto pericolo. Le bombole di ferro assomigliavano ai siluri che si vedevano nei film dei sottomarini.

Ricordo il giorno che portarono a casa il fornello a gas e la mamma era felicissima, sarebbe stato tanto piú facile cucinare. M’arcordo che c’erano due compagnie di gas in bombole, forse ci sono ancora: Liquigas e Pibigas e si facevan gran concorrenza. Una di queste, forse era il 1951, fece venire un elicottero al Borgo per pubblicizzare  il suo prodotto. Tutti andarono al piazzone per vedere l’atterraggio nei campi di Violino, dietro il Cinema Iris, piú o meno dove oggi c’é Orfeo.

Oggi le cose son cambiato, le case son belle calde, ma forse sarebbe stato meglio non aver buttato via preti e pretine. Non voglio essere un pessimista, ma immaginate se i russi decidessero di chiudere la manopola del gas?

Per finire:

Nel mio viaggiare ho scoperto che altra gente ha usato vari sistemi per star caldi. Uno è quello di riscaldare dei mattoni, poi li avvolgono in un panno per poi metterli nel letto. Come da noi ci sono le borse dell’acqua calda, ma prima della scoperta della gomma usavano delle bottiglie di vetro spesso da riempire con l’acqua calda. In Inghilterra si trovano ancora nei negozi d’antiquariato warming pans, degli scaldini di rame dal lungo manico di legno, che ripieni di bragina venivano manualmante strofinati sotto le lenzuola per riscaldare il letto.  Non so quanto oggi si usi l’espressione “worming up baby”. Questa veniva usata per indicare il bambino nato ad una giovane sposata con un vecchio. Un altro gli aveva riscaldato il letto.

worming pan

2 feb. 2010, Marblehead, MA USA                              

La Madonna Candelora de l’inverno semo fora,

ma se piove o tira vento nell’inverno semo d’entro.

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 Fausto Braganti      

 ftbraganti@verizon.net

67 M’arcordo (inglese) … quando mi son fatto gli spaghetti alla carbonara.

gennaio 20, 2010 di biturgus
 ’ na volta l’omini ‘n cucinavano, a meno che non facivano i cochi, ma questo ’n conta.

E credo che fosse la mamma che diceva:

“Se’l tu’ babbo e ‘l tu nonno armangon soli, moion de fame.” (la mamma parlava ‘n pochino ‘n borghese, ma n’avrebbe mai detto fēme, questo per lei sarebbe stato  troppo plebeo, c’era classismo anche nel parlar Borghese).

Ed era vero, non sapevano neanche fare ‘n ovo al tegamino. Da sempre, da generazioni, doveva esser scritto nel loro patrimonio genetico, contavano sul fatto che ci sarebbe stato sempre una donna, nel piú dei casi era prima la mamma e poi la moglie, che avrebbe avuto la responsabilitá di preparare i pasti per loro. Io almeno ‘n ovo al tegamino lo sapevo fare. ‘n’avevo fatti tanti quando stavo in Borgo Pinti, a Firenze.

In casa s’arcontava la storia del giorno quando nacque ‘l nonno Barbino. La bisnonna Celeste Pettinari, incinta col primo figlio, era rimasta a casa, mentre il bisnonno Angiolo con i suoi fratelli era andato a lavorare in dei campi lontani da casa. Dopo poco le cominciarono le doglie e da sola, senza aiuto di nessuno, partorì un bel bambino. Fui lei stessa che gli legò l’ombelico. Esausta, sporca rimase a letto di sicuro felice del figlio appena nato. A sera artornarono gli omini. Immagino la sorpresa del bisnonno nel trovare ‘l cittino appena nato. Sará stato felice ed orgoglioso e non solo per il bambino ma anche per quello che Celeste aveva fatto. Ma poi gli uomini si guardarono, avevano fame e la cena non era pronta. La cronaca degli eventi non é stata tramandata con chiarezza, ma sembra che le fu portata la spienatoia, la farina e l’acqua e lei fece la pasta a letto. E quella sera, gran passo in avanti nell’evoluzione, l’omini bollirono l’acqua. Ma sará vera ‘sta storia? Non lo so’. Voglio sperare di si, almeno per confermare quello che é di certo indicativo dei costumi del tempo.

Dettaglio: alcuni giorni dopo, ma forse passarono mesi, Angiolo si presentò davanti al segretario comunale “…e dichiara d’essergli nato un bambino di sesso maschile…  dalla di lui unione illegittima con Celeste Giuseppa Pettinari … con lui convivente nella casa di sua abitazione …al Gioiello di Trevine…” Questo é scritto nel libro delle nascite 1874 #81, del comune del Monte Santa Maria Tiberina, a quel tempo in provincia d’Arezzo. Poi anni dopo si sposarono in comune ad Anghiari.

La vita di Celeste ed Angiolo era certo dura, lavoravano da mattina a sera ed ognuno sapeva quello che doveva fare, per tradizione ma oserei dire anche per istinto.

Ed io nel mio piccolo, o almeno nella mia famiglia, mi sono preso la  responsabilitá di rompere una tradizione che forse era ininterrotta da centinaia di generazioni:    

mi son fatto un piatto di spaghetti alla carbonara. Tranquillizzatevi, non come quelli nella fotografia. Un po’ di pazienza, poi capirete perché.

Fino verso i dieci anni sono stato “boccuccia”, non mi piaceva niente. Ho fatto immattire tutti, ogni posto diveniva una battaglia per convincermi ad aprir la bocca. Poi all’improvviso tutto cambiò e cominciai a mangiare un po’ tutto. Ma una cosa rimase la stessa: mangiavo quello che qualcuno aveva preparato e cucinato. Davo il tutto per scontato e non ci avevo neanche mai fatto caso. Quando mangiavo a casa era tutto preparato dalla mamma, e come ho giá detto se si andava al ristorante si cercava sempre quello che preparava i pasti come fossimo a casa, e come tale veniva giudicati.

Quando andai a Firenze all’universitá le cose cambiarono, diciamo che i miei orizzonti si allargarono, ma poi mica di tanto. E con l’eccezione di qualche uovo al tegamino, che poi ripensandoci quasi sempre lo preparava ll mio compagno di camera. Ai quei tempi andavo alla mensa di Via San Gallo o in certe trattorie economiche, con i prezzi ragionevoli. Poi ogni tanto c’era una ventata di benessere. Quando ‘l Sor Gino, ‘l babbo de Paolo, veniva a Prato a fare gli acquisti poi si fermava a pranzo a Firenze ed invitava noi poveri studenti. Allora s’andava a mangiare sul serio. Quando apri il ristorante cinese in Via dei Servi, non ci andammo mai, non eravamo ancora avventurosi abbastanza.

Quando poi veniva l’estate viaggiavo molto per l’Europa facendo l’autostop. Allora dovevo mangiare un po’ di tutto, per sopravvivere: tanta frutta comprata al mercato, pane e salame. In Germaniac’era una gran varietá di affettati. I pasti, le minestre di semolino degli ostelli non erano esperienze memorabili, come la carne di renna in Svezia, che assomigliava alla suola delle scarpe, anche se queste l’avevo mai assaggiate.

Nell’estate del ’68 faci in viaggio in macchina, la mia FIAT850 rossa, con Massimo. La prima intenzione era quella d’andare a Parigi, ma noi arrivammo tardi per la rivoluzione, per colpa mia. Diciamo che mi distrassi per la via cercando di ritrovare una ragazza olandese, ma questa é di sicuro ’n’altra storia. Partimmo con un fornellino a gas, uno di quelli da campaggio, una pentola e tanti spaghetti Buitoni 72. Ci fermavamo lungo la strada, nei parcheggi e come fossimo degli zingheri e ci mettavamo a cuocere la pasta che mangiavamo poi con un po’ di burro e di formaggio. 

In autunno andai a Londra ed anche qui cominciai la tradizionale routine d’andare al ristorante per pranzo e per cena. L’importante era non spendere troppo. Fu allora che scoprii che c’erano altre cucine: cinese, indiana con variazioni a seconda le zone, afgane ecc. Vicino a casa avevo scoperto una specie di rosticceria d’un greco cipriota, e tutto era molto economico. La cucina inglese non é mai stata famosa, ma i pubs per pranzo offrivano delle pietanze interessanti. Mi piaceva molto la steak and kidney pie and with a pint of bitter mi riempivo fino a cena.

E cosi passai un paio di mesi, e l’uniche buone cene erano quelle offerte dal direttore. Ci invitava ad andare alla Piccola Napoli a Soho o a qualche Angus Steak House a mangiare un bisteccone.

Poi un sabato mattina, presto, abitavo allora con Carlo in Westbourne Park Road, dalle parti di Portobello Road, mi svegliai con una gran fame. Ma ebbi subito la sensazione che quella non era una fame che avrei potuto soddisfare con un té e due fette di pane in cassetta con la marmellata.

Ero ancora a letto e con gli occhi aperti sognai subito un gran piatto di spaghetti alla carbonara. E pensare che io non l’avevo mai preparati, ma l’avevo visto fare, pensai che non sarebbe stato difficile. Feci un breve bilancio di quello che abbisognavo e non lontano da casa c’era un gran negozio d’alimentari e gli iingredienti di cui avevo bisogno sarebbero stati facili da trovare. E cosi fu.

Dopo circa mezz’ora ero di ritorno con tutto il necessario, spaghetti, bacon, uova e formaggio. Quest’ultimo era l’unico problema, nel contenitore di plastica c’era scritto parmigiano, ma assomigliava piuttosto alla segatura.

Dopo circa venti minuti, penso che non fossero ancora le nove, ero seduto al tavolo di cucina con un fumante piatto di spaghetti alla carbonara, e dato che nella vita tutto é relativo alle circostanze, quelli furono i favolosi. M’ero arcordato bene tutti i passaggi!

Quella fu la mia pietra miliare, li feci altre volte, ma per non molto. Cambiai casa ed andai ad abitare in una pensione in Collegham Road dalle parti di Earls Court, e non avevo piú una cucina dove esibire il mio modesto repertorio. Ricomincia la routine dei pubs e dei ristoranti a buon prezzo, come Old Kentucky dove con pochi scellini potevo ordinare una frittata al formaggio con le patatine. E proprio in giro in quella zona feci nuove amicizie. Forse vi ricordate, fu allora che incontrai la strega senza capezzoli (45 M’Arcordo…)

http://biturgus.wordpress.com/2009/02/16/45-m%e2%80%99arcordo-inglese%e2%80%a6quando-ho-incontrato-la-strega/

Fra gli amici che feci c’erano molti un po’ ribelli, comunisti della Quarta Internazionale ed hippies, tutti tipici degli anni sessanta. Ed alcuni non mangiavano regolarmente. Io non ero ricco, al contrario, ma in compenso avevo uno stipendio fisso e avevo le camice pulite, perché le portavo in lavanderia. Piú d’una volta mi son trovato ad invitare qualcuno a mangiare con me.

Una sera in un pub incontrai due ragazze svedesi, erano le stereotipiche scandinave: occhi azzurri, capelli lunghi, dritti e biondi, un bel sorriso con la labbra turgide pronte ad esser baciate. Ma queste due avevano un’ulterire caratteristica, erano cicciottelle, anzi erano propeio ciccione, come minimo avrebbero dovuto perdere 10 kili o forse piú. In compenso erano simpatiche ed in fondo non ho mai disdegnato l’abbondanza. Alla fine della serata furono loro a prendere l’iniziativa: mi invitarono a cena. Evento eccezionale, un invito a cena, non era mai successo. Fu così che la sera stabilita, con una bottiglia di vino, mi presentai all’indirizzo che m’avevano dato. Era una tipica casetta tutta bianca con le due colonne alla porta d’ingresso in Portobello Road, non lantano da dove avevo vissuto prima. C’era un solo campanello. Suonai. Un uomo, direi dal volto grigio ed emaciato mi venne ad aprire. E dalla porta aperta uscì un fetore terribile. Vidi che c’erano gatti dappertutto. E l’uomo con un accenno di sorriso, e prima che aprissi bocca, mi disse invitandomi ad entrare.

“They are at the third floor.”

