65 M’Arcordo…quando ho scoperto l’America.

Gennaio 4, 2010 di biturgus

Il 15 dicembre del 1969 era un lunedi e fu l’inizio d’una settimana memorabile, almeno per me. L’attentato alla banca in Piazza Fontana a Milano era avvenuto pochi giorni prima e non ha niente a che fare con la mia storia, solo per inquadrare il periodo.

Proprio quel giorno mi laureai, finalmente! Quella mattina divenni dottore in Scienze Politiche e Sociale, al Cesare Alfieri, in via Laura a Firenze, dopo aver anche fatto due anni di Farmacia. Il tutto avvenne diciamo sotto voce, e l’accaduto non fu pubblicizzato e l’unica a dimostrare un certo entusiasmo fu mia madre. Ma anche questo durò poco, infatti il giorno seguente partii per Londra, e lei era triste. Figlio unico di madre vedova, non c’è bisogno di aggiungere altro. Niente cena di laurea, dopo otto anni d’universitá non c’era molto da celebrare. Partii in treno, non mi potevo permettere l’aereo. Il sabato 20 ero prenotato in un volo per New York per poi continuare per Boston, quarant’anni oggi. Avrei viaggiato con Nancy ed avrei incontrato la sua famiglia. Diciamo che era un viaggio esplorativo, per saggiare il terreno. Non solo non avevamo ancora deciso di sposarsi, ma io ancora non sapevo cosa avrei voluto fare da grande.

Nancy era americana, prefessoressa di francese, ed era stata la mia studentessa di italiano alla scuola dove insegnavo a Londra, ed a quel tempo non ci fu niente fra di noi. Avevo mantenuto, quasi sempre, la politica di non uscire con le mie studentesse e pensare che ce n’erano tante. Nell’estate del 1969 ritornai al Borgo con l’intenzione di rimanere e di finire la tesi su cui lavoravo da tempo. Lei aveva deciso di continuare a studiare l’italiano andando a Firenze. Le avevo dato dei suggerimenti ed anche il mio numero di telefono. Mi telefonò ed un giorno che andavo a Firenze con mia madre andammo a pranzo assieme. La mi’ mamma la invitò a venire al Borgo per un week-end, le avrebbe fatto i ravioli. Lei venne ed il week-end durò un mese. Tornò a Londra ai primi di settembre ed io la raggiunsi dopo due settimane, rimasi solo per un mese per poi tornare a Firenze per finire e dare la tesi: era l’ora.

Pan American Clipper B707

Ritorniamo a quel sabato mattina, umido e buio. Con un taxi andammo dalle parti di Victoria Station, dove c’era il terminal della Pan American. A quei tempi si poteva ancora fare il check in cittá. Poi con il bus siamo andati ad Heathrow per imbarcarci in un charter organizzato dall’ Overseas Teachers Association. Ero giá stato in aereo, ma questa era la prima volta che salivo in un vero grand’aereo: un Pan Am Clipper (B707). Le hostess ancora portavano un cappello azzurrino a bombetta. Nancy aveva trovato questi biglietti attraverso l’American School di Londra e mi sembra che il prezzo fosse circa 70 pounds.

Fu cosi che cominciò un altro capitolo della mia vita, anche se ancora non ne ero consapevole, per il momento pensavo fosse solo un’avventura. Andavo in America, questo mitico posto al di lá dell’oceano, di cui avevo tanto sentito parlare. In un film della mia infanzia c’erano state delle immagini di Tarzan sorpreso nel vedere tutti quei grattacieli dal finestrino dell’aereo poco prima d’atterrare. M’arcordo anche d’aver visto una foto con i grattacieli di Manhattan in un libro dell’elementari. Mi piaceva quella parola: grattacialo, un palazzo cosi alto che toccava il cielo. Guardavo quell’immagine sognando d’andarci, ma poi mi sembrava cosi lontano, impossibile da raggiungere. La mia idea dell’America, anche se avevamo parenti a New York, era quella che mi era stata propinata da Hollywood, con i films di cowboys, di gangsters, di indiani, della Guerra Civile e da tanti altri. Poi era arrivata la televisione con la sua buona parte di luoghi comuni.

Prima di partire dal Borgo ero andato in biblioteca per cercare qualcosa su Boston. Sapevo solo che era la cittá dove Sacco e Vanzetti erano finiti sulla sedia elettrica. Nell’Enciclopedia Treccani trovai una foto di Trinity Church in Copley Square, l’avrei poi vista per anni dalla finestra del mio ufficio.

Non m’arcardo molto del volo eccetto che era pienissimo, che potevo ascoltare la musica con degli auricolari che ci avevano dato e che per la prima volta vidi una lattina di birra Budwiser.

Al decollo ci avevano annunziato che a New York il tempo non era buono, che giá stava nevicato, e che ci avrebbero aggiornato sugli sviluppi della situazione. Dopo alcune ore venne un annunzio che a causa della tormenta ci saremmo fermati a Bangor, Maine, per fare un rifornimento straordinario di carburante. Saremmo stati in grado di attendere in caso ci fossero dei ritardi per l’atterraggio a Kennedy Airport.

“Bangor? Ma dov’é?” Nancy mi disse che era un posto sperduto in mezzo al Maine, il vasto stato orientale piú a nord, al confine col Canada, lei non sapeva neanche che ci fosse un aeroporto.  

Dopo esseri discesi senza veder nulla, era tutto bianco per la tormenta, siamo atterrati in una pista coperta di neve. Quello fu mio primo contatto con gli Stati Uniti. Mentre l’aereo era fermo mi sono alzato ed ho raggiunto le porta posteriore che era aperta. Ho sentito una gran folata di vento freddo, ma ho potuto guardar fuori mentre i fiocchi di neve mi colpivano il volto. Ho visto una gran foresta d’abati, una foresta d’alberi di Natale imbiancati, era bellissima. Ero in America, ma dov’erano i grattaciali di Manhattan che volevo tanto vedere.

Timbro d'ingresso negli Stati Uniti, 20 dicembre 1969

Ci fu un gran mormorio fra i passeggeri: molti temevano il peggio, che saremmo rimasti incastrati chissá dove e chissá per quanto per il maltempo. Tutti volevano raggiungere la loro destinazione il prima possibile per le feste. Poi andò tutto bene, dopo meno di mezz’ora eravamo di nuovo in volo e dopo circa un’ora e mezzo atterrammo a JFK senza problemi. Penso fossero circa le tre del pomeriggio. Esplicate le procedure d’immigrazione con il timbro d’ingresso e quelle doganali, dopo aver recuperato il bagaglio, ci trovammo sul marciapiede pronti a prendere un taxi per andare a La Guardia Airport. Nevicava appena ed era freddo, molto freddo. Io m’ero equipaggiato con il mio cappottone d’autista d’ambulanze che m’arrivava quasi ai piedi, un paio di stivali di cuoio alti fino alle ginocchia ed in testa avevo una lobbia, il cappello nero a larga tesa con il risvolto di seta arricciato.  

Su quel marciapiede del terminale della Pan American mi mi sentii emozionato. Vidi dei poliziotti con i gran pistoloni che facevano scorrere il traffico, le macchine che passavano mi sembravano tutte grandissime, e per la prima volta vidi delle limousines lunghe senza fine. Io al Borgo avevo una FIAT850 rossa. Quì tutto mi sembrava grande, sproporzionato. Ora ero davvero in America, ma dov’erano i grattaciali di Manhattan?

In taxi raggiungemmo LGA per prendero lo “shuttle” (la navetta) della Eastern Airlines per Boston. Ogni ora c’era un aereo: si saliva senza prenotazione e senza biglietto, una specie di tram dell’aria. Se si riempiva ce n’era subito un altro pronto a partire. Si comprava il biglietto a bordo: infatti c’erano delle hostess che subito dopo il decollo venivano lungo il corridoio spingendo un tavolino a rotelle e vendevano i biglietti. M’arcordo il costo del biglietto: $24. Ancora non potevo immaginare che negli anni a venire avrei preso questi stessi voli della Eastern Airlines decine e decine di volte, anche sulla rotta per Washington. Oggi con tutte le norme di sicurezza che abbiamo accumulate questo tipo di servizio sarebbe impensabile.

Durante questo volo cominciai a sentirmi nervoso. Mentre Nancy era felice ed eccitata di tornare a casa e di rivedere la famiglia, io cominciavo a preoccuparmi per l’imminente incontro. Come mi avrebbero preso? Questa era la domanda che avevo rimandato di farmi. Ora non la poteva piú postporre, li avrei incontrati dopo poco. Nancy mi aveva rassicurato che non ci sarebbero stati problemi. Si, erano ebrei, ma non particolarmente religiosi, questo non sarebbe stato un ostacolo, anche io non ero religioso. A posteriori posso dire che il mio matrimonio, come tanti altri, ebbe alti e bassi, ci furono crisi che sembrarono inrisolvibili, ma il fattore delle religioni non ebbe mai nessun peso sulla nostra relazione.

Atterrammo a Boston verso le sei ed era buio. La mamma e la sorella di Nancy ci aspettavano. Seppi molto tempo dopo che quando la mia futura suocera mi vide per la prima volta, con quel cappottone, la barba lunga ed il gran cappello nero, pensò che fossi un rabbino.

“A rabbi from the old country” per l’esattezza come poi lei stessa mi ha ripetuto tante volte.

In ogni modo la loro accoglienza fu calorosa. Arrivati a casa trovai due delle “Three Girls”. Ba, la nonna di Nancy era la piú giovane ed aveva 90 anni, e Sophie che ne aveva 98. Avrei poi incontrato la terza sorella, Clara di 96. Capire le girls non era facile, parlavano fra di loro una mistura di inglese e tedesco e Sophie aggiungeva del francese. Arrivò poi David, il fratello quasi ventenne  di Nancy, hippie dai capelli lunghi che gli scendevano fino alle spalle. Il babbo di Nancy arrivò per ultimo, ritornava da un’escurzione in montagna. Con lui c’era un signore dai capelli bianchi, ricci e lunghi, un altro hippie, solo che questo aveva certo piú settant’anni. Mr. Haskel, l’avrei conosciuto poi meglio, era un vecchio yankee WASP democratico, super left wing liberal, che odiava Nixon ed era attivissimo contro la guerra in Viet Nam. Forse in gioventú, negli anni trenta, era stato un simpatizzante del partito comunista. Si, c’é stato un partito comunista americano.

E quello fu l’inizio della mia scoperta dell’America, e pensare che ancora non ho finito. Ho cominciato dall’interno d’una famiglia e d’una cosa son sicuro: sono stato fortunato, sono stato accolto a braccia aperte ed é davvero diventata la mia seconda famiglia.

Mona, la mia prima suocera (ne ho anche una seconda, Therese é francese) é ancora viva ed una settimana fa abbiamo celebrato il suo novantaseisimo compleanno.

Quei giorni della fine del ’69 passarono veloci ed abbi modo di visitare un po’ Boston ed il suo vicinato.

Ercole, Piero della Francesca, Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

In cima alla lista di cose da vedere c’era l’Ercole di Piero della Francesca. Sapevo che era in un museo a Boston, l’Isabella Stewart Gardner Museum. Dovevo vedere questo pezzettino di Borgo che era arrivato in America molto prima di me.

Avevo anticipato questo incontro con un senso di rabbia: ce l’avevano portato via, ma la responsabilitá non era di chi l’aveva comprato ma piuttosto di chi l’aveva venduto, dopo averlo staccato da un muro d’un palazzo in Via degli Aggiunti. Poi quando lo vidi su quel muro di quel vecchio palazzo veneziano museo, anche questo portato a Boston a pezzi, provai un senso d’orgoglio e ne fui sorpreso. Ero contento che fosse lì. Se fosse armasto al Borgo sarebbe stato eclissato dalla Resurrezione e dalla Madonna della Misericordia. Qui era un “Piero”! ed i visitatori venivano ad ammirarlo, veniveno a vedere ‘na lichina di Borgo. Non sono uno studioso e tanto meno un critico d’arte ma non ho dubbi nel dire che l’Ercole non é una delle sue opere migliori, la testa mi pare un po’ piccola rispetto al corpo, ed il torace, i capezzoli non mi sembrano che siano al posto giusto. Scrissi poi un articolo su questa esperienza che, con l’aiuto di Adriano Canosci, fu pubblicato sul La Nazione.

Poi andai a vedere l’Acquario, che avevano aperto solo da pochi mesi ed infine non potevo perdere al North End: il quartiere italiano di Boston, e questa fu una vera sorpresa. Una delle piú vecchie parti di Boston e degli Stati Uniti dall’inizio del novecento era diventato il quartire degli emigranti italiani di Boston, nella quasi totalitá meridionali, dopo eser stato irlandese e duccesivamente ebreo. Hanover Street era come una Via Maestra, con caffe, ristoranti, alimentari, giornalai magari con l’ultimo numero della Settimana Enigmistica, negozzi di musica dove si poteva ancora comprare un 45giri con la Tarantella Napoletana ecc..

Davanti al Caffe’ dello Sport, Hanover Street, Boston, dicembre 1969

Era tutto italiano, ma tutto sembrava che si fosse fermato nel tempo. Camminando lungo il marciapiede mi dovevo far strada fra gruppetti di persone che parlavano italiano. In una vetrina d’un tabaccaio vidi delle pipe di coccio rosso con il bocchino lungo di canna, tipiche del meridione e le comprai subito, tutte. Dalle nostre parti le ultime pipe di coccio col bocchino di marasca le avevo trovate all’appalto della Motina d’Anghiari nel ’61. Le tenevano in una scatola delle scarpe, sotto il banco, non c’era molta richiesta, e costavano 10 lire.

Anche questa visita al North End di Boston divenne nella prospettiva degli anni a venire una esperienza mitica.

Proprio quella strada, Hanover Street sarebbe diventata la mia nuova Via Maestra, dove avrei passeggiato come fossi per la Via XX Settembre al Borgo, dove avrei imparato a conoscere un po’ tutti.

La vita é strana e come hanno giá detto in tanti prima di me. “Tutto cambia per poi rimanere tutto lo stesso”.

Dopo pochi giorni ritornammo a Londra. Dopo meno di tre mesi mi sarei sposato. Ad agosto mi sarei trasferito in America, ma questa è un’altra storia, lunga, molto lunga.

New York, vista dal New Jersey

 

 

 

 

 

I grattacieli che non vidi quel giorno del dicembre del ’69. questa foto l’ho fatta nel gennaio del ’08, dal New Jersey. 

4 gennaio 2010, Marblehead, MA USA  

(speravo di pubblicare questo M’Arcordo il 20 dicembre, nel 40simo anniversario di quel mio primo volo verso gli Stati Uniti, ma poi con le feste varie diciamo che mi sono on po’ distratto)                                                                               

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64 M’Arcordo……quando se faceva la collezione dei francobolli

Dicembre 15, 2009 di biturgus

Cominciò tutto con questo: ecco il mio primo francobollo.

Il primo francobollo della mia collezione, 1951

Avevo dieci anni, ero in quinta elementare e qualcuno, non m’arcordo chi fosse, mi regalò una cartolina che veniva dall’Australia. Sapevo solo che questo era un posto lontano lontano, e che c’erano i canguri e tanti conigli.

Non m’arcordo che foto ci fosse nella cartolina, ma m’arcordo benissimo il francobollo e quando l’ho cercato nell’internet l’ho trovato facilmente e l’ho subito riconosciuto.

“Dovresti fare la collezione dei francobolli, magari impari la geografia e la storia.”

Quello fu il suggerimento del babbo. Forse spereva anche che smettessi di fare tutte quelle varie collezioni di figurine di cui ero tanto appassionato.

E fu cosi che cominciai la mia collezione e l’aborigeno venuto dall’Australia fu il capostipide.