Salii di corsa le scale, trattenendo il respiro. Notai che in ogni piano le porte erano aperte e mi sembrava che in ogni stanza ci fosse un pianoforte ed ovunque gatti, ciottole col mangiare e cassettine per la cacca. Al terzo piano la porta era chiusa e bussai; le svedesi mi accolsero cardialmente. Non avevano un cavatappi, e risolsi la situazione spingendo il tappo entro la bottiglia. Non avevano bicchieri, ma solo due tazze. Cominciammo a bere il vino a turni. La sera di quasi estate era piacevole ed il sole al tramonto inondava la stanza di luce. Adesso le potevo osservar meglio, erano grassoccie si, ma niente male, diciamo che la loro bellezze gontava un po’ da tutte le parti. “Bone” forse non era il termine giusto, forse in questo caso avrei dovuto dire “BBone”! Mi guardai intorno e potevo vedere un cucinotto con  fornello e lavandino, ma non mi sembrava che ci fosse nulla che facesse pensare alla cena. Finimmo il vino. Allora tirarono fuori una bottiglia di latte, da bere nelle stesse due tazze. Ancora mi domandavo quando avremmo mangiato. Alla fibe aprirono un armadio ed ecco la cena giá pronta: biscotti. L’armadio era pieno di scatole di biscotti, biscotti di tutti i tipi. Allora mi offrirono la scelta delle portate che preferivo. Era una specie di self service. Quelli al burro per primo, seguiti da quelli ripieni di marmellata e per finire quelli ricoprti di cioccolata? Forse il mio amico Paolo, famoso golosone, al liceo soprannominato Pavesino, sarebbe stato contento. Io ero solo sconcertato. Se avevo avuto delle vaghe speranze d’una duplice avventura a questo punto erano sparite, volatizzate. Mi coffessarono poi che lavoravano in una fabbrica di biscotti e che questo era il loro bottino. Ogni giorno rubacchiavano qualche scatole e questa era la loro alimentazione. Ecco come loro aveva risolto il problema del cucinere. Non m’arcordo come finì la serata, ma so di certo che non successe nulla di quello che avevo sperato: di farmene due assieme e considerando le dimensioni forse potevano contare per tre.

Avrei dovuto aspettare una 15na d’anni prima d’incontrare un’amica di Gothenburg che mi preparasse una deliziosa Janssons frestelse, quella che io ribattezai la lasagna svedese. 

Earl’s Court Station

Nella continua ricerca di ristoranti economici dalle parti di Earls Court Road avevo scoperto un posto che mi sembra si chiamasse The European Restaurant. Nel menu c’era un po’ di tutto, anche se poi era sopratutto tedesco. Offrivano anche spaghetti alla carbonara e con mia gran sorpresa scoprii che non erano affatto male. A quel tempo insegnavo tre volte alla settimana delle classi serali che finivano alle nove di sera. Prendevo poi the Tube per andare ad Earl’s Court. Ero di solito stanco e spesso in treno giá sognavo un bel piatto di spaghetti, seguito poi da a pint of bitter al Prince of Teck, il pub vicino, quasi la porta accanto.

Una sera andai ed ordinai il solito e mentre aspettavo ascoltavo il solito vecchio che suonava non bene con una piccola fisarmonica della tipica musica da birreria tedesca. Ed aspettavo, il cameriere venne un paio di volte scusandosi per il ritardo, e proprio quasi quando ero pronto ad andarmene comparve con la mia pasta. Immaginate la mia sorpresa: un piatto di spaghetti con un uovo all’occhio di bue, che mi guardava, e due fette di bacon come contorno.  Prima di scrivere ‘sto M’arcordo ho ricostruito l’evento, ecco la fotografia all’inizio della storia.

“What’s this?”

“Spaghetti carbonara, sir!”

Dopo avergli spiegato che gli ingredienti erano quelli e che però non erano messi nella maniera giusta, feci il gesto d’alzarmi. M’era passato l’appetito. Mi chiese di rimanere solo un po’ e sparì verso la cucina. Dopo poco comparve il cuoco, un indiano, che con uno sguardo imbarazzato e con voce sommessa mi chiese se sapessi cucinare  gli spaghetti alla carbonara. Gli risposi di si. Al che mi chiese, quasi sembrava implorarmi, di seguirlo in cucina per insegnargli come si facevano. Il cuoco precedente se n’era andato all’improvviso, e quella era la sua prima sera. Aveva trovato una ricetta, un pezzo di carta con gli ingredienti della carbonara, ma nessuna spiegazione di cosa fare.

E quella fu la volta che feci il cuoco in un ristorante per poi mangiare quello che avevo preparato. Importante, non pagai il conto. In ogni modo non ci artornai più.

Col tempo, con la distanza dal Borgo, con la nostalgia di certe pietanze che non trovavo, ho imparato un po’ a cucinare. La motivazione è stata semplice, avevo capito che se me veniva la voglia di qualche cosa di speciale, a meno che non me la facessi da me, non me l’avrebbe fatta nessuno.

 20 gennaio 2010, Marblehead, MA USA                                                                                         

 I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

66 M’Arcordo… del pēne del Borgo e… de Giorgio.

gennaio 15, 2010 di biturgus

Quelli del Borgo, almeno quelli de ’na certa etá, me capiscono e sanno che:

“Damme ’n bocone de pēne!”

Non é una richiesta oscena, e non aggiungo altro.

M’arcordo che da picino, dopo guerra, se faciva ancora ’l pēne ‘n chesa, tutti i martedi. Perché ‘l martedi? Questo non lo so. Nella vecchia casa in Via della Firenzuola c’era un lungo il corridoio, in veritá era grande come una stanza senza finestre, che portava in cucina e li c’era la madia. La sera prima cominciavano i preparativi.

Non m’arcordo i vari passaggi e tanto meno la ricetta, i miei ricordi sono frammentari, di sicuro so che non usavano il sale.

La mamma si metteva ‘n gran fazzoletto bianco in testa e la panuccia, anche questa bianca, e lunga fino ai piedi.  Credo che il primo atto fosse quello di preparare il lievito con un pezzo di pane vecchio della settimana prima. Prendeva la staccia, che quando non usata stava appesa ad un chiodo e setacciava la farina. Poi la metteva nella madia mi sembra che ci facesso una specie di pozzetto nel mezzo dove aggiungeva l’acqua. So solo che era un rituale preciso, che le era stato tramandato in famiglia per generazioni, da donna in donna. E lei fu l’ultima della catena.

La mattina presto la mamma con l’aiuto della nonna lavorava l’impasto e questa era una gran fatigata. Facevano a turno,  fino a quando ottenevano un imposto dalla consistenza uniforme.  Mi sembra che lo lasciassero riposare per un po’, poi lo ribaltavano sulla spienatoia nella tavola di cucina, tagliando poi dei blocchi di circa un kilo a cui davano la forma della pagnatta e sul dorso incidevano due croci con un coltello a punta. Prendevano poi un vecchia asse stretta, lunga e liscia per quell’uso di tant’anni. Su questa stendevano un candido panno bianco, forse era stato ritagliato da d’un vecchio lenzuolo, che era stato lavato migliaia di volte. Mi sembra di ricordarne l’odore. Le pagnotte venivano allineate ed erano separate l’una dall’altra da un ripiego del telo e alla fine ricropivano il tutto. Poi, e questo mi sembrava tanto buffo, mettevano il pane a letto e lo coprivano con le coperte, questo forse era per farlo lievitare. La mamma ogni tanto controllava e quando vedeva che i tagli delle croci cominciavano ad aprirsi come un fiore, voleva dire ch’erano pronte.  Con l’asse sulla spalla si avviava verso il forno di Duilio, in Via Mazzini, dopo l’angolo di Gerasmo. Non m’arcordo quanto ci metteva, ma poi la mamma artornava ancora con l’asse sulla spalla ed il pane era cotto, ancora caldo. M’arcordo ancora il profumo. Lei mi dava da mangiare un orcellino e se c’era una fetta di mortadella, anche questa appena tagliata, era la merenda piú buona del mondo. Quel pane durava ‘na settimana. Poi un giorno e non m’arcordo quando e perché, forse verso il 1950, la mamma smise di fare il pane e andò a comprarlo al forno o alla Cooperativa.

Ma in casa rimase una certa abitudine, di certo ereditata da quando si mangiava il pan duro sei giorni alla settimana: ovvero il pane comprato oggi si mangiava il giorno dopo, piaceva quello un po’ raffermato.

Torniamo ai forni del Borgo, almeno quelli che m’arcordo.

Duilio Alessandrini, il nostro fornaio e la su’ moglie, la Maria, erano i genitori di Doriano della torrefazione ed erano vecchi amici e vicini di casa della famiglia della mi’ mamma. Di certo mia madre pagava qualche cosa per cuocere il pane, ma allora mi sembrava che ci facessero un piacere. Qualche volta ci portava anche dei tegami di carne o i fagioli con le cotiche in una pignatta di coccio. Sentivo sempre dire che i fagioli cotti al forno erano piú buoni

C’era quello del Filiberti ‘n fondo piazza, all’inizio di Via San Giuseppe. Quello dell’Acquisti era in Via Cherubino Alberti, dietro Sant’Agostino, un pochino piú ’n giú del banchino de’ Pastina. C’era il forno della Cooperativa, per la Via Maestra, dove adesso c’é la Galleria d’Arte La Loggia e questo mi faceva un po’ paura, era nel dietro, alla fine d’un androne buio. Parlando con l’Anna del Piazzone, questa mi ha ricordato Dentidoro che aveva un forno a Porta Fiorentina, dalle parti dello Scorpione. Di sicuro ce n’erano altri che non m’arcordo.

la pagnotta

Poi ‘na volta so’ artornato al Borgo e i forni non c’erano piú. Si erano consorsiati ed industrializzati, avevano costruito una fabbrica del pane, erano diventati I Forni Riuniti. Adesso credo son ritornato alcuni forni a legna, anche se credo le norme che li regolarizzano siano molto rigide.

Il pane mi piaceva e quello era ed é il pane piú buono del mondo. E come ho giá raccontato quando sono andato a Riccione per la prima volta ed ho mangiato quei panini romagnoli son rimasto esterrefatto, mi sembravano cattivissimo. Il babbo, che ci veniva a trovare la domenica, portava sempre una pagnotta di quello nostrano.

Poi ho cominciato a viaggiare e ho provato altri tipi di pane, alcuni son buoni. I francesi son fanatici del pane, per esempio la baguette appena sfornata é deliziosa, ma deve esser mangiata subito; dodici ore piú tardi non é la stessa cosa. In Francia ci son forni ovunque e ho coosciuto gente che va a prendere il pane due volte al giorno: una per il pranzo ed uno per la cena.

E quante volte nel girare per il mondo, incontrando qualche altro italiano, mi son sentito dire e sempre con un tono un po’ beffardo:

“Ah, sei toscano? Allora mangi il pane sciocco!” Come se noi toscani fossimo degli essere strani e differenti, ma forse è vero e lo siamo per davvero e ci teniamo. Vi ricordate “Maledetti Toscani” di Malaparte?

Si é vero, noi mangiamo il pane sciocco. Nancy, la mia prima moglie, avrebbe aggiunto sorridente:

“Si, si, il pane é sciocco, ma de sale ne mettono tanto su tutto il resto!”

Fu proprio lei che il giorno che partimmo per Londra, alla fine di luglio del 1970,  per poi continuare verso gli Stati Uniti, nascose nella mia valigia una pagnotta di pane e del prosciutto nostrano. Un bel pensiero. Sapeva che non l’avrei mangiato per un bel pezzo.

In tutti questi anni ho sempre cercato di trovare del pane che assomigliasse al nostro e fra Boston e New York spesso son riuscito a trovarne, anche se non era proprio lo stesso era abbastanza simile e mangiabile.