Cominciai subito a setacciare tutti i cassetti della casa alla ricerca di cartoline e di buste affrancate. Ce n’erano scatole delle scarpe piene. Poi chiesi a tutti i parenti ed amici di famiglia che mi aiutassero. Aveva ragione il babbo, la collezione mi aiutò ad apprendere la geografia ed anche un po’ di storia. Avevo un vecchio mappamondo di latta di prima della guerra, e l’Africa era ancora quasi tutta spartita fra l’Inghilterra e la Francia. C’era ancora l’Africa Orientale Italiana, ma giá sapevo che avevamo perso la guerra e che a noi non c’era armasto niente e questo mi dispiaceva, come se avessi perso un giocattolo. Le nostre vecchie colonie colonie erano gialle, quelle inglesi rosa e le francesi, ma non son sicuro, azzurre. Mi ci vollore anni per capire che quel continente non era una torta da divedere e che noi avevamo perso la nostra fetta.

Ogni francobollo che trovavo mi portava in posti lontani. Certi nomi mi affascinavano. Il Tanganika era pieno di mistero, ci sarei voluto andare subito. Mi piaceva anche Aden e i miei sogni di viaggiare cambiavano a secondo i pezzi che mi capitavano fra le mani.

I Mestieri

I piú facili da trovare, per ovvie ragioni, erano quelli italiani, ma anche da questi imparai un po’ di geografia. Proprio a quel tempo c’era una serie con i tipici lavori tipici delle varie ragioni. Alcuni erano facili da trovare, come quello usato per una busta normale, mentre altri quasi impossibili. Per questo non mi era chiaro, a cosa servisse un francobollo da 50 centesimi? In giro non si trovavano piú neanche le monete da una lira. In ogni modo questa serie credo che rimase in giro per anni e ne avevo raccolto tanti doppioni senza gran valore di scambio. Nelle mie ricerche avevo trovato vecchie buste di prima della guerra con francobolli con l’immagini del re. Con l’avvento della repubblica lui era certo passato di moda.

Dopo quelli italiani quelli facili da trovare erano i francesi anche perché c’era gente che aveva parenti in Francia, quasi sempre a Nizza o a Parigi dove c’era uno stablimento Buitoni. Fu proprio per questa ragione che qualcuno mi diende un commemorativo, era grande e quadrato con lo stemma di Parigi, ed era stato stampato per commemorare il bimillenario della fondazione della cittá. Mi sembrava bellissimo. L’emigrazione aveva una forte influenza su quello che trovavo, cosi in giro c’erano molti francobolli dell’Argentina, Venezuela e Stati Uniti.

La signora Cecca, quella della cartoleria Boncompagni, aveva in una vetrina dei raccoglitori con delle pagine di cartoncino con delle taschine trasparenti dove inserire i francobolli. Spesso mi fermavo ad ammirarli. Ce n’era uno con i fratelli Bandiera e mi piaceva tanto, ma ci volevano i soldi ed io non ne avevo.

Non tutti pensavano che questo mio nuovo interesse fosse una buon’idea:

“Ma che fai, la collezione degli sputacchi? Chissa chi l’ha leccati quei francobolli.”

Non m’arcordo chi fu a far questi commenti, forse il nonno.

Lo scambio dei doppioni era la piú comune forma d’acquisizione di nuovi pezzi. Capii subito che quelli commemorativi erano i piú importanti da raccogliere perché, avendo una tiratura limitata nel tempo, sparivano presto dalla circolazione. Nessuno dei miei amici si entusiasmò nella mia nuova passione e non mi rimase altro che cercare fra i grandi. 

Il primo fu Don Virgilio, quello stesso prete che mi diede le mie prime lezioni di latino. Lui era gentile, amichevole e sempre sorridente anche se poi mi faceva tanto soffrire con le declinazioni. Era uno degli organizzatore delle colonie estive ed il suo modo di vestire d’estate al mare era rivuluzionario, almeno per quei tempi: si toglieva la lunga tonaca nera e si metteva un vestito, giacca e pantaloni, bianco. Don Virgilio abitava in un casa in Via Buia, dietro il Palazzo delle Laudi, proprio accanto ad Arduini Brizzi. Non so come fu, ma scoprii che lui aveva una gran collezione che era cresciuta con  gli anni: aveva cominciato quand’era ragazzo. Mi invitò a vederla e se anche i miei doppieni non gli erano di gran interesse, lui era sempre generoso e mi regalava sempre qualche pezzo interessante.

La sua collezione era ben ordinata, divisa in vari raccoglitori, sempre quelli con le taschine. Lui era molto cauto e cercava di non toccarli ed usava sempre delle pinzette. Fu lui che mi insegnò che per scollare i francobolli dalle buste e cartoline era molto semplice, bastava metterle a bagno nell’acqua e dopo pochi minuti i francobolli si sarebbe staccato facilmente senza lacerarsi.

Le Venere di Cirene

Sfogliando uno dei suoi album, quello delle colonie italiane, scoprii dei francobolli meravigliosi con l’immagine d’una donna nuda. Era una statua senza testa e senza braccia, ed il suo corpo era perfetto. Cercavo tutte le scuse per poter riguardare in quel raccoglitore. Poi con mia grande soddisfazione la riscoprii in un libro del Touring Club sui musei di Roma che avevamo in casa. Era la Venere di Cirene, una classica statua greca scoperta in Libia. Questa é la stessa che non molto tempo fa fu restituita a Geddafi. Lei e la Maja Desnuda di Goya, mi sembra d’averlo giá detto, furono l’oggetto delle mie prime fantasie e concupiscense di ragazzo.  A quei tempi non sapevo che esisteva anche un francobollo spagnolo del 1930 con la Maja Desnuda. So di sicuro che mi sarebbe molto piaciuto. Era un francobollo repubblicano ante Franco, un bigotto come lui non l’avrebbe mai permesso.

La Maja Desnuda

Per anni ho saputo che la Venere di Cirene era in quel museo a Roma, ma non sono mai andato a vederla. E pensare che quando sono andato a Madrid la prima volta son corso subito al Prado per ammirare la Maja, quella Desnuda naturalmente. Devo colmare la lacuna, devo andare a Tripoli.

Il babbo mi fece conoscere il Nofri, era un anziano signore della stessa etá del nonno che non aveva avuto paura di collezionere gli sputacchi stranieri. Serafino abitava vicino alla Piazzetta di Santa Chiara ed avava una gran collezione a cui aveva dedicato piú di cinquantanni della sua vita. Poi mi raccontava anche le storie della prima guerra d’Africa, lui aveva fatto la campagna contro Menelik. Credo che fu proprio lui che con calma mi diede lezione come identificare certi francobolli difficili da classificare, e togliermi dei dubbi.

Avevo scoperto che certe volte avevo in mano dei francobolli che non sapevo da dove venivano.

“Che strano” pensavo ”certa gente non sa neanche come si chiama il loro paese.”

Sapevo che c’erano i fillandesi, anche se non sapevo dove la Fillandia fosse, ma perché nei loro francobolli scrivevano Suomi? E gli ungheresi? Stessa storia, loro scrivevano Mayar e cosi via. Poi c’erano gli inglesi, loro avevano tanti francobolli con l’immagine d’un re barbuto di profilo e c’era scitto solo quanto costava. Ed i francesi? A loro spesso bastava RF. Gente strana.

Non parliamo dei francobolli giapponesi e cinesi, ma questo non era un gran problema, perché erano ancora molto rari da trovare.

Poi le cose cambiarono, a 14 anni, per allargare i miei confini filatelici, cominciai una corrispondenza, grazie ad un annuncio trovato nella Domenica del Corriere, con una ragazza giapponese della mia etá: Kazuko, anche lei collezionista di francobolli. La corrispondenza durò per due o tre anni e mi mandò delle sue foto, era carina, e sopratutto tanti francobolli. Con questi non avevo problemi, sapevo da dove venivano. Poi piano, piano le lettere si fecero piú rare fin quando il flusso si estinse. Ritornerò a parlare della giapponese prima di finire.

Sempre quando avevo circa 14 anni cominciai a frequentare un impiegato che era un appassionato collezionista Non m’arcordo chi me lo presentò e neanche come si chiamasse, ma m’arcordo che aveva la moglie bella. Questa era un buon incentivo per andarlo trovare. Quel nostro primo incontro fu un momento importante nella mia vita: mi diede del “lei”. Questo mi sorprese, non ero pronto, non me l’aspettavo. Poi mi accorsi che anche la moglie mi dava del “lei”.

Quella sera pensai che ero diventato grande, e forse proprio per questo cominciarono altri interessi e cominciai a trascurare la collezione. In compenso ‘l babbo all’improvviso decise ch’era un’ottima idea continuare e la prese in consegna lui. Qualche volta l’aiutavo a mettere in ordine ed a catalogare e finivamo sempre in gran litigi. Non eravamo mai daccordo sul metodo. Poi il babbo morì ed io andai lontano.

La collezione é ancora lá in cantina, nella casa del Borgo.

 

E per finire c’é un’altra storia. ‘n c’entra quasi per niente co’ francobolli, ma ve l’arcoto lo stesso.

All’improvviso, dopo anni di silenzio, ci fu una sorpresa. Kazuko la mia amica giapponese mi scrisse una cartolina con un breve saluto dagli Stati Uniti. Non c’era indirizzo del mittente e non le potei rispondere.

Nell’estate del ’59 Carlo Bertuzzi, un amico di Bologna che d’estate veniva sempre al Borgo a trovare lo zio Luigi, mi annunciò che sarebbe andato negli Stati Uniti per studiare per un anno in un liceo americano. Io ero invidioso, ci serei voluto andare anch’io. Carlo mi scrisse delle cartoline, ne ricordo una con degli indiani piumati.

Quando ricomparve al Borgo all’inizio dell’estate dell’anno dopo eravamo tutti curiosi di sapere le sue avventure. Ma la prima cosa che mi disse, con calma e come se fosse la piú normale di questo mondo, fu straordinaria.

“Ti porto i saluti d’una tua amica. L’ho incontrata a Washington, nel giardino della Casa Bianca.”

Dapprima ci fu una gran sorpresa, che subito si trasformò in curiositá.

“Una mia amica?” gli chiesi ancora incredulo.

“Si, una tua amica giapponese.”

“Giapponese? Ma chi è. Ti prego, dimmi.” non riuscivo a capire chi potesse essere.

“Alla fine dell’anno scolastico ci hanno invitato tutti a Washington. Noi studenti stranieri eravamo piú di mille; un pomeriggio ci hanno portato alla Casa Bianca ed il presidente Eisenhower ci ha dato il benvenuto. Mentre girellavo per il giardino parlando e salutando mi son travato davanti una ragazza giapponese. Appena ha saputo ch’ero italiano mi ha detto che lei aveva un amico per corrispondenza. Un amico che abitava a Sansepolcro e che si chiamava Fausto ed io  prima che lei potesse dirmi il cognome,  l’ho interrotta: lo conosco, Fausto Braganti. É un amico mio!”

Io non c’ero, ma credo che tutti e due furono molto sorpresi e cominciarono a raccontare la strana circostanza di quest’incontro con un amico in comune, anche se lontano piú di 5mila kilometri.

Solo dopo pochi giorni mi arrivò una lettera dal Giappone, in cui Kazuco mi riraccontava la stessa storia, del suo fortuito incontro con Carlo.

Questo mi avava confermato che lei era molto, molto carina. Il mio interesse in questa seconda mandata di lettere non erano piú quello dei francobolli. Mi sembrava che ci fosse una certa simpatia fra noi due.  Ma poi la nostra corrispondenza non durò molto e lentamente si estinse, e non m’arcordo perché. Forse c’era solo un problema di distanza.

 15 dicembre 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

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63 M’Arcordo… quando leggevo i giornalini.

Dicembre 7, 2009 di biturgus

“Qui comincia l’avventura

del signor Bonavventura

e del fido suo bassotto

che color ha del risotto” 

 

Il fortunatissimo Signor Bonaventura

                                                           

 

Ancora mi ricordo queste strofette del signor Bonaventura, che compariva settimanalmente nel Corriere dei Piccoli. Io lo chiamavo il Corrierino.  Lui era un fortunatissimo signore e tutte le sue innocenti avventure finivano bene ed era sempre compensato con un milione, cifra a quel tempo inimmaginabile. Il Corrierino costava 20 lire e potevo ancora ordinare un gelato, un cono da 10 lire.  Qualcuno mi disse che prima della guerra il signor Bonaventura vinceva 1.000 lire invece d’un milione. Quella fu la mia prima lezione d’economia politica: dopo la guerra c’era stata la svalutazione.

E pensare che a scuola ho sofferto tanto per imparare le poesie a memoria ed ora dopo tutti quest’anni mi ricordo ancora queste rime. Quello che mi rimane ancora difficile da immaginare, di quale risotto si parla?
            C’era anche il Sor Pampurio che era sempre arcicontento, ma di lui ho solo vaghe immagini. Invece m’arcordo bene del capitan Cocoricò sempre alle prese col le malefatte dei birbanti nipoti Bibì e Bibò; il tutto si svolgeva in un posto lontanissimo dal Borgo nel tempo e nello spazio: in qualche colonia tedesca in Africa,  prima della prima guerra mondiale! Ma questo lo scoprii venendo poi in America, perchè i Katzenjammer Kids erano nati proprio qui, alla fine dell’ottocento.

Sempre a proposito del Corrierino ricordo che c’erano delle storie che oggi sarebbero di certo censurate per il loro spuderato razzismo, politically incorrect. I personaggi africani non mostravano grande acume e finivano sempre per esser coglionati. Alcuni portavano l’anello al naso. Forse oggi questo sarebbe stato consideraro segno delle nuove mode, in quei tempi era solo segno di barbarismo. Mi sembra che fossero queste storie che finivano sempre con la famosa battuta:

“Alla prima che mi fai,

ti licenzio e te ne vai.”

Credo che i primi veri fumetti, non con il testo scritto in rima sotto la vignetta, li vidi a casa dei miei cugini Ciuchi. Loro erano grandi, loro sapevano leggere ed io no.  Io potevo solo guardare i disegni, non ero capace di sapere cosa dicevano in quelle nuvolette, ma la mia immaginazione m’aiutava a scrivere la storia nella mia mente. Se riuscivo a procurarmi uno di questi giornalini  cominciavo una lagna continua, andavo in giro per la casa cercando qualcuno che mi lo leggesse.

E quello che mi piaceva di più era Gordon Flash.

Quando venni a vivere in America ci varie furono sorprese. Una, ed i fumetti non c’entrano niente, fu quella di scoprire che Stanlio ed Ollio in realtá parlavano in inglese, mi mancò la voce d’Alberto Sordi. Scoprii anche che Gordon Flash era Flash Gordon.

 
 
 
 
 

la bellissima Dale e Gordon

Gordon divenne per me il grande eroe e forse fu proprio per conoscere le sue fantastiche avventure che mi diedi tanto da fare per imparare a leggere, non potevo piú aspettare di trovar qualcuno che mi aiutasse. E subito mi innamorai di Dale, lei era bellissima. Il supercattivone Ming di certo alla fine sarebbe stato sconfitto e castigato, non avevo dubbi. Ma c’era un problema, i giornalini di Gordon eran piú grandi della media, erano a colori ed erano i più cari. Non mi era facile convincere i genitori a comprarmene uno.

Al Borgo c’erano tre edicole, l’ho giá arcontato in un’altra storia. In piazza c’era ‘l Bigi, detto anche Bigiarino, poi davanti alla macelleria della Maria c’era ‘l Boncompagni con la Sora Cecca ed il Sor Italo e a Porta Fiorentina il Nicastro. Noi s’andava dalla sora Cecca e credo solo perchè era la più vicina a casa nostra. Lei era sempre gentile e paziente con noi citti, e se si cercava di sbirciare fra le pagine dei fumetti che non ci potevamo permettere di comprare, faceva finta di non vedere.

Il babbo prendeva La Nazione tutti giorni, poi c’erano i settimanali: L’Europeo, la Domenica del Corriere e la Settimana Enigmistica. La mamma leggeva Intimitá. Per questo il babbo la prendeva in giro dicendo che quello era un giornale per le serve, e lei si difendeva rispendondo che quello delle serve era Grand Hotel, dove c’era anche l’oroscopo. Poi cominciava lei a prenderlo in giro perché lui faceva le parole incrociate. Il battibecco continuava, ma scherzavano, non c’era ostilitá.