 

Ho conosciuto Giorgio Biagioli da sempre, e a parte il fatto che siamo andati a scuola assieme, e che forse siamo anche lontanissimi parenti, per me era come un fratello piú che un amico. Siamo cresciuti assieme. Poi per una di quelle strane coincidenze della vita, che io chiamo dei sentieri incrociati, ci siamo ritrovati ambedue a lavorava all’Alitalia. Però c’era una gran differenza: lui stava per aria ed io stavo per terra. Io ho cominciato lavorando all’aereoprto di Boston ed uno delle mie prime responsabilitá era quella di coordinare la rotazione degli equipaggi. Un giorno, quando mi giunse da Fiumicino la lista di quelli in arrivo, vidi che il primo ufficiale era proprio Giorgio. E quella fu la prima di molte visite ed ogni volta mi portava un pezzetone di Borgo.  Non rimasi a lavorare molto in aereoporto, dopo pochi mesi passai all’ufficio vendite, al centro di Boston, non lontano dall’hotel dove alloggiavano i nostri equipaggi. In seguito lui stesso zazzicava con l’ufficio turni per farsi dare il volo di Boston, e se aveva una rotazione che glielo permetteva non rimaneva in hotel, veniva a dormire a casa mia. M’acordo che ‘na sera mi disse:

“Tu non sai quanto sia alienante girare per il mondo, ogni giorno trovarsi in un altro areoporto, un altro albergo, in un altra cittá, magari bella ed interessante, e poi non conoscere nessuno. Quando vengo a Boston é differente, ci sei te, un amico del Borgo.”

Lui mi raccontava tutto quello che succedeva a casa, i figli che crescevano, la casa che stava costruendo, il prossimo viaggio in motocicletta che avrebbe fatto con Paola. Poi c’erano i pettegolezzi, le ultime avventure del Pagelli o del Carria o di Ginino, gli scherzi fatti e da fare assieme a Rinaldo, Enzo e Rolando. Ci fu il periodo delle Corse delle Carriole ed io sapevo tutto, nei minimi dettagli.. Una sera si mise a disegnere sulla tovaglia di carta del ristorante di come aveva progettato i freni. Quando ero con lui mi sembrava d’essere ad un tavolino del Telebar.

Aspettavo queste visite con piacere anche perché aveva iniziato una tradizione, una bella tradizione. Se il volo era programmato subito dopo la sua visita al Borgo, Giorgio partiva prestissimo. Verso le quattro andava al forno dell’Acquisti e prendeva ‘na pagnotta di pane. Quando il fornaio apprese che era per me, non gliele fece piú pagare. La sua era un’opera di caritá, “dar da mangiare agli affamati,”  a favore d’un povero emigrante del Borgo sperduto in terre lontane. Ma non era tutto, spesso c’era anche un bel pezzo di formaggio. Appena arrivato in albergo nel primo pomeriggio, mi telefonava:

“Oh, che fi? Io so’ ariveto. Vieni?”

Ed io correvo all’hotel, solo un paio d’isolati dal mio ufficio. Avevo il pane di giornata del Borgo, non aspettavo che si raffermasse.

M’arcordo una volta che, mentre si parlava, mi son messo subito a mangiarlo. Non avendo il coltello lo dovevo rompere a pezzi con le mani. Aveva portato anche un bel tocco di parmigiano, che ci andava benissimo. Vedendomi mangiare venne fame anche a lui e cominciò a farmi compagnia: un pezzo di questo e un pezzo di quello… E chiacchierando non ci siamo resi conto di quanto abbiamo mangiato: piú della metá della pagnotta. Io, egoista del mio regalo, ho avuto anche il coraggio di rinfacciargli quello che m’aveva fatto, mi aveva tolto ‘l pane de bocca: aveva mangiato il mio pane, lui che lo poteva mangiare tutti i giorni o quasi.

Ma non era solo Giorgio quello doveva pagare la tangente della pagnotta di pane per veniva a Boston. Anche io dovevo fare la mia parte. Piero Chimenti, anche lui del Borgo, ‘l figliolo piú picino de Bubo e de la Mila, lavorava all’Alitalia, alla Malpensa e mi aveva ricattato:

“Non osare passare per la Malpensa, che se poi scopro che venivi dal Borgo e ‘n m’hai portato ‘na pagnotta de pene, ‘n te faccio arpartire!”

luglio 1994, Giorgio Biagioli il giorno che siamo andati a pescare le balene

Giorgio Biagioli, luglio 1994, quando siamo andati a pescare le balene

 

Giorgio ed io facemmo dei viaggi  assieme. Io gli dicevo i miei piani e lui programmava i suoi voli in modo da far coincidere il suo volo di andata o di rientro con i miei. Mi invitava a stare in cabina ed era sempre un’esperienza esilerante, specie nelle fasi di decollo e d’atterraggio. Volare sopra la Alpi d’inverno e vederne tutto l’arco imbiancato, come se fosse lo schermo gigante d’un gran cinema, é sempre stata per me un’esperienza eccezionale  e sorprendente, anche dopo tante volte.

Nell’estate 1977 Giorgio divenne comandante di DC9. Questo è un aereo di medio raggio. Non venne piú a Boston per un bel po’. Ero contento per il suo passaggio, che celebrammo con una gran cena al Cerro di Caprese. Mi dispiaceva che non sarebbe più venuto e non solo mi sarebbero mancate le nostre lunghe chiacchierate, i pettegolezzi del Borgo ma anche le pagnotte di pane. A parte tutte le volte che ci siamo rivisti al Borgo o ad Ostia venne spesso a trovarmi come turista con la  Paola, Corrado e la Sara.

Quando divenne comandante del L1011, all’inizio degli anni ’90,  ricominciò a volare su Boston ma io non c’ero piú,  lavoravo a New York. Niente piú pane. Ricordo una bellissima calda mattina dell’estate del ’94, ero ritornato proprio per star con lui, quando andammo assieme in un battello a vedere le balene sull’Atlantico, al largo di Gloucester.

Una sera ai primi di dicembre di quello stesso anno, mi trovavo di passaggio per Roma, andammo a cena assieme come avevamo fatto tante volte, sarei partito per Boston il giorno dopo, e quella fu l’ultima volta che vidi Giorgio, un fratello piú che un amico.

Mi manca, son triste.

 

15 gennaio 2010, Marblehead, MA USA                                                                                        

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

65 M’Arcordo…quando ho scoperto l’America.

gennaio 4, 2010 di biturgus

Il 15 dicembre del 1969 era un lunedi e fu l’inizio d’una settimana memorabile, almeno per me. L’attentato alla banca in Piazza Fontana a Milano era avvenuto pochi giorni prima e non ha niente a che fare con la mia storia, solo per inquadrare il periodo.

Proprio quel giorno mi laureai, finalmente! Quella mattina divenni dottore in Scienze Politiche e Sociale, al Cesare Alfieri, in via Laura a Firenze, dopo aver anche fatto due anni di Farmacia. Il tutto avvenne diciamo sotto voce, e l’accaduto non fu pubblicizzato e l’unica a dimostrare un certo entusiasmo fu mia madre. Ma anche questo durò poco, infatti il giorno seguente partii per Londra, e lei era triste. Figlio unico di madre vedova, non c’è bisogno di aggiungere altro. Niente cena di laurea, dopo otto anni d’universitá non c’era molto da celebrare. Partii in treno, non mi potevo permettere l’aereo. Il sabato 20 ero prenotato in un volo per New York per poi continuare per Boston, quarant’anni oggi. Avrei viaggiato con Nancy ed avrei incontrato la sua famiglia. Diciamo che era un viaggio esplorativo, per saggiare il terreno. Non solo non avevamo ancora deciso di sposarsi, ma io ancora non sapevo cosa avrei voluto fare da grande.

Nancy era americana, prefessoressa di francese, ed era stata la mia studentessa di italiano alla scuola dove insegnavo a Londra, ed a quel tempo non ci fu niente fra di noi. Avevo mantenuto, quasi sempre, la politica di non uscire con le mie studentesse e pensare che ce n’erano tante. Nell’estate del 1969 ritornai al Borgo con l’intenzione di rimanere e di finire la tesi su cui lavoravo da tempo. Lei aveva deciso di continuare a studiare l’italiano andando a Firenze. Le avevo dato dei suggerimenti ed anche il mio numero di telefono. Mi telefonò ed un giorno che andavo a Firenze con mia madre andammo a pranzo assieme. La mi’ mamma la invitò a venire al Borgo per un week-end, le avrebbe fatto i ravioli. Lei venne ed il week-end durò un mese. Tornò a Londra ai primi di settembre ed io la raggiunsi dopo due settimane, rimasi solo per un mese per poi tornare a Firenze per finire e dare la tesi: era l’ora.

Pan American Clipper B707

Ritorniamo a quel sabato mattina, umido e buio. Con un taxi andammo dalle parti di Victoria Station, dove c’era il terminal della Pan American. A quei tempi si poteva ancora fare il check in cittá. Poi con il bus siamo andati ad Heathrow per imbarcarci in un charter organizzato dall’ Overseas Teachers Association. Ero giá stato in aereo, ma questa era la prima volta che salivo in un vero grand’aereo: un Pan Am Clipper (B707). Le hostess ancora portavano un cappello azzurrino a bombetta. Nancy aveva trovato questi biglietti attraverso l’American School di Londra e mi sembra che il prezzo fosse circa 70 pounds.

Fu cosi che cominciò un altro capitolo della mia vita, anche se ancora non ne ero consapevole, per il momento pensavo fosse solo un’avventura. Andavo in America, questo mitico posto al di lá dell’oceano, di cui avevo tanto sentito parlare. In un film della mia infanzia c’erano state delle immagini di Tarzan sorpreso nel vedere tutti quei grattacieli dal finestrino dell’aereo poco prima d’atterrare. M’arcordo anche d’aver visto una foto con i grattacieli di Manhattan in un libro dell’elementari. Mi piaceva quella parola: grattacialo, un palazzo cosi alto che toccava il cielo. Guardavo quell’immagine sognando d’andarci, ma poi mi sembrava cosi lontano, impossibile da raggiungere. La mia idea dell’America, anche se avevamo parenti a New York, era quella che mi era stata propinata da Hollywood, con i films di cowboys, di gangsters, di indiani, della Guerra Civile e da tanti altri. Poi era arrivata la televisione con la sua buona parte di luoghi comuni.

Prima di partire dal Borgo ero andato in biblioteca per cercare qualcosa su Boston. Sapevo solo che era la cittá dove Sacco e Vanzetti erano finiti sulla sedia elettrica. Nell’Enciclopedia Treccani trovai una foto di Trinity Church in Copley Square, l’avrei poi vista per anni dalla finestra del mio ufficio.

Non m’arcardo molto del volo eccetto che era pienissimo, che potevo ascoltare la musica con degli auricolari che ci avevano dato e che per la prima volta vidi una lattina di birra Budwiser.

Al decollo ci avevano annunziato che a New York il tempo non era buono, che giá stava nevicato, e che ci avrebbero aggiornato sugli sviluppi della situazione. Dopo alcune ore venne un annunzio che a causa della tormenta ci saremmo fermati a Bangor, Maine, per fare un rifornimento straordinario di carburante. Saremmo stati in grado di attendere in caso ci fossero dei ritardi per l’atterraggio a Kennedy Airport.

“Bangor? Ma dov’é?” Nancy mi disse che era un posto sperduto in mezzo al Maine, il vasto stato orientale piú a nord, al confine col Canada, lei non sapeva neanche che ci fosse un aeroporto.  

Dopo esseri discesi senza veder nulla, era tutto bianco per la tormenta, siamo atterrati in una pista coperta di neve. Quello fu mio primo contatto con gli Stati Uniti. Mentre l’aereo era fermo mi sono alzato ed ho raggiunto le porta posteriore che era aperta. Ho sentito una gran folata di vento freddo, ma ho potuto guardar fuori mentre i fiocchi di neve mi colpivano il volto. Ho visto una gran foresta d’abati, una foresta d’alberi di Natale imbiancati, era bellissima. Ero in America, ma dov’erano i grattaciali di Manhattan che volevo tanto vedere.

Timbro d'ingresso negli Stati Uniti, 20 dicembre 1969

Ci fu un gran mormorio fra i passeggeri: molti temevano il peggio, che saremmo rimasti incastrati chissá dove e chissá per quanto per il maltempo. Tutti volevano raggiungere la loro destinazione il prima possibile per le feste. Poi andò tutto bene, dopo meno di mezz’ora eravamo di nuovo in volo e dopo circa un’ora e mezzo atterrammo a JFK senza problemi. Penso fossero circa le tre del pomeriggio. Esplicate le procedure d’immigrazione con il timbro d’ingresso e quelle doganali, dopo aver recuperato il bagaglio, ci trovammo sul marciapiede pronti a prendere un taxi per andare a La Guardia Airport. Nevicava appena ed era freddo, molto freddo. Io m’ero equipaggiato con il mio cappottone d’autista d’ambulanze che m’arrivava quasi ai piedi, un paio di stivali di cuoio alti fino alle ginocchia ed in testa avevo una lobbia, il cappello nero a larga tesa con il risvolto di seta arricciato.  

Su quel marciapiede del terminale della Pan American mi mi sentii emozionato. Vidi dei poliziotti con i gran pistoloni che facevano scorrere il traffico, le macchine che passavano mi sembravano tutte grandissime, e per la prima volta vidi delle limousines lunghe senza fine. Io al Borgo avevo una FIAT850 rossa. Quì tutto mi sembrava grande, sproporzionato. Ora ero davvero in America, ma dov’erano i grattaciali di Manhattan?

In taxi raggiungemmo LGA per prendero lo “shuttle” (la navetta) della Eastern Airlines per Boston. Ogni ora c’era un aereo: si saliva senza prenotazione e senza biglietto, una specie di tram dell’aria. Se si riempiva ce n’era subito un altro pronto a partire. Si comprava il biglietto a bordo: infatti c’erano delle hostess che subito dopo il decollo venivano lungo il corridoio spingendo un tavolino a rotelle e vendevano i biglietti. M’arcordo il costo del biglietto: $24. Ancora non potevo immaginare che negli anni a venire avrei preso questi stessi voli della Eastern Airlines decine e decine di volte, anche sulla rotta per Washington. Oggi con tutte le norme di sicurezza che abbiamo accumulate questo tipo di servizio sarebbe impensabile.

Durante questo volo cominciai a sentirmi nervoso. Mentre Nancy era felice ed eccitata di tornare a casa e di rivedere la famiglia, io cominciavo a preoccuparmi per l’imminente incontro. Come mi avrebbero preso? Questa era la domanda che avevo rimandato di farmi. Ora non la poteva piú postporre, li avrei incontrati dopo poco. Nancy mi aveva rassicurato che non ci sarebbero stati problemi. Si, erano ebrei, ma non particolarmente religiosi, questo non sarebbe stato un ostacolo, anche io non ero religioso. A posteriori posso dire che il mio matrimonio, come tanti altri, ebbe alti e bassi, ci furono crisi che sembrarono inrisolvibili, ma il fattore delle religioni non ebbe mai nessun peso sulla nostra relazione.

Atterrammo a Boston verso le sei ed era buio. La mamma e la sorella di Nancy ci aspettavano. Seppi molto tempo dopo che quando la mia futura suocera mi vide per la prima volta, con quel cappottone, la barba lunga ed il gran cappello nero, pensò che fossi un rabbino.

“A rabbi from the old country” per l’esattezza come poi lei stessa mi ha ripetuto tante volte.

In ogni modo la loro accoglienza fu calorosa. Arrivati a casa trovai due delle “Three Girls”. Ba, la nonna di Nancy era la piú giovane ed aveva 90 anni, e Sophie che ne aveva 98. Avrei poi incontrato la terza sorella, Clara di 96. Capire le girls non era facile, parlavano fra di loro una mistura di inglese e tedesco e Sophie aggiungeva del francese. Arrivò poi David, il fratello quasi ventenne  di Nancy, hippie dai capelli lunghi che gli scendevano fino alle spalle. Il babbo di Nancy arrivò per ultimo, ritornava da un’escurzione in montagna. Con lui c’era un signore dai capelli bianchi, ricci e lunghi, un altro hippie, solo che questo aveva certo piú settant’anni. Mr. Haskel, l’avrei conosciuto poi meglio, era un vecchio yankee WASP democratico, super left wing liberal, che odiava Nixon ed era attivissimo contro la guerra in Viet Nam. Forse in gioventú, negli anni trenta, era stato un simpatizzante del partito comunista. Si, c’é stato un partito comunista americano.

E quello fu l’inizio della mia scoperta dell’America, e pensare che ancora non ho finito. Ho cominciato dall’interno d’una famiglia e d’una cosa son sicuro: sono stato fortunato, sono stato accolto a braccia aperte ed é davvero diventata la mia seconda famiglia.

Mona, la mia prima suocera (ne ho anche una seconda, Therese é francese) é ancora viva ed una settimana fa abbiamo celebrato il suo novantaseisimo compleanno.

Quei giorni della fine del ’69 passarono veloci ed abbi modo di visitare un po’ Boston ed il suo vicinato.

Ercole, Piero della Francesca, Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

In cima alla lista di cose da vedere c’era l’Ercole di Piero della Francesca. Sapevo che era in un museo a Boston, l’Isabella Stewart Gardner Museum. Dovevo vedere questo pezzettino di Borgo che era arrivato in America molto prima di me.

Avevo anticipato questo incontro con un senso di rabbia: ce l’avevano portato via, ma la responsabilitá non era di chi l’aveva comprato ma piuttosto di chi l’aveva venduto, dopo averlo staccato da un muro d’un palazzo in Via degli Aggiunti. Poi quando lo vidi su quel muro di quel vecchio palazzo veneziano museo, anche questo portato a Boston a pezzi, provai un senso d’orgoglio e ne fui sorpreso. Ero contento che fosse lì. Se fosse armasto al Borgo sarebbe stato eclissato dalla Resurrezione e dalla Madonna della Misericordia. Qui era un “Piero”! ed i visitatori venivano ad ammirarlo, veniveno a vedere ‘na lichina di Borgo. Non sono uno studioso e tanto meno un critico d’arte ma non ho dubbi nel dire che l’Ercole non é una delle sue opere migliori, la testa mi pare un po’ piccola rispetto al corpo, ed il torace, i capezzoli non mi sembrano che siano al posto giusto. Scrissi poi un articolo su questa esperienza che, con l’aiuto di Adriano Canosci, fu pubblicato sul La Nazione.

Poi andai a vedere l’Acquario, che avevano aperto solo da pochi mesi ed infine non potevo perdere al North End: il quartiere italiano di Boston, e questa fu una vera sorpresa. Una delle piú vecchie parti di Boston e degli Stati Uniti dall’inizio del novecento era diventato il quartire degli emigranti italiani di Boston, nella quasi totalitá meridionali, dopo eser stato irlandese e duccesivamente ebreo. Hanover Street era come una Via Maestra, con caffe, ristoranti, alimentari, giornalai magari con l’ultimo numero della Settimana Enigmistica, negozzi di musica dove si poteva ancora comprare un 45giri con la Tarantella Napoletana ecc..

Davanti al Caffe’ dello Sport, Hanover Street, Boston, dicembre 1969

Era tutto italiano, ma tutto sembrava che si fosse fermato nel tempo. Camminando lungo il marciapiede mi dovevo far strada fra gruppetti di persone che parlavano italiano. In una vetrina d’un tabaccaio vidi delle pipe di coccio rosso con il bocchino lungo di canna, tipiche del meridione e le comprai subito, tutte. Dalle nostre parti le ultime pipe di coccio col bocchino di marasca le avevo trovate all’appalto della Motina d’Anghiari nel ’61. Le tenevano in una scatola delle scarpe, sotto il banco, non c’era molta richiesta, e costavano 10 lire.

Anche questa visita al North End di Boston divenne nella prospettiva degli anni a venire una esperienza mitica.

Proprio quella strada, Hanover Street sarebbe diventata la mia nuova Via Maestra, dove avrei passeggiato come fossi per la Via XX Settembre al Borgo, dove avrei imparato a conoscere un po’ tutti.

La vita é strana e come hanno giá detto in tanti prima di me. “Tutto cambia per poi rimanere tutto lo stesso”.

Dopo pochi giorni ritornammo a Londra. Dopo meno di tre mesi mi sarei sposato. Ad agosto mi sarei trasferito in America, ma questa è un’altra storia, lunga, molto lunga.

New York, vista dal New Jersey

 

 

 

 

 

I grattacieli che non vidi quel giorno del dicembre del ’69. questa foto l’ho fatta nel gennaio del ’08, dal New Jersey. 

4 gennaio 2010, Marblehead, MA USA  

(speravo di pubblicare questo M’Arcordo il 20 dicembre, nel 40simo anniversario di quel mio primo volo verso gli Stati Uniti, ma poi con le feste varie diciamo che mi sono on po’ distratto)                                                                               

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus

64 M’Arcordo……quando se faceva la collezione dei francobolli

dicembre 15, 2009 di biturgus

Cominciò tutto con questo: ecco il mio primo francobollo.

Il primo francobollo della mia collezione, 1951

Avevo dieci anni, ero in quinta elementare e qualcuno, non m’arcordo chi fosse, mi regalò una cartolina che veniva dall’Australia. Sapevo solo che questo era un posto lontano lontano, e che c’erano i canguri e tanti conigli.

Non m’arcordo che foto ci fosse nella cartolina, ma m’arcordo benissimo il francobollo e quando l’ho cercato nell’internet l’ho trovato facilmente e l’ho subito riconosciuto.

“Dovresti fare la collezione dei francobolli, magari impari la geografia e la storia.”

Quello fu il suggerimento del babbo. Forse spereva anche che smettessi di fare tutte quelle varie collezioni di figurine di cui ero tanto appassionato.

E fu cosi che cominciai la mia collezione e l’aborigeno venuto dall’Australia fu il capostipide.

Cominciai subito a setacciare tutti i cassetti della casa alla ricerca di cartoline e di buste affrancate. Ce n’erano scatole delle scarpe piene. Poi chiesi a tutti i parenti ed amici di famiglia che mi aiutassero. Aveva ragione il babbo, la collezione mi aiutò ad apprendere la geografia ed anche un po’ di storia. Avevo un vecchio mappamondo di latta di prima della guerra, e l’Africa era ancora quasi tutta spartita fra l’Inghilterra e la Francia. C’era ancora l’Africa Orientale Italiana, ma giá sapevo che avevamo perso la guerra e che a noi non c’era armasto niente e questo mi dispiaceva, come se avessi perso un giocattolo. Le nostre vecchie colonie colonie erano gialle, quelle inglesi rosa e le francesi, ma non son sicuro, azzurre. Mi ci vollore anni per capire che quel continente non era una torta da divedere e che noi avevamo perso la nostra fetta.

Ogni francobollo che trovavo mi portava in posti lontani. Certi nomi mi affascinavano. Il Tanganika era pieno di mistero, ci sarei voluto andare subito. Mi piaceva anche Aden e i miei sogni di viaggiare cambiavano a secondo i pezzi che mi capitavano fra le mani.

I Mestieri

I piú facili da trovare, per ovvie ragioni, erano quelli italiani, ma anche da questi imparai un po’ di geografia. Proprio a quel tempo c’era una serie con i tipici lavori tipici delle varie ragioni. Alcuni erano facili da trovare, come quello usato per una busta normale, mentre altri quasi impossibili. Per questo non mi era chiaro, a cosa servisse un francobollo da 50 centesimi? In giro non si trovavano piú neanche le monete da una lira. In ogni modo questa serie credo che rimase in giro per anni e ne avevo raccolto tanti doppioni senza gran valore di scambio. Nelle mie ricerche avevo trovato vecchie buste di prima della guerra con francobolli con l’immagini del re. Con l’avvento della repubblica lui era certo passato di moda.

Dopo quelli italiani quelli facili da trovare erano i francesi anche perché c’era gente che aveva parenti in Francia, quasi sempre a Nizza o a Parigi dove c’era uno stablimento Buitoni. Fu proprio per questa ragione che qualcuno mi diende un commemorativo, era grande e quadrato con lo stemma di Parigi, ed era stato stampato per commemorare il bimillenario della fondazione della cittá. Mi sembrava bellissimo. L’emigrazione aveva una forte influenza su quello che trovavo, cosi in giro c’erano molti francobolli dell’Argentina, Venezuela e Stati Uniti.