Ai quei tempi, almeno a casa mia, non si leggeva l’oroscopo, pensavano che fosse solo supestizione e stupiditá. Don Ferrante, quello dei Promessi Sposi, che muore di peste incolpando la congiuntura delle costelazioni, mi fu poi indicato come esempio di tanta stoltezza. Io avevo solo una vaga idea dei segni zodiacali,. Non ho scoperto che ero un “pesce” fino a quando sono andato all’universitá. Questa mia ignoranza mi trovò impreparato a risolvere una situazione, con importanti conseguenze di carettere sessuale, ma questa è un altra storia e non so manco se ve l’arconto. Vedremo.

La Sora Cecca appendeva i giornali e giornalini nuovi fuori della porta. Li attaccava ad un filo con le mollettine, come fossero panni ad asciugare; poi a cascata ne attaccava altri, uno sopra l’altro. Tutte quelle immagini, quei colori, erano la promessa d’avventure senza fine.

Quando il babbo andava a trovare il suo amico Corradino, che aveva il negozio di ferramenta li accanto, io mi fermavo sempre per controllare cosa c’era di nuovo: Topolino, Madrake, Tom Mix, Gim Toro, Tarzan. Questi sono i primi nomi che mi ricordo ma di certo ce n’erano altri. Sapevo che il babbo me ne avrebbe comprato qualcuno, ma non di certo tutti, come avrei voluto io.

Poi scoprii Tarzan e lui divenne il mio preferito, almeno per un certo periodo. Conoscevo Tarzan anche dai film, ed ogni volta che ne arrivava uno cominciava un’altra lagna perché volevo andarlo a vedere. Alla mamma non piaceva, cosi toccava al babbo di farmi da scorta. Poi quando avevo circa 10 anni ci potevo andare anche da solo, o meglio con qualco amico, se c’era uno spettacolo nel pomeriggio.

 
 
 
 
 

La mia collezioen di Tarzan tascabili, 1950

 

 

Tarzan era forte e viveva nella jungla e batteva sempre tutti i supercattivoni. Era il mio eroe supermuscoloso, un giorno sarei stao come lui, illusioni di gioventù. Ho portato la mia piccola collezione di tascabili in America.

Il maestro Botta era un gran maestro. Lui capiva i bambini. Fu proprio lui, e lo sentii con i miei propri orecchi, che disse al babbo che era meglio leggere i fumetti piuttosto che non leggere niente. Di certo il babbo, che ancora sperava che io leggessi “I Miserabili” o “Guerra e Pace” quando avevo 10 anni, s’era lamentato con lui per le mie letture. Ancora Arduino Brizzi non ci aveva salvato portando rispetto e credibilitá a tutta questa cultura popolare.

Fra noi ragazzi c’era una gran traffico di scambi e grandi litigate quando un giornalino spariva.

“Con te ‘n faccio piú a cambio!” E questa era una promessa, non una minaccia. Un giorno comparve alla mia porta ‘na citta che mi piaceva tanto. Aveva saputo della mia collezione di Topolino, ed io che non l’avrei data a nessuno non seppi dirle di no. Non li rividi piú.

Comparivano poi altri fumetti, di propaganda politica, ma questo avveniva solo in clima elettorale. Per le elezione politiche del giugno 1953 mi capitò fra le mani un gran fumetto di “1984” di Orwell. Lo lessi con grand’interesse. Non credo che lo scrittore, imparando poi a conoscerlo meglio, sarebbe stato molto soddisfatto di questa interpretazione democristiana del suo lavoro.

Poi cominciai a legger libri, ero diventato grande ed i fumetti erano per i citti picini. Cominciai con i libri dei ragazzi della Salani per poi passare a Verne e Salgari. Nel giro di cinque o sei anni passai ai cosidetti classici. Cominciai con Edgar Allan Poe, Cecov e Maupassant e lessi di tutto, avidamente e feci contento anche il babbo con Hugo e Tolstoi.

 Agli inizi degli anni sessanta ed io ero giá  all’universitá, usci un nuovo tipo di fumetti, quelli per adulti e credo che Diabolik fu il capostipide di tutta una serie d’eroi, o meglio di antieroi. Diabolik era un cattivo che alla fine non veniva mai punito, e di certo non poteva esser portato come un esempio. Questo era al di fuori della norma: penso che  sarebbe potuto essere un personaggio creato dal Marquis De Sade. Divenne popolarissimo, credo che si ancora pubblicato.  Anche il formato era differente, come un libro tascabile.

In quello stesso periodo uscì un romanzo francese “Angelica, la Marchesa degli Angeli” ed ebbe un gran successo. La scrittrice cominciò a sfornare  tutta una serie di romanzi,  con l’avventure moderatamnete erotiche di questa bellissima eroina del XVII secolo, ma per quei tempi era tanto.  Angelica con le sue grazie seduceva tutti, re, pirati, briganti, sultani e perfino il marito. Non potevano non farne un film e Michelle Marcier divenne Angelica sullo schermo e fummo tutti perdutamente innamorati di lei. Corremmo a vederla e a sognarla. Anche i film si moltiplicarono, e si perse il conto degli amanti, so solo che io non ero nella lista.

 
 
 
 
 

Isabella, la Duchessa dei Diavoli

 

A qualcuno venne una brillantissima idea ed inventò Isabella, Duchessa dei Diavoli, un altro fumetto per adulti. Isabella era bellissima, indomabile ed assomigliava tanto ad Angelica. Sapeva usar con destrezza non solo la spada: aveva a sua disposizione altre armi e non erano segrete, infatti le metteva sempre in bella mostra. Riusciva sempre a superare le piú difficili ed incredibili situazioni, per vincere e finire nuda fra le braccia d’un nuovo amante; e noi lettori speravamo sempre di incontrarne una come lei.

Ma dopo tutto non mi posso lamentare. Avevo a quei tempi una ragazza anche lei avida lettrice di Isabella. Avevo scoperto che era una buon’idea lasciare un fumetto sul tavolo quando mi veniva a trovare. Appena lei lo vedeva doveva leggerlo tutto, ed io ero paziente. Avevo scoperto che la mia attesa sarebbe stata ben ricompensata, Isabella era sempre un’ottima modella da imitare. Chissá cosa sarebbe successo se avessimo avuto i libri di Milo Manara?   

Infine arrivarono i comics, e questi erano per i grandi. Il mensile Linus, che il mio amico Paolo comprava regolarmente, ne fu il promotore ed anche in Italia si conobbero le avventure di Charlie Brown, dei suoi amici e dell’immancabile Snoopy  C’era una certa snobberia, ci volevamo illudere che quelli erano fumetti per gli intelletuali. Mi  piaceva il preistorico B.C. , ma gli osceni disegni del francese Wolinski erano i primi che andavo a cercare. Seguivo anche con grande intersse le avventure di Valentina. Credo che quando Crepax decise di disegnare le gambe di Valentina alla radio suonavano la canzone “Senza fine.”

Nel ’68 andai in Inghilterra e poi in America e questo é tutto ‘n’altro discorso, ma forse ‘n merita manco fallo.

 

 Per finire voglio ricordare a tutti il caro amico Arduino Brizzi che con la sua lungimirante e paziente ricerca riuscì a raccogliere un’incredibile collezione di fumetti, salvando dall’oblio un’importante parte della cultura popolare.

 

6 dicembre 2009, Marblehead, MA USA                         

                                                              

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete! Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

62 M’arcordo… quando giocavano a canasta.

Dicembre 1, 2009 di biturgus

Io non ho mai giocato a canasta e per onor del vero a carte io ci ho giocato pochino. La canasta era un gioco distante e misterioso, quasi mitico. Per me era e forse lo é ancora il gioco delle signore ricche, delle mogli di professionisti e di quelle aristocratiche, insomma di quelle che andavano alla messa di mezzogiorno ‘n domo. La mi’ mamma me portava a quella delle nove, ‘l babbo ‘n ci veniva.