La signora Cecca, quella della cartoleria Boncompagni, aveva in una vetrina dei raccoglitori con delle pagine di cartoncino con delle taschine trasparenti dove inserire i francobolli. Spesso mi fermavo ad ammirarli. Ce n’era uno con i fratelli Bandiera e mi piaceva tanto, ma ci volevano i soldi ed io non ne avevo.

Non tutti pensavano che questo mio nuovo interesse fosse una buon’idea:

“Ma che fai, la collezione degli sputacchi? Chissa chi l’ha leccati quei francobolli.”

Non m’arcordo chi fu a far questi commenti, forse il nonno.

Lo scambio dei doppioni era la piú comune forma d’acquisizione di nuovi pezzi. Capii subito che quelli commemorativi erano i piú importanti da raccogliere perché, avendo una tiratura limitata nel tempo, sparivano presto dalla circolazione. Nessuno dei miei amici si entusiasmò nella mia nuova passione e non mi rimase altro che cercare fra i grandi. 

Il primo fu Don Virgilio, quello stesso prete che mi diede le mie prime lezioni di latino. Lui era gentile, amichevole e sempre sorridente anche se poi mi faceva tanto soffrire con le declinazioni. Era uno degli organizzatore delle colonie estive ed il suo modo di vestire d’estate al mare era rivuluzionario, almeno per quei tempi: si toglieva la lunga tonaca nera e si metteva un vestito, giacca e pantaloni, bianco. Don Virgilio abitava in un casa in Via Buia, dietro il Palazzo delle Laudi, proprio accanto ad Arduini Brizzi. Non so come fu, ma scoprii che lui aveva una gran collezione che era cresciuta con  gli anni: aveva cominciato quand’era ragazzo. Mi invitò a vederla e se anche i miei doppieni non gli erano di gran interesse, lui era sempre generoso e mi regalava sempre qualche pezzo interessante.

La sua collezione era ben ordinata, divisa in vari raccoglitori, sempre quelli con le taschine. Lui era molto cauto e cercava di non toccarli ed usava sempre delle pinzette. Fu lui che mi insegnò che per scollare i francobolli dalle buste e cartoline era molto semplice, bastava metterle a bagno nell’acqua e dopo pochi minuti i francobolli si sarebbe staccato facilmente senza lacerarsi.

Le Venere di Cirene

Sfogliando uno dei suoi album, quello delle colonie italiane, scoprii dei francobolli meravigliosi con l’immagine d’una donna nuda. Era una statua senza testa e senza braccia, ed il suo corpo era perfetto. Cercavo tutte le scuse per poter riguardare in quel raccoglitore. Poi con mia grande soddisfazione la riscoprii in un libro del Touring Club sui musei di Roma che avevamo in casa. Era la Venere di Cirene, una classica statua greca scoperta in Libia. Questa é la stessa che non molto tempo fa fu restituita a Geddafi. Lei e la Maja Desnuda di Goya, mi sembra d’averlo giá detto, furono l’oggetto delle mie prime fantasie e concupiscense di ragazzo.  A quei tempi non sapevo che esisteva anche un francobollo spagnolo del 1930 con la Maja Desnuda. So di sicuro che mi sarebbe molto piaciuto. Era un francobollo repubblicano ante Franco, un bigotto come lui non l’avrebbe mai permesso.

La Maja Desnuda

Per anni ho saputo che la Venere di Cirene era in quel museo a Roma, ma non sono mai andato a vederla. E pensare che quando sono andato a Madrid la prima volta son corso subito al Prado per ammirare la Maja, quella Desnuda naturalmente. Devo colmare la lacuna, devo andare a Tripoli.

Il babbo mi fece conoscere il Nofri, era un anziano signore della stessa etá del nonno che non aveva avuto paura di collezionere gli sputacchi stranieri. Serafino abitava vicino alla Piazzetta di Santa Chiara ed avava una gran collezione a cui aveva dedicato piú di cinquantanni della sua vita. Poi mi raccontava anche le storie della prima guerra d’Africa, lui aveva fatto la campagna contro Menelik. Credo che fu proprio lui che con calma mi diede lezione come identificare certi francobolli difficili da classificare, e togliermi dei dubbi.

Avevo scoperto che certe volte avevo in mano dei francobolli che non sapevo da dove venivano.

“Che strano” pensavo ”certa gente non sa neanche come si chiama il loro paese.”

Sapevo che c’erano i fillandesi, anche se non sapevo dove la Fillandia fosse, ma perché nei loro francobolli scrivevano Suomi? E gli ungheresi? Stessa storia, loro scrivevano Mayar e cosi via. Poi c’erano gli inglesi, loro avevano tanti francobolli con l’immagine d’un re barbuto di profilo e c’era scitto solo quanto costava. Ed i francesi? A loro spesso bastava RF. Gente strana.

Non parliamo dei francobolli giapponesi e cinesi, ma questo non era un gran problema, perché erano ancora molto rari da trovare.

Poi le cose cambiarono, a 14 anni, per allargare i miei confini filatelici, cominciai una corrispondenza, grazie ad un annuncio trovato nella Domenica del Corriere, con una ragazza giapponese della mia etá: Kazuko, anche lei collezionista di francobolli. La corrispondenza durò per due o tre anni e mi mandò delle sue foto, era carina, e sopratutto tanti francobolli. Con questi non avevo problemi, sapevo da dove venivano. Poi piano, piano le lettere si fecero piú rare fin quando il flusso si estinse. Ritornerò a parlare della giapponese prima di finire.

Sempre quando avevo circa 14 anni cominciai a frequentare un impiegato che era un appassionato collezionista Non m’arcordo chi me lo presentò e neanche come si chiamasse, ma m’arcordo che aveva la moglie bella. Questa era un buon incentivo per andarlo trovare. Quel nostro primo incontro fu un momento importante nella mia vita: mi diede del “lei”. Questo mi sorprese, non ero pronto, non me l’aspettavo. Poi mi accorsi che anche la moglie mi dava del “lei”.

Quella sera pensai che ero diventato grande, e forse proprio per questo cominciarono altri interessi e cominciai a trascurare la collezione. In compenso ‘l babbo all’improvviso decise ch’era un’ottima idea continuare e la prese in consegna lui. Qualche volta l’aiutavo a mettere in ordine ed a catalogare e finivamo sempre in gran litigi. Non eravamo mai daccordo sul metodo. Poi il babbo morì ed io andai lontano.

La collezione é ancora lá in cantina, nella casa del Borgo.

 

E per finire c’é un’altra storia. ‘n c’entra quasi per niente co’ francobolli, ma ve l’arcoto lo stesso.

All’improvviso, dopo anni di silenzio, ci fu una sorpresa. Kazuko la mia amica giapponese mi scrisse una cartolina con un breve saluto dagli Stati Uniti. Non c’era indirizzo del mittente e non le potei rispondere.

Nell’estate del ’59 Carlo Bertuzzi, un amico di Bologna che d’estate veniva sempre al Borgo a trovare lo zio Luigi, mi annunciò che sarebbe andato negli Stati Uniti per studiare per un anno in un liceo americano. Io ero invidioso, ci serei voluto andare anch’io. Carlo mi scrisse delle cartoline, ne ricordo una con degli indiani piumati.

Quando ricomparve al Borgo all’inizio dell’estate dell’anno dopo eravamo tutti curiosi di sapere le sue avventure. Ma la prima cosa che mi disse, con calma e come se fosse la piú normale di questo mondo, fu straordinaria.

“Ti porto i saluti d’una tua amica. L’ho incontrata a Washington, nel giardino della Casa Bianca.”

Dapprima ci fu una gran sorpresa, che subito si trasformò in curiositá.

“Una mia amica?” gli chiesi ancora incredulo.

“Si, una tua amica giapponese.”

“Giapponese? Ma chi è. Ti prego, dimmi.” non riuscivo a capire chi potesse essere.

“Alla fine dell’anno scolastico ci hanno invitato tutti a Washington. Noi studenti stranieri eravamo piú di mille; un pomeriggio ci hanno portato alla Casa Bianca ed il presidente Eisenhower ci ha dato il benvenuto. Mentre girellavo per il giardino parlando e salutando mi son travato davanti una ragazza giapponese. Appena ha saputo ch’ero italiano mi ha detto che lei aveva un amico per corrispondenza. Un amico che abitava a Sansepolcro e che si chiamava Fausto ed io  prima che lei potesse dirmi il cognome,  l’ho interrotta: lo conosco, Fausto Braganti. É un amico mio!”

Io non c’ero, ma credo che tutti e due furono molto sorpresi e cominciarono a raccontare la strana circostanza di quest’incontro con un amico in comune, anche se lontano piú di 5mila kilometri.

Solo dopo pochi giorni mi arrivò una lettera dal Giappone, in cui Kazuco mi riraccontava la stessa storia, del suo fortuito incontro con Carlo.

Questo mi avava confermato che lei era molto, molto carina. Il mio interesse in questa seconda mandata di lettere non erano piú quello dei francobolli. Mi sembrava che ci fosse una certa simpatia fra noi due.  Ma poi la nostra corrispondenza non durò molto e lentamente si estinse, e non m’arcordo perché. Forse c’era solo un problema di distanza.

 15 dicembre 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus

63 M’Arcordo… quando leggevo i giornalini.

dicembre 7, 2009 di biturgus

“Qui comincia l’avventura

del signor Bonavventura

e del fido suo bassotto

che color ha del risotto” 

 

Il fortunatissimo Signor Bonaventura

                                                           

 

Ancora mi ricordo queste strofette del signor Bonaventura, che compariva settimanalmente nel Corriere dei Piccoli. Io lo chiamavo il Corrierino.  Lui era un fortunatissimo signore e tutte le sue innocenti avventure finivano bene ed era sempre compensato con un milione, cifra a quel tempo inimmaginabile. Il Corrierino costava 20 lire e potevo ancora ordinare un gelato, un cono da 10 lire.  Qualcuno mi disse che prima della guerra il signor Bonaventura vinceva 1.000 lire invece d’un milione. Quella fu la mia prima lezione d’economia politica: dopo la guerra c’era stata la svalutazione.

E pensare che a scuola ho sofferto tanto per imparare le poesie a memoria ed ora dopo tutti quest’anni mi ricordo ancora queste rime. Quello che mi rimane ancora difficile da immaginare, di quale risotto si parla?
            C’era anche il Sor Pampurio che era sempre arcicontento, ma di lui ho solo vaghe immagini. Invece m’arcordo bene del capitan Cocoricò sempre alle prese col le malefatte dei birbanti nipoti Bibì e Bibò; il tutto si svolgeva in un posto lontanissimo dal Borgo nel tempo e nello spazio: in qualche colonia tedesca in Africa,  prima della prima guerra mondiale! Ma questo lo scoprii venendo poi in America, perchè i Katzenjammer Kids erano nati proprio qui, alla fine dell’ottocento.

Sempre a proposito del Corrierino ricordo che c’erano delle storie che oggi sarebbero di certo censurate per il loro spuderato razzismo, politically incorrect. I personaggi africani non mostravano grande acume e finivano sempre per esser coglionati. Alcuni portavano l’anello al naso. Forse oggi questo sarebbe stato consideraro segno delle nuove mode, in quei tempi era solo segno di barbarismo. Mi sembra che fossero queste storie che finivano sempre con la famosa battuta:

“Alla prima che mi fai,

ti licenzio e te ne vai.”

Credo che i primi veri fumetti, non con il testo scritto in rima sotto la vignetta, li vidi a casa dei miei cugini Ciuchi. Loro erano grandi, loro sapevano leggere ed io no.  Io potevo solo guardare i disegni, non ero capace di sapere cosa dicevano in quelle nuvolette, ma la mia immaginazione m’aiutava a scrivere la storia nella mia mente. Se riuscivo a procurarmi uno di questi giornalini  cominciavo una lagna continua, andavo in giro per la casa cercando qualcuno che mi lo leggesse.

E quello che mi piaceva di più era Gordon Flash.

Quando venni a vivere in America ci varie furono sorprese. Una, ed i fumetti non c’entrano niente, fu quella di scoprire che Stanlio ed Ollio in realtá parlavano in inglese, mi mancò la voce d’Alberto Sordi. Scoprii anche che Gordon Flash era Flash Gordon.

 
 
 
 
 

la bellissima Dale e Gordon

Gordon divenne per me il grande eroe e forse fu proprio per conoscere le sue fantastiche avventure che mi diedi tanto da fare per imparare a leggere, non potevo piú aspettare di trovar qualcuno che mi aiutasse. E subito mi innamorai di Dale, lei era bellissima. Il supercattivone Ming di certo alla fine sarebbe stato sconfitto e castigato, non avevo dubbi. Ma c’era un problema, i giornalini di Gordon eran piú grandi della media, erano a colori ed erano i più cari. Non mi era facile convincere i genitori a comprarmene uno.

Al Borgo c’erano tre edicole, l’ho giá arcontato in un’altra storia. In piazza c’era ‘l Bigi, detto anche Bigiarino, poi davanti alla macelleria della Maria c’era ‘l Boncompagni con la Sora Cecca ed il Sor Italo e a Porta Fiorentina il Nicastro. Noi s’andava dalla sora Cecca e credo solo perchè era la più vicina a casa nostra. Lei era sempre gentile e paziente con noi citti, e se si cercava di sbirciare fra le pagine dei fumetti che non ci potevamo permettere di comprare, faceva finta di non vedere.

Il babbo prendeva La Nazione tutti giorni, poi c’erano i settimanali: L’Europeo, la Domenica del Corriere e la Settimana Enigmistica. La mamma leggeva Intimitá. Per questo il babbo la prendeva in giro dicendo che quello era un giornale per le serve, e lei si difendeva rispendondo che quello delle serve era Grand Hotel, dove c’era anche l’oroscopo. Poi cominciava lei a prenderlo in giro perché lui faceva le parole incrociate. Il battibecco continuava, ma scherzavano, non c’era ostilitá.

Ai quei tempi, almeno a casa mia, non si leggeva l’oroscopo, pensavano che fosse solo supestizione e stupiditá. Don Ferrante, quello dei Promessi Sposi, che muore di peste incolpando la congiuntura delle costelazioni, mi fu poi indicato come esempio di tanta stoltezza. Io avevo solo una vaga idea dei segni zodiacali,. Non ho scoperto che ero un “pesce” fino a quando sono andato all’universitá. Questa mia ignoranza mi trovò impreparato a risolvere una situazione, con importanti conseguenze di carettere sessuale, ma questa è un altra storia e non so manco se ve l’arconto. Vedremo.

La Sora Cecca appendeva i giornali e giornalini nuovi fuori della porta. Li attaccava ad un filo con le mollettine, come fossero panni ad asciugare; poi a cascata ne attaccava altri, uno sopra l’altro. Tutte quelle immagini, quei colori, erano la promessa d’avventure senza fine.

Quando il babbo andava a trovare il suo amico Corradino, che aveva il negozio di ferramenta li accanto, io mi fermavo sempre per controllare cosa c’era di nuovo: Topolino, Madrake, Tom Mix, Gim Toro, Tarzan. Questi sono i primi nomi che mi ricordo ma di certo ce n’erano altri. Sapevo che il babbo me ne avrebbe comprato qualcuno, ma non di certo tutti, come avrei voluto io.

Poi scoprii Tarzan e lui divenne il mio preferito, almeno per un certo periodo. Conoscevo Tarzan anche dai film, ed ogni volta che ne arrivava uno cominciava un’altra lagna perché volevo andarlo a vedere. Alla mamma non piaceva, cosi toccava al babbo di farmi da scorta. Poi quando avevo circa 10 anni ci potevo andare anche da solo, o meglio con qualco amico, se c’era uno spettacolo nel pomeriggio.

 
 
 
 
 

La mia collezioen di Tarzan tascabili, 1950

 

 

Tarzan era forte e viveva nella jungla e batteva sempre tutti i supercattivoni. Era il mio eroe supermuscoloso, un giorno sarei stao come lui, illusioni di gioventù. Ho portato la mia piccola collezione di tascabili in America.

Il maestro Botta era un gran maestro. Lui capiva i bambini. Fu proprio lui, e lo sentii con i miei propri orecchi, che disse al babbo che era meglio leggere i fumetti piuttosto che non leggere niente. Di certo il babbo, che ancora sperava che io leggessi “I Miserabili” o “Guerra e Pace” quando avevo 10 anni, s’era lamentato con lui per le mie letture. Ancora Arduino Brizzi non ci aveva salvato portando rispetto e credibilitá a tutta questa cultura popolare.

Fra noi ragazzi c’era una gran traffico di scambi e grandi litigate quando un giornalino spariva.

“Con te ‘n faccio piú a cambio!” E questa era una promessa, non una minaccia. Un giorno comparve alla mia porta ‘na citta che mi piaceva tanto. Aveva saputo della mia collezione di Topolino, ed io che non l’avrei data a nessuno non seppi dirle di no. Non li rividi piú.

Comparivano poi altri fumetti, di propaganda politica, ma questo avveniva solo in clima elettorale. Per le elezione politiche del giugno 1953 mi capitò fra le mani un gran fumetto di “1984” di Orwell. Lo lessi con grand’interesse. Non credo che lo scrittore, imparando poi a conoscerlo meglio, sarebbe stato molto soddisfatto di questa interpretazione democristiana del suo lavoro.

Poi cominciai a legger libri, ero diventato grande ed i fumetti erano per i citti picini. Cominciai con i libri dei ragazzi della Salani per poi passare a Verne e Salgari. Nel giro di cinque o sei anni passai ai cosidetti classici. Cominciai con Edgar Allan Poe, Cecov e Maupassant e lessi di tutto, avidamente e feci contento anche il babbo con Hugo e Tolstoi.

 Agli inizi degli anni sessanta ed io ero giá  all’universitá, usci un nuovo tipo di fumetti, quelli per adulti e credo che Diabolik fu il capostipide di tutta una serie d’eroi, o meglio di antieroi. Diabolik era un cattivo che alla fine non veniva mai punito, e di certo non poteva esser portato come un esempio. Questo era al di fuori della norma: penso che  sarebbe potuto essere un personaggio creato dal Marquis De Sade. Divenne popolarissimo, credo che si ancora pubblicato.  Anche il formato era differente, come un libro tascabile.

In quello stesso periodo uscì un romanzo francese “Angelica, la Marchesa degli Angeli” ed ebbe un gran successo. La scrittrice cominciò a sfornare  tutta una serie di romanzi,  con l’avventure moderatamnete erotiche di questa bellissima eroina del XVII secolo, ma per quei tempi era tanto.  Angelica con le sue grazie seduceva tutti, re, pirati, briganti, sultani e perfino il marito. Non potevano non farne un film e Michelle Marcier divenne Angelica sullo schermo e fummo tutti perdutamente innamorati di lei. Corremmo a vederla e a sognarla. Anche i film si moltiplicarono, e si perse il conto degli amanti, so solo che io non ero nella lista.

 
 
 
 
 

Isabella, la Duchessa dei Diavoli

 

A qualcuno venne una brillantissima idea ed inventò Isabella, Duchessa dei Diavoli, un altro fumetto per adulti. Isabella era bellissima, indomabile ed assomigliava tanto ad Angelica. Sapeva usar con destrezza non solo la spada: aveva a sua disposizione altre armi e non erano segrete, infatti le metteva sempre in bella mostra. Riusciva sempre a superare le piú difficili ed incredibili situazioni, per vincere e finire nuda fra le braccia d’un nuovo amante; e noi lettori speravamo sempre di incontrarne una come lei.

Ma dopo tutto non mi posso lamentare. Avevo a quei tempi una ragazza anche lei avida lettrice di Isabella. Avevo scoperto che era una buon’idea lasciare un fumetto sul tavolo quando mi veniva a trovare. Appena lei lo vedeva doveva leggerlo tutto, ed io ero paziente. Avevo scoperto che la mia attesa sarebbe stata ben ricompensata, Isabella era sempre un’ottima modella da imitare. Chissá cosa sarebbe successo se avessimo avuto i libri di Milo Manara?   

Infine arrivarono i comics, e questi erano per i grandi. Il mensile Linus, che il mio amico Paolo comprava regolarmente, ne fu il promotore ed anche in Italia si conobbero le avventure di Charlie Brown, dei suoi amici e dell’immancabile Snoopy  C’era una certa snobberia, ci volevamo illudere che quelli erano fumetti per gli intelletuali. Mi  piaceva il preistorico B.C. , ma gli osceni disegni del francese Wolinski erano i primi che andavo a cercare. Seguivo anche con grande intersse le avventure di Valentina. Credo che quando Crepax decise di disegnare le gambe di Valentina alla radio suonavano la canzone “Senza fine.”

Nel ’68 andai in Inghilterra e poi in America e questo é tutto ‘n’altro discorso, ma forse ‘n merita manco fallo.

 

 Per finire voglio ricordare a tutti il caro amico Arduino Brizzi che con la sua lungimirante e paziente ricerca riuscì a raccogliere un’incredibile collezione di fumetti, salvando dall’oblio un’importante parte della cultura popolare.

 

6 dicembre 2009, Marblehead, MA USA                         

                                                              

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

62 M’arcordo… quando giocavano a canasta.

dicembre 1, 2009 di biturgus

Io non ho mai giocato a canasta e per onor del vero a carte io ci ho giocato pochino. La canasta era un gioco distante e misterioso, quasi mitico. Per me era e forse lo é ancora il gioco delle signore ricche, delle mogli di professionisti e di quelle aristocratiche, insomma di quelle che andavano alla messa di mezzogiorno ‘n domo. La mi’ mamma me portava a quella delle nove, ‘l babbo ‘n ci veniva.

Ma come tutte le storie sará meglio ’ncominciare da capo, o almeno quello che per me é l’inizio. Per semplificare oserei dire, prendendo una posizione marxista, che si poteva fara una precisa distizione di classe dal tipo di carte usate, dal tipo di gioco e sopratutto da dove si giocava.

Da picino a casa mia, in uno dei cassetti della vetrina in salotto, c’erano due mazzi di carte. Uno era vecchio ed untuoso del sudore di tutte quelle mani dei giocatori di chissá quante partite a scopa, a briscola e a tre sette o solitari, me n’arcordo l’odore. L’altro era bello, quasi nuovo e nessun l’usava mai.

Carte Toscane

Il primo era di quaranta carte e c’erano fanti, regine e re ed assi. Cuori, quadri, fiori e picche eranono i simboli. Poi ho saputo che erano chiamate “fiorentine” o “toscane”. C’erano delle carte che avevano un nome specifico come l’Omo Nero (il fante di picche) e la Matta (la regina di cuori). Poi non so se questi nomi fossero inventati in casa mia o se tutti li conoscevano. Imparai presto ad usarle anche per fare dei gran castelli di carte.

L’altro mazzo aveva gli stessi simboli ma il disegno era, diciamo piú moderno, piú squadrato, quello che mi sembrava strano era che se giravi una carta l’immagine rimaneva la stessa. Il re rigirato era la metá speculare dell’altra parte. Strano, mi sembrava molto strano. Ma chi l’avrá avuta quest’idea? Poi c’era anche il Jolly, e questo mi piaceva.

Qualcuno mi disse che quelle erano carte da poker, ma in casa nessuno giocava a poker. La parola poker mi piaceva, perché c’era una “k” che non c’era neanche nell’alfabeto. Ecco un’altra stranezza, ma perché se non c’era tutti sapevano come si dicesse? Quando siamo cittini facciamo tante domande, e tutte le risposte che i grandi ci danno son giuste, loro sanno tutto.

Non m’arcordo chi mi insegnò a giocare, forse fu la mi’ nonna Santina, e con i miei amici Piero e Gian Luigi, che abitavano al piano inferiore mi cimentavo a Rubamazzo ed altri giochi per citti picini. La nonna mi insegnò anche un paio di solitari.

Il babbo faceva una partita quasi tutti i giorni. Puntuale dopo pranzo arrivava lo Zazzi, un suo amico e con lui, al tavolo di cucina bevemndo un caffè, si cimentava in grandi partite a scopa, il tutto accompagnato da battute e controbattute, e qualche volta parolaccie, si prendevano continuamente in giro. Nessuno ammetteva mai e poi mai d’aver fatto un errore, quando uno perdeva era solo colpa della scalogna.