Ma come tutte le storie sará meglio ’ncominciare da capo, o almeno quello che per me é l’inizio. Per semplificare oserei dire, prendendo una posizione marxista, che si poteva fara una precisa distizione di classe dal tipo di carte usate, dal tipo di gioco e sopratutto da dove si giocava.

Da picino a casa mia, in uno dei cassetti della vetrina in salotto, c’erano due mazzi di carte. Uno era vecchio ed untuoso del sudore di tutte quelle mani dei giocatori di chissá quante partite a scopa, a briscola e a tre sette o solitari, me n’arcordo l’odore. L’altro era bello, quasi nuovo e nessun l’usava mai.

Carte Toscane

Il primo era di quaranta carte e c’erano fanti, regine e re ed assi. Cuori, quadri, fiori e picche eranono i simboli. Poi ho saputo che erano chiamate “fiorentine” o “toscane”. C’erano delle carte che avevano un nome specifico come l’Omo Nero (il fante di picche) e la Matta (la regina di cuori). Poi non so se questi nomi fossero inventati in casa mia o se tutti li conoscevano. Imparai presto ad usarle anche per fare dei gran castelli di carte.

L’altro mazzo aveva gli stessi simboli ma il disegno era, diciamo piú moderno, piú squadrato, quello che mi sembrava strano era che se giravi una carta l’immagine rimaneva la stessa. Il re rigirato era la metá speculare dell’altra parte. Strano, mi sembrava molto strano. Ma chi l’avrá avuta quest’idea? Poi c’era anche il Jolly, e questo mi piaceva.

Qualcuno mi disse che quelle erano carte da poker, ma in casa nessuno giocava a poker. La parola poker mi piaceva, perché c’era una “k” che non c’era neanche nell’alfabeto. Ecco un’altra stranezza, ma perché se non c’era tutti sapevano come si dicesse? Quando siamo cittini facciamo tante domande, e tutte le risposte che i grandi ci danno son giuste, loro sanno tutto.

Non m’arcordo chi mi insegnò a giocare, forse fu la mi’ nonna Santina, e con i miei amici Piero e Gian Luigi, che abitavano al piano inferiore mi cimentavo a Rubamazzo ed altri giochi per citti picini. La nonna mi insegnò anche un paio di solitari.

Il babbo faceva una partita quasi tutti i giorni. Puntuale dopo pranzo arrivava lo Zazzi, un suo amico e con lui, al tavolo di cucina bevemndo un caffè, si cimentava in grandi partite a scopa, il tutto accompagnato da battute e controbattute, e qualche volta parolaccie, si prendevano continuamente in giro. Nessuno ammetteva mai e poi mai d’aver fatto un errore, quando uno perdeva era solo colpa della scalogna.

Ogni due settimane, di lunedi, Vinicio il barbiere compariva a casa verso le due con tutti i suoi attrezzi involtati in un giornale.  Quello sarebbe doveto essere il suo giono di riposo, ma lui lavorava lo stesso, veniva a farci i capelli, prima al babbo e poi a me.  E per me era un tormento: seduto nella sedia in cucina, avviluppato dall’asciugamano, e Vinicio che ci metteva tantissimo tempo a farmi i capelli, perché fra una sforbiciata e l’altra si fermava e seguiva la partita. Andava dietro a mio padre e poi dietro allo Zazzi, lui sapeva che carte avevano, ed aspettava la mossa di uno dopo l’altra. Ci furono delle proteste da parte mie, non ebbi successo, infatti  non furono ascoltate. Non sono entrato in una barbieria sino a quando sono andato all’universitá e per risparmiare mi son fatto screscere i capelli, finalmente.

Ma la gente o meglio l’omini giocavano fori casa, e qui si poteva fare quella distinzione di classe sociale di cui ho detto all’inizio.

Ancora c’erano le bettole, dove i piú poveri andavano a bere ed a giocare a carte. Le ultime che mi ricordo eran verso Porta Romana, una era gestita da un nostro lontano parente, che faceva un’ottima trippa e centopelli. Le carte erano come quelle che avevamo in casa ed i giochi erano gli stessi: scopa, con la variante dello scopone scientifico, briscola, tre sette e centocinquantuno. Di sicuro ce n’erano altri, ma non m’arcordo. Quasi sempre intorno ai giocatori si formava un crocchio di spettatori, ed ognuno faceva i suoi commenti, e non mancavano i suggerimenti. I giocatori si sbizzarrivano in un infinita gamma di moccoli ed imprecazioni. Ognuno si considerava il piú bravo e se perdeva era solo la sfortuna.

“Oggi m’è andeta mele, manco ‘na mano buona!” e giú ‘n’altra fila di bestemmie.

 Il prossimo scalino sociale era riservato a quelli che andavano a giocare al caffé. I giochi erano gli stessi, cambiava solo l’ambiente e la posta: nelle bettole si scommetteva un bicchiere o al massimo ‘n quartino di vino e nell’altro un caffé o un cognacchino. ‘l mi’ babbo faceva la partita al caffé de Bruno pasticcere, per la Via Maestra. Qualche caffé aveva una stanza nel dietro e qualche volta si cambiavano carte e si giocava anche a poker, a ramino e scala quaranta e si giocava a soldi, soldi veri.

M’acordo d’aver sentito dire di epiche partite a scopa dove era stato messo in posta un podere o addirittura una villa.

C’era inoltre una stagionalitá dei giochi. D’inverno, in un’era quando non c’era ancora la televisione, s’andava a veglia e di questo rituale ne ho giá parlato in un altro “M’Arcordo…” ed in quell’occasione c’erano i giochi di famiglia, la tombola, il mercante in fiera, eccetere. Poi c’erano delle veglie speciali, di soli omini. Ricordo che intorno al tavolo di cucina, allora si stava in Via della Firenzuola, il babbo ardunava i suoi compagni di caccia per epiche partite a “Bestia” e giocavano soldi. La mamma rimaneva per un po’ a far le castagnole e servir fiaschi di vino. Quello che mi rimane ancora impresso nella memoria era un amico del babbo che aveva un braccio solo, e riusciva a giocare lo stesso, con una sola mano. Non m’arcordo come facesse e calare le carte in tavola. Poi noi s’andava a letto e loro rimanevano a giocare fino a tardissimo.

C’era un altro scalino sociale: il Circolo delle Stanze, gli Sbalzati non erano ancora artornati. Alle Stanze, anche se io c’ero stato solo per ballare a carnevale, sapevo che si giacava con quell’altro tipo di carte, quelle da poker e si giocavano vari giochi d’azzardo e spesso la posta era alta, molto alta. Il posto era riservato ai soci e per diventare socio, uno dovevi esser accettato, e solo diciamo una certa elite del paese aveva accesso. Alcuni di quelli che andavano alle Stanze, dato che queste aprivano solo alla sera, nel pomeriggio, se gli scappava una partitina, andavano al caffè.

’l mi’ babbo alle Stanze non ci andava, o meglio, non c’andava piú.

Ancora non sapevo quello che era successo, e poi non credo d’aver mai saputo tutta la veritá. Quello che ho scoperto é stato a pezzetini, e solo quando ero grande.

’l mi’ babbo era stato ‘n gran giocatore, ‘l mi’ babbo da giovane aveva perso ’n sacco de soldi. I figli son sempre gli ultimi a sapere, son protetti dalle malefatte dei genitori. Per esempio: quand’ero picino ‘l babbo d’un mio amico andò a lavorare in Spagna per alcuni mesi, ma ora penso che in veritá andò in prigione, in Italia.

Una volta, quando ero grande, ’l babbo mi disse che una notte perse tutto lo stipendio d’un mese. Scoprì poi che quello che gli stava davanti poteva vedere le sue carte riflesse negli occhiali. Dopo questa disavventura aveva giurato che non ci sarebbe mai piú ritornato, e mantenne la promessa.