Ogni due settimane, di lunedi, Vinicio il barbiere compariva a casa verso le due con tutti i suoi attrezzi involtati in un giornale.  Quello sarebbe doveto essere il suo giono di riposo, ma lui lavorava lo stesso, veniva a farci i capelli, prima al babbo e poi a me.  E per me era un tormento: seduto nella sedia in cucina, avviluppato dall’asciugamano, e Vinicio che ci metteva tantissimo tempo a farmi i capelli, perché fra una sforbiciata e l’altra si fermava e seguiva la partita. Andava dietro a mio padre e poi dietro allo Zazzi, lui sapeva che carte avevano, ed aspettava la mossa di uno dopo l’altra. Ci furono delle proteste da parte mie, non ebbi successo, infatti  non furono ascoltate. Non sono entrato in una barbieria sino a quando sono andato all’universitá e per risparmiare mi son fatto screscere i capelli, finalmente.

Ma la gente o meglio l’omini giocavano fori casa, e qui si poteva fare quella distinzione di classe sociale di cui ho detto all’inizio.

Ancora c’erano le bettole, dove i piú poveri andavano a bere ed a giocare a carte. Le ultime che mi ricordo eran verso Porta Romana, una era gestita da un nostro lontano parente, che faceva un’ottima trippa e centopelli. Le carte erano come quelle che avevamo in casa ed i giochi erano gli stessi: scopa, con la variante dello scopone scientifico, briscola, tre sette e centocinquantuno. Di sicuro ce n’erano altri, ma non m’arcordo. Quasi sempre intorno ai giocatori si formava un crocchio di spettatori, ed ognuno faceva i suoi commenti, e non mancavano i suggerimenti. I giocatori si sbizzarrivano in un infinita gamma di moccoli ed imprecazioni. Ognuno si considerava il piú bravo e se perdeva era solo la sfortuna.

“Oggi m’è andeta mele, manco ‘na mano buona!” e giú ‘n’altra fila di bestemmie.

 Il prossimo scalino sociale era riservato a quelli che andavano a giocare al caffé. I giochi erano gli stessi, cambiava solo l’ambiente e la posta: nelle bettole si scommetteva un bicchiere o al massimo ‘n quartino di vino e nell’altro un caffé o un cognacchino. ‘l mi’ babbo faceva la partita al caffé de Bruno pasticcere, per la Via Maestra. Qualche caffé aveva una stanza nel dietro e qualche volta si cambiavano carte e si giocava anche a poker, a ramino e scala quaranta e si giocava a soldi, soldi veri.

M’acordo d’aver sentito dire di epiche partite a scopa dove era stato messo in posta un podere o addirittura una villa.

C’era inoltre una stagionalitá dei giochi. D’inverno, in un’era quando non c’era ancora la televisione, s’andava a veglia e di questo rituale ne ho giá parlato in un altro “M’Arcordo…” ed in quell’occasione c’erano i giochi di famiglia, la tombola, il mercante in fiera, eccetere. Poi c’erano delle veglie speciali, di soli omini. Ricordo che intorno al tavolo di cucina, allora si stava in Via della Firenzuola, il babbo ardunava i suoi compagni di caccia per epiche partite a “Bestia” e giocavano soldi. La mamma rimaneva per un po’ a far le castagnole e servir fiaschi di vino. Quello che mi rimane ancora impresso nella memoria era un amico del babbo che aveva un braccio solo, e riusciva a giocare lo stesso, con una sola mano. Non m’arcordo come facesse e calare le carte in tavola. Poi noi s’andava a letto e loro rimanevano a giocare fino a tardissimo.

C’era un altro scalino sociale: il Circolo delle Stanze, gli Sbalzati non erano ancora artornati. Alle Stanze, anche se io c’ero stato solo per ballare a carnevale, sapevo che si giacava con quell’altro tipo di carte, quelle da poker e si giocavano vari giochi d’azzardo e spesso la posta era alta, molto alta. Il posto era riservato ai soci e per diventare socio, uno dovevi esser accettato, e solo diciamo una certa elite del paese aveva accesso. Alcuni di quelli che andavano alle Stanze, dato che queste aprivano solo alla sera, nel pomeriggio, se gli scappava una partitina, andavano al caffè.

’l mi’ babbo alle Stanze non ci andava, o meglio, non c’andava piú.

Ancora non sapevo quello che era successo, e poi non credo d’aver mai saputo tutta la veritá. Quello che ho scoperto é stato a pezzetini, e solo quando ero grande.

’l mi’ babbo era stato ‘n gran giocatore, ‘l mi’ babbo da giovane aveva perso ’n sacco de soldi. I figli son sempre gli ultimi a sapere, son protetti dalle malefatte dei genitori. Per esempio: quand’ero picino ‘l babbo d’un mio amico andò a lavorare in Spagna per alcuni mesi, ma ora penso che in veritá andò in prigione, in Italia.

Una volta, quando ero grande, ’l babbo mi disse che una notte perse tutto lo stipendio d’un mese. Scoprì poi che quello che gli stava davanti poteva vedere le sue carte riflesse negli occhiali. Dopo questa disavventura aveva giurato che non ci sarebbe mai piú ritornato, e mantenne la promessa.

Il cronometro dell'ungherese

’l babbo aveva un bel cronometro d’oro. Una volta lo portò dal Gonnelli per farlo aggiustare. Alcuni giorni dopo ritornò a casa imprecando:

“Quel farabutto, quello stronzo dell’ungherese m’ha fregato! Il cronometro é falso, ‘l Gonnelli m’ha detto che non é d’oro, é solo placcato.”

Ma chi era l’ungherese? Io non ne avevo mai visto uno. Il babbo ci raccontò, neanche la mamma sapeva questa storia, che una sera, molti anni prima della guerra, alle Stanze c’era un ungherese di passaggio, un avventuriero. Giocarono a poker e quando l’avversario non aveva altro da scommettere mise in posta l’orologio d’oro, e questa volta ’l babbo vinse, solo per scoprire vent’anni dopo che l’aveva fregato.

Avevo forse 8 o 9 anni ed un giorno caldo d’estate ci fermammo a prendere una rinfrescante gazzosa al bar di San Giustino. Mentre gustavo con gran piacere la frizzante bevanda succhiandola con la cannuccia, mi avvicinai ad un tavolo dove degli uomini giocavano a scopa. Grandissima sorpresa: le carte erano differenti, stranissime. Fu quella la prima volta che vidi le carte con i bastoni, le spade, le coppe ed i denari. A meno di cinque chilometri dal Borgo, nello Stato de Sotto, non solo il dialetto è differente ma giocano agli stessi giochi, ma con carte diverse.

Alcuni le chiamano piacentine, altri romane o napoletane; poi col tempo e col viaggiare ne ho visto una gran gamma con variazioni sul disegno ma sempre con gli stessi simboli. 

Quando avevo dieci anni durante una campagna elettorale (penso fossero le elezioni comunali del ‘51) c’era in giro un mazzo di carte politiche con disegni satirici, penso di Jacovitti. Don Virgilio me lo regalò, quindi assumo fosse democristiano. Nenni sulla carta a sinistra e Stalin su quella di destra sono facilmente riconoscibili.

Le carte di Jacovitti con Nenni e Stalin.

Infine c’erano i giochi delle signore, di quelle che spesso portavano il cappello. Erano giochi di cui si sentiva dire come fossero un eco lontano. Sentivo i commenti o meglio i pettegolezzi di mia madre assieme alle sue amiche che parlavano di certe signore che si incontravano di pomeriggio nelle case di una o di un’altra e giocavano a canasta. Bevevano tè e giocavano soldi. In questi commenti penso ci fosse un senso di critica o forse era solo invidia.

E per finire parliamo del ’68. Fu un anno che cominciò con i fuochi d’artificio a casa d’Azelio, de lá d’Anghiari e finì a Londra.

A parte l’occupazione della facoltá, il viaggio a Parigi per unirmi ai rivuluzionari che non c’erano piú, so’ arrivato tardi, ed il mio trasferimento a Londra, ci fu il mio ingresso nell’alta societá della vecchia aristocrazia fiorentina. Poi cappii che il mio non fu un vero ingresso, feci solo capolino dalla porta e questo fu seguito da una rapida sortita.

Nel giugno del ’68 avevo giá da tempo dato tutti gli esami, ma ero ancora in giro a Firenze: dovevo scrivere la tesi e ci mettevo tempo, non volevo laurearmi. Pensavo solo d’andare a Parigi, ma rimandavo.

In facoltá avevo conosciuto una ragazza tanto carina, capelli biondi, lunghi, dritti, che mi ricordava Françoise Hardy ed aveva una sorella altrettanto carina. Non ricordo la ragione ma una volta mi invitò a casa sua. Quando vidi dove abitava, una villa proprio sotto Piazzale Michelangelo con tutta Firenze davanti, capii che la sua famiglia stava proprio bene. Peccato che fosse cosi carina, di sicuro inraggiungibile, poi dopo tutto cosa cercavo, io c’avevo V. anche se non completamente, lei era fidanzata con un altro… e poi volevo andare a Parigi!

Un giorno l’incontrai nel corridoio di facoltá e lei mi diede una busta con il mio nome scritto in bella calligrafia:

“É un invito, ci terrei tanto che tu ci venissi!” come potevo resistere a quegli occhi, a quel sorriso? Certo che ci sarei andato, ma ancora non sapevo dove e di che cosa si trattasse.

“Ci sará una canasta di beneficenza dalla contessa Serristori. Sai, io e mia sorella siamo andati alla scuole delle (non ricordo il nome, un collegio religioso femminile fiorentino) e c’é andata anche la mamma. Ogni anno la contessa organizza questa gran festa per le vecchie studentesse per raccoglier fondi ed aiutare la scuola. É una tradizione.”

“Oh grazie, ma io non gioco a canasta.” Risposi capendo le mie limitazioni sociali.

“Oh no, non ti preuccupare, mentre le signore giocono nel salone, noi andremo in giardino a ballare.” Come potevo resistere a quel sorriso? E accettai l’invito.

Venne il famoso pomeriggio e puntualissimo mi presentai al Palazzo Serristori, lungo l’omonimo lungarno. Un vecchio maggiordomo mi diede un formale benvenuto. Salendo la gran scala incontrai la mia amica che mi accolse con un gran sorriso.

“Oh sei venuto, son cosi contenta!”

Mi prese sotto braccio e mi portò in giro per la gran casa con la sicurazza d’una che la conosceva bene. Mi presentò la vecchia contessa e vedendo altri che le facevano il baciamano lo feci anch’io. Infine arrivamo nel gran salone della canasta. C’erano disposti tanti tavoli da gioco, ed intorno ad ognuno c’erano quattro signore, tutte elegantissime; avevano giá cominciato a giocare.

Il mio sguardo si incontrò, si scontrò con quello d’una signora, una signora del Borgo che conoscevo. Le sorrisi e dopo la sua ovvia sorpresa mi sorrise, ma sentii ch’era solo di convenienza.  Mi sono avvicinato per salutarla.

“E com’é che tu sei qui?” mi disse, e dal tono era chiaro che non le interessava la mia risposta. Sorrise ancora, freddina anche verso la mia amica che ancora mi teneva sotto braccio, come per dirle che non aveva fatto una buona scelta nell’invitarmi. Mi sentii amareggiato. Forse non era stata una buona idea andare alla canasta della contessa.

Non m’arcordo molto del resto di quel pameriggio, eccetto la visita alla biblioteca a agli appartamenti al piano terra, quelli dove aveva vissuto e credo che ci morì Giuseppe Bonaparte in esilio, il fratello di Napoleone. Tutto era ancora come il giorno dopo l’alluvione, solo che il fango s’era rinsecchito.

Con la ragazza di buona famiglia non successe nulla dopo quel pomeriggio, anche perché dopo pochi giorni cominciarono le vacanze. Io non le telefonai e lei non mi telefonò ed ora non m’arcordo neanche il nome, solo che era tanto bellina.