Il cronometro dell'ungherese

’l babbo aveva un bel cronometro d’oro. Una volta lo portò dal Gonnelli per farlo aggiustare. Alcuni giorni dopo ritornò a casa imprecando:

“Quel farabutto, quello stronzo dell’ungherese m’ha fregato! Il cronometro é falso, ‘l Gonnelli m’ha detto che non é d’oro, é solo placcato.”

Ma chi era l’ungherese? Io non ne avevo mai visto uno. Il babbo ci raccontò, neanche la mamma sapeva questa storia, che una sera, molti anni prima della guerra, alle Stanze c’era un ungherese di passaggio, un avventuriero. Giocarono a poker e quando l’avversario non aveva altro da scommettere mise in posta l’orologio d’oro, e questa volta ’l babbo vinse, solo per scoprire vent’anni dopo che l’aveva fregato.

Avevo forse 8 o 9 anni ed un giorno caldo d’estate ci fermammo a prendere una rinfrescante gazzosa al bar di San Giustino. Mentre gustavo con gran piacere la frizzante bevanda succhiandola con la cannuccia, mi avvicinai ad un tavolo dove degli uomini giocavano a scopa. Grandissima sorpresa: le carte erano differenti, stranissime. Fu quella la prima volta che vidi le carte con i bastoni, le spade, le coppe ed i denari. A meno di cinque chilometri dal Borgo, nello Stato de Sotto, non solo il dialetto è differente ma giocano agli stessi giochi, ma con carte diverse.

Alcuni le chiamano piacentine, altri romane o napoletane; poi col tempo e col viaggiare ne ho visto una gran gamma con variazioni sul disegno ma sempre con gli stessi simboli. 

Quando avevo dieci anni durante una campagna elettorale (penso fossero le elezioni comunali del ‘51) c’era in giro un mazzo di carte politiche con disegni satirici, penso di Jacovitti. Don Virgilio me lo regalò, quindi assumo fosse democristiano. Nenni sulla carta a sinistra e Stalin su quella di destra sono facilmente riconoscibili.

Le carte di Jacovitti con Nenni e Stalin.

Infine c’erano i giochi delle signore, di quelle che spesso portavano il cappello. Erano giochi di cui si sentiva dire come fossero un eco lontano. Sentivo i commenti o meglio i pettegolezzi di mia madre assieme alle sue amiche che parlavano di certe signore che si incontravano di pomeriggio nelle case di una o di un’altra e giocavano a canasta. Bevevano tè e giocavano soldi. In questi commenti penso ci fosse un senso di critica o forse era solo invidia.

E per finire parliamo del ’68. Fu un anno che cominciò con i fuochi d’artificio a casa d’Azelio, de lá d’Anghiari e finì a Londra.

A parte l’occupazione della facoltá, il viaggio a Parigi per unirmi ai rivuluzionari che non c’erano piú, so’ arrivato tardi, ed il mio trasferimento a Londra, ci fu il mio ingresso nell’alta societá della vecchia aristocrazia fiorentina. Poi cappii che il mio non fu un vero ingresso, feci solo capolino dalla porta e questo fu seguito da una rapida sortita.

Nel giugno del ’68 avevo giá da tempo dato tutti gli esami, ma ero ancora in giro a Firenze: dovevo scrivere la tesi e ci mettevo tempo, non volevo laurearmi. Pensavo solo d’andare a Parigi, ma rimandavo.

In facoltá avevo conosciuto una ragazza tanto carina, capelli biondi, lunghi, dritti, che mi ricordava Françoise Hardy ed aveva una sorella altrettanto carina. Non ricordo la ragione ma una volta mi invitò a casa sua. Quando vidi dove abitava, una villa proprio sotto Piazzale Michelangelo con tutta Firenze davanti, capii che la sua famiglia stava proprio bene. Peccato che fosse cosi carina, di sicuro inraggiungibile, poi dopo tutto cosa cercavo, io c’avevo V. anche se non completamente, lei era fidanzata con un altro… e poi volevo andare a Parigi!

Un giorno l’incontrai nel corridoio di facoltá e lei mi diede una busta con il mio nome scritto in bella calligrafia:

“É un invito, ci terrei tanto che tu ci venissi!” come potevo resistere a quegli occhi, a quel sorriso? Certo che ci sarei andato, ma ancora non sapevo dove e di che cosa si trattasse.

“Ci sará una canasta di beneficenza dalla contessa Serristori. Sai, io e mia sorella siamo andati alla scuole delle (non ricordo il nome, un collegio religioso femminile fiorentino) e c’é andata anche la mamma. Ogni anno la contessa organizza questa gran festa per le vecchie studentesse per raccoglier fondi ed aiutare la scuola. É una tradizione.”

“Oh grazie, ma io non gioco a canasta.” Risposi capendo le mie limitazioni sociali.

“Oh no, non ti preuccupare, mentre le signore giocono nel salone, noi andremo in giardino a ballare.” Come potevo resistere a quel sorriso? E accettai l’invito.

Venne il famoso pomeriggio e puntualissimo mi presentai al Palazzo Serristori, lungo l’omonimo lungarno. Un vecchio maggiordomo mi diede un formale benvenuto. Salendo la gran scala incontrai la mia amica che mi accolse con un gran sorriso.

“Oh sei venuto, son cosi contenta!”

Mi prese sotto braccio e mi portò in giro per la gran casa con la sicurazza d’una che la conosceva bene. Mi presentò la vecchia contessa e vedendo altri che le facevano il baciamano lo feci anch’io. Infine arrivamo nel gran salone della canasta. C’erano disposti tanti tavoli da gioco, ed intorno ad ognuno c’erano quattro signore, tutte elegantissime; avevano giá cominciato a giocare.

Il mio sguardo si incontrò, si scontrò con quello d’una signora, una signora del Borgo che conoscevo. Le sorrisi e dopo la sua ovvia sorpresa mi sorrise, ma sentii ch’era solo di convenienza.  Mi sono avvicinato per salutarla.

“E com’é che tu sei qui?” mi disse, e dal tono era chiaro che non le interessava la mia risposta. Sorrise ancora, freddina anche verso la mia amica che ancora mi teneva sotto braccio, come per dirle che non aveva fatto una buona scelta nell’invitarmi. Mi sentii amareggiato. Forse non era stata una buona idea andare alla canasta della contessa.

Non m’arcordo molto del resto di quel pameriggio, eccetto la visita alla biblioteca a agli appartamenti al piano terra, quelli dove aveva vissuto e credo che ci morì Giuseppe Bonaparte in esilio, il fratello di Napoleone. Tutto era ancora come il giorno dopo l’alluvione, solo che il fango s’era rinsecchito.

Con la ragazza di buona famiglia non successe nulla dopo quel pomeriggio, anche perché dopo pochi giorni cominciarono le vacanze. Io non le telefonai e lei non mi telefonò ed ora non m’arcordo neanche il nome, solo che era tanto bellina.

Però m’arcordo il nome della signora del Borgo.

Ci fu da parte mia una specie di vendetta, dopo quasi trent’anni, quando lavoravo e vivevo ancora a New York, ma questa é un’altra storia e poi non credo sia giusto raccontarla.

 

E per finire vi devo fare una domanda:

con che carte giocano nella repubblica di Cospaia?

 

1 dicembre 2009, Marblehead.

 

61 Non m’arcordo… quando ‘l mi babbo faciva la calza.

Novembre 16, 2009 di biturgus

 Io de quando ’l mi’ babbo faciva le calza ’n m’arcordo, ma m’arcordo de quando me l’arcotava, e ‘sta storia me l’ha detta tante de quelle volte che me sembra d’avello visto.

Dovete immaginare questa scena, magari al giardino Piero della Francesca: mio padre, un uomo corpulento sempre con il vestito, camicia bianca, cravatta e cappello si avvicinava ad una donna seduta su una panchina mentre questa sferruzzava facendo una maglia.

“Mi scusi, ma che sta facendo? Oh si, lo vedo. Fa una maglia, ma che punto adopra? Al dritto? Al rovescio?”

 Lei era sempre sorpresa, quasi sempre rimaneva senza parole. Poi lui continuava facendo altre domande, sempre molto tecniche e precise, magari voleva sapere il numero dei ferri che adoprava. Il tutto indicava che di far la maglia lui se ne intendeva. E di norma concludeva dicendo:

“A dir la veritá io le maglie non l’ho mai fatte, ma di calze ne ho fatte dimolte. E per far ‘na calza s’adoperano quattro ferri e ’n’é facile ’mparere.” E con questo salutava e s’allontava, lasciando la donna sorpresissima, chissá cosa avrebbe detto a casa quella sera.

Ma prima d’arcontare dove e come l’avesse imparato, facciamo un passo indietro.

’l mi’ babbo nacque nel 1904 a San Leo d’Anghiari in una casa vicina al crocevia, dove c’é la bottega. ’l su’ babbo, ’l mi’ nonno Barbino, faceva ’l fattore a Gricignano e la nonna Vittoria stava a casa, avevano giá un cittino, lo zio Angiolo, nato tre anni prima. La mamma e la sorella del nonno abitavano con loro.

Forse il nonno non era ancora il fattore, ma solo il vice-fattore, ma non so se tale parola esisteva. In ogni modo faceva anche il sensale e si faceva tutte le fiere della valle.

Braganti 1908

I Braganti a San Leo d'Anghiari, 1909

Le cose dovevano andar bene.  Aveva comprato la bicicletta, portava il cappello di feltro e non il berretto e quando il fotografo ambulante passò per San Leo,  il nonno si mise la camicia col solino inamidato. Penso che questa foto sia del 1909,  ‘l mi’ babbo é quello col grembiulino bianco, vestito come ‘na bambina.

 

Il nonno lavorava a Gricignano, questa fattoria era ancora proprietá dei Collacchioni, quelli che ‘na volta, come se diceva a casa mia, non solo erano padroni di mezza valle ma anche di mezza Maremma, incluso Capalbio, poi si aggiungeva:

“Ma finirono le fave ai locchi!”

“E quante ce n’avevano?” domandava un altro.

“Dodici dozzine di sacchi” e a me questo pareva un gran numero.

Il grande evento della nascita del babbo fu seguito da uno ancora più memorabile. Qualcuno, forse uno dei Collacchioni, regalò ai nonni una carrozzina nera, elegante, dalle grandi ruote e con il mantice, una di quelle che le balie spingevano andando a spasso con i figli dei ricchi alle Cascine.  A San Leo nel 1904 non s’era mai vista ‘na cosa così, i cittini si portavano ‘n collo. Di sicuro la giunonica nonna Vittoria, dalle pretese aristocratiche, sfoggiava quest’aggeggio con fierezza. Tutti si fermavano, e non per vedere il bambino ma per ammirare la carrozzina.

’l babbo quand’era picino sognava sempre ch’ ‘l su’ babbo lo portasse a fare ‘n giro  in bicicletta, ma questo rimandave sempre, promettendo che l’avrebbe fatto, quando faceva il giro dei vari poderi. Finalmente un giorno mantenne la promessa e cosi partì tutto contento, seduto sulla canna della bicicletta. La sera al ritorno la nonna Vittoria vide che il figlio era radiante, era felice.

“Allora ti sei divertito! Ti è piaciuto?”

“Mamma é stato bellissimo e ho riso tanto quando il babbo toccava ‘l culo alle contadine!”

In famiglia non è mai stato tramandato quello che successe dopo, a parte il fatto che quello fu il primo e l’ultimo giro che fece in bicicletta col su’ babbo.

’l mi’ babbo fece l’elementari a San Leo, e per farle ci mise tanto: 8 anni. Ripeté la prima, la seconda, la terza e la quarta; la quinta non la fece e non so come fece ad andare direttamente alle Scuole Tecniche. Ma la storia che era stato un ripetente recidivo lui non me l’aveva mai detto, certo temeva d’essere un cattivo esempio. Lo scoprii solo quando ero giá liceo e solo perché lo zio Angiolo me lo disse, ed a sua difesa aggiunse che era innamorato della maestra e non la voleva lasciare. Il babbo non fu contento che mi fosse stato svelato questo segreto di famiglia.

Quando venne il tempo d’andare alla nuova scuola, penso fosse il 1916, la famiglia si trasferì al Borgo, in fondo al Piazzone, alla Fonte Secca all’inizio dia Via del Petreto.

Nella nuova scuola la situazione cambiò per il meglio. Il babbo capì che si doveva studiare e con gran sorpresa e soddisfazione di tutti d’improvviso divenne bravo.

L’Italia era giá entrata in guerra da piú di un anno e anche se il fronte era lontano dominava la vita di tutti. Quasi ogni famiglia aveva qualcuno che era in trincea. Il nonno si sentiva sicuro, lui era vecchio, aveva piú di quarant’anni ed era certo che non sarebbe stato richiamato. Domenico, un cugino del babbo, era giá morto. Tant’anni fa trovai la sua tompa nella grande scalinata del Sacrario di Redipuglia. Di lui esiste una triste foto ricordo, fatta ad Anghiari, con la madre, proprio prima di  partire per il fronte.

Tutta la nazione doveva contribuire in questo sforzo bellico, anche i piú giovani devano fare la loro parte.

E fu così che ‘l babbo a 13 anni imparò a far la calza. Ogni giorno, nel primo pomeriggio, dopo che le lezioni erano finite, gli studenti rimanevano in classe per alcune ore, e con quattro ferri ed un gomitolo di lana facevano le calze per i soldati al fronte. All’inizio ci fu un po’ di resistenza da parte dei maschi perché questo era un lavoro umiliante, era un lavoro da donna. Ma poi non fu difficile convincerli che quei poverini seppelliti nel freddo delle trincee fangose, avevano bisogno proprio di quelle calze calde di lana che loro facevano. Il soldato con i piedi caldi combatte meglio: questo era il loro contributo che ci avrebbe portato alla vittoria.

C’era anche un altro lavoro: fare le torcie riscaldagavetta. Il babbo preferiva questo lavora, era piú da uomo. Arrotolavano strette strette delle pagine di giornale inzuppate di paraffina fino a farne un cilindro duro di circa cinque centimetri di diametro, ma non so quanto fossero lunghe. Queste accese bruciavano lentamente, c’era un anello di metallo scorrevole che serviva a controllare la fiamma, e le usavano per riscaldare i pasti nelle gavette, ed anche le mani.

Non ricordo cosa facessero d’estate, durante le vacanze, ma forse non me lo disse mai.

Poi venne Caporetto, la battaglia avvenne nei primi giorni di novembre del 1917, e la situazione precipitò. Il fronte si era rotto e le nostre truppe in fuga si ritirarono fino al Piave. C’era bisogno di piú soldati, di truppe fresche ed un giorno il nonno ed il suo amico, ‘l Beni, vicino di casa, tornarono con la ferale notizia: avevano chiamato le loro classi: il’74, il ’75 ed anche ‘l ’99 (quella dei famosi ragazzi del ’99, avevano 18 anni, Dario Alberti fu uno di loro).  Fu allora che la canzone “Il Piave Mormorò” divenne popolarissima e “non passa lo straniero!” una parola d’ordine.

Il nonno ed il Beni presero l’Appennino, il famoso trenino da operatta, come lo chiamerá Aldous Huxley pochi anni dopo, e si presentarono al distretto militare d’Arezzo.

Domenica small

La zia Domenica con il figlio morto in guerra.

Domenica, la sorella del nonno abitava ad Arezzo. Suo marito, non era il babbo del figlio giá morto in guerra, era un focoso anarchico che lavorava al Fabbricone.  La zia, con un altro gruppo di donne che avevano perso mariti e figli, fecero una dimostrazione pacifista davanti alla caserma e calpestarono il cappello che avevano tolto ad un ufficiale che cercava di allontanarle. Fu arrestata e finì in prigione, non so per quanto, per attivitá sovversiva e disfattista.

Il nonno, messo in cavalleria, fu mandato prima alla Fortezza da Basso a Firenze e poi considerando l’etá e il fatto che di certe cose di campagna se ne intendava fu mandato ad lavorare in un magazzino della stazione di Camucia, sotto Cortona, dove raccoglieva paglia e fieno da mandare al fronte. C’era bisogno di tanta