Però m’arcordo il nome della signora del Borgo.

Ci fu da parte mia una specie di vendetta, dopo quasi trent’anni, quando lavoravo e vivevo ancora a New York, ma questa é un’altra storia e poi non credo sia giusto raccontarla.

 

E per finire vi devo fare una domanda:

con che carte giocano nella repubblica di Cospaia?

 

1 dicembre 2009, Marblehead.

 

61 Non m’arcordo… quando ‘l mi babbo faciva la calza.

novembre 16, 2009 di biturgus

 Io de quando ’l mi’ babbo faciva le calza ’n m’arcordo, ma m’arcordo de quando me l’arcotava, e ‘sta storia me l’ha detta tante de quelle volte che me sembra d’avello visto.

Dovete immaginare questa scena, magari al giardino Piero della Francesca: mio padre, un uomo corpulento sempre con il vestito, camicia bianca, cravatta e cappello si avvicinava ad una donna seduta su una panchina mentre questa sferruzzava facendo una maglia.

“Mi scusi, ma che sta facendo? Oh si, lo vedo. Fa una maglia, ma che punto adopra? Al dritto? Al rovescio?”

 Lei era sempre sorpresa, quasi sempre rimaneva senza parole. Poi lui continuava facendo altre domande, sempre molto tecniche e precise, magari voleva sapere il numero dei ferri che adoprava. Il tutto indicava che di far la maglia lui se ne intendeva. E di norma concludeva dicendo:

“A dir la veritá io le maglie non l’ho mai fatte, ma di calze ne ho fatte dimolte. E per far ‘na calza s’adoperano quattro ferri e ’n’é facile ’mparere.” E con questo salutava e s’allontava, lasciando la donna sorpresissima, chissá cosa avrebbe detto a casa quella sera.

Ma prima d’arcontare dove e come l’avesse imparato, facciamo un passo indietro.

’l mi’ babbo nacque nel 1904 a San Leo d’Anghiari in una casa vicina al crocevia, dove c’é la bottega. ’l su’ babbo, ’l mi’ nonno Barbino, faceva ’l fattore a Gricignano e la nonna Vittoria stava a casa, avevano giá un cittino, lo zio Angiolo, nato tre anni prima. La mamma e la sorella del nonno abitavano con loro.

Forse il nonno non era ancora il fattore, ma solo il vice-fattore, ma non so se tale parola esisteva. In ogni modo faceva anche il sensale e si faceva tutte le fiere della valle.

Braganti 1908

I Braganti a San Leo d'Anghiari, 1909

Le cose dovevano andar bene.  Aveva comprato la bicicletta, portava il cappello di feltro e non il berretto e quando il fotografo ambulante passò per San Leo,  il nonno si mise la camicia col solino inamidato. Penso che questa foto sia del 1909,  ‘l mi’ babbo é quello col grembiulino bianco, vestito come ‘na bambina.

 

Il nonno lavorava a Gricignano, questa fattoria era ancora proprietá dei Collacchioni, quelli che ‘na volta, come se diceva a casa mia, non solo erano padroni di mezza valle ma anche di mezza Maremma, incluso Capalbio, poi si aggiungeva:

“Ma finirono le fave ai locchi!”

“E quante ce n’avevano?” domandava un altro.

“Dodici dozzine di sacchi” e a me questo pareva un gran numero.

Il grande evento della nascita del babbo fu seguito da uno ancora più memorabile. Qualcuno, forse uno dei Collacchioni, regalò ai nonni una carrozzina nera, elegante, dalle grandi ruote e con il mantice, una di quelle che le balie spingevano andando a spasso con i figli dei ricchi alle Cascine.  A San Leo nel 1904 non s’era mai vista ‘na cosa così, i cittini si portavano ‘n collo. Di sicuro la giunonica nonna Vittoria, dalle pretese aristocratiche, sfoggiava quest’aggeggio con fierezza. Tutti si fermavano, e non per vedere il bambino ma per ammirare la carrozzina.

’l babbo quand’era picino sognava sempre ch’ ‘l su’ babbo lo portasse a fare ‘n giro  in bicicletta, ma questo rimandave sempre, promettendo che l’avrebbe fatto, quando faceva il giro dei vari poderi. Finalmente un giorno mantenne la promessa e cosi partì tutto contento, seduto sulla canna della bicicletta. La sera al ritorno la nonna Vittoria vide che il figlio era radiante, era felice.

“Allora ti sei divertito! Ti è piaciuto?”

“Mamma é stato bellissimo e ho riso tanto quando il babbo toccava ‘l culo alle contadine!”

In famiglia non è mai stato tramandato quello che successe dopo, a parte il fatto che quello fu il primo e l’ultimo giro che fece in bicicletta col su’ babbo.

’l mi’ babbo fece l’elementari a San Leo, e per farle ci mise tanto: 8 anni. Ripeté la prima, la seconda, la terza e la quarta; la quinta non la fece e non so come fece ad andare direttamente alle Scuole Tecniche. Ma la storia che era stato un ripetente recidivo lui non me l’aveva mai detto, certo temeva d’essere un cattivo esempio. Lo scoprii solo quando ero giá liceo e solo perché lo zio Angiolo me lo disse, ed a sua difesa aggiunse che era innamorato della maestra e non la voleva lasciare. Il babbo non fu contento che mi fosse stato svelato questo segreto di famiglia.

Quando venne il tempo d’andare alla nuova scuola, penso fosse il 1916, la famiglia si trasferì al Borgo, in fondo al Piazzone, alla Fonte Secca all’inizio dia Via del Petreto.

Nella nuova scuola la situazione cambiò per il meglio. Il babbo capì che si doveva studiare e con gran sorpresa e soddisfazione di tutti d’improvviso divenne bravo.

L’Italia era giá entrata in guerra da piú di un anno e anche se il fronte era lontano dominava la vita di tutti. Quasi ogni famiglia aveva qualcuno che era in trincea. Il nonno si sentiva sicuro, lui era vecchio, aveva piú di quarant’anni ed era certo che non sarebbe stato richiamato. Domenico, un cugino del babbo, era giá morto. Tant’anni fa trovai la sua tompa nella grande scalinata del Sacrario di Redipuglia. Di lui esiste una triste foto ricordo, fatta ad Anghiari, con la madre, proprio prima di  partire per il fronte.

Tutta la nazione doveva contribuire in questo sforzo bellico, anche i piú giovani devano fare la loro parte.

E fu così che ‘l babbo a 13 anni imparò a far la calza. Ogni giorno, nel primo pomeriggio, dopo che le lezioni erano finite, gli studenti rimanevano in classe per alcune ore, e con quattro ferri ed un gomitolo di lana facevano le calze per i soldati al fronte. All’inizio ci fu un po’ di resistenza da parte dei maschi perché questo era un lavoro umiliante, era un lavoro da donna. Ma poi non fu difficile convincerli che quei poverini seppelliti nel freddo delle trincee fangose, avevano bisogno proprio di quelle calze calde di lana che loro facevano. Il soldato con i piedi caldi combatte meglio: questo era il loro contributo che ci avrebbe portato alla vittoria.

C’era anche un altro lavoro: fare le torcie riscaldagavetta. Il babbo preferiva questo lavora, era piú da uomo. Arrotolavano strette strette delle pagine di giornale inzuppate di paraffina fino a farne un cilindro duro di circa cinque centimetri di diametro, ma non so quanto fossero lunghe. Queste accese bruciavano lentamente, c’era un anello di metallo scorrevole che serviva a controllare la fiamma, e le usavano per riscaldare i pasti nelle gavette, ed anche le mani.

Non ricordo cosa facessero d’estate, durante le vacanze, ma forse non me lo disse mai.

Poi venne Caporetto, la battaglia avvenne nei primi giorni di novembre del 1917, e la situazione precipitò. Il fronte si era rotto e le nostre truppe in fuga si ritirarono fino al Piave. C’era bisogno di piú soldati, di truppe fresche ed un giorno il nonno ed il suo amico, ‘l Beni, vicino di casa, tornarono con la ferale notizia: avevano chiamato le loro classi: il’74, il ’75 ed anche ‘l ’99 (quella dei famosi ragazzi del ’99, avevano 18 anni, Dario Alberti fu uno di loro).  Fu allora che la canzone “Il Piave Mormorò” divenne popolarissima e “non passa lo straniero!” una parola d’ordine.

Il nonno ed il Beni presero l’Appennino, il famoso trenino da operatta, come lo chiamerá Aldous Huxley pochi anni dopo, e si presentarono al distretto militare d’Arezzo.

Domenica small

La zia Domenica con il figlio morto in guerra.

Domenica, la sorella del nonno abitava ad Arezzo. Suo marito, non era il babbo del figlio giá morto in guerra, era un focoso anarchico che lavorava al Fabbricone.  La zia, con un altro gruppo di donne che avevano perso mariti e figli, fecero una dimostrazione pacifista davanti alla caserma e calpestarono il cappello che avevano tolto ad un ufficiale che cercava di allontanarle. Fu arrestata e finì in prigione, non so per quanto, per attivitá sovversiva e disfattista.

Il nonno, messo in cavalleria, fu mandato prima alla Fortezza da Basso a Firenze e poi considerando l’etá e il fatto che di certe cose di campagna se ne intendava fu mandato ad lavorare in un magazzino della stazione di Camucia, sotto Cortona, dove raccoglieva paglia e fieno da mandare al fronte. C’era bisogno di tanta paglia, i soldati dormivano nel pagliericcio.

Quando la scuola finì, era l’estate del ’18, si trasferì con sua madre a Camucia per alcuni mesi. Il babbo aveva 14 anni e per la prima volta vide i treni veri, grandi e lunghi, che sputavano grandi colonne di fumo. Non aveva amici e non so perché, suo fratello non c’era. Passava il tempo leggendo e sopratutto seduto su un muretto vicino al magazzino del su’ babbo a guardare i treni che passavano. Le tradotte che andavano verso nord erano piene di giovani reclute che cantavano e se rallentavano lo salutavano. Quelle che andavano verso sud erano silenziose, aveveno spesso tutti le tendine giú, erano treni ospedele. Al babbo piaceva raccontare, ed ogni volta si commoveva, che un giorno ne vide passare uno di quelli che andava verso nord, e sembrava che tutti, proprio tutti cantassero all’unisono: “ ’o surdato ‘nnammurato”. Poi aggiungieva con gran tristezza:

“… e quanti di quelli saranno morti dopo nel giro di poche settimane e mesi?”

Fra le tante storie che ho sentito questa per me é una delle piú care e ancora mi commuove. Quell’esperienza del babbo é diventata mia, forse me l’ha trasmessa geneticamente ed io l’ho passata a Tanya (é una delle sue canzoni preferite) La sua memoria é diventata mia. C’ero anch’io seduto con lui su quel muretto a Camucia, quel giorno d’estate del ’18. Io li ho sentiti cantare quei soldati.

Poi per il nonno venne un ulteriore trasferimento, incredibile ma vero: fu mandato al Borgo. Fini la guerra lavarondo, sempre raccogliendo paglia e fieno, in un magazzino della Buitoni requisito per questo scopo. La sera tornava a casa alla Fonte Secca in bicicletta, con i polpacci stretti dalle fascie e con il suo ’91 lungo a tracolla. Aveva piantato un chiodo sul muro a capo del letto per appenderci il fucile.   

Un giorno di novembre del ‘18, era il 4, ci fu un grande scampanio: la guerra era finita, tutti si abbracciavano, erano felici, un incubo era finito, forse speravano che non ne sarebbero venuti altri. Ancora non s’era capito che anche quelli che avevano vinto erano anche loro dal lato dei perdenti

Quella fu la Grande Guerra: ‘ l cugino Domenico morì, la su’ mamma ando’ ‘n prigione, ‘l mi’ babbo imparò a far la calza, ed ‘l nonno Barbino raccolse paglia e fieno ed allora non era un piatto di tagliatelle.

 

 

‘O surdato ‘nnamurato

Anna Magnani nel film “La Sciantosa”

http://www.youtube.com/watch?v=PV6qf0MaUC8

 

16 novembre 2009, Marblehead, MA USA   

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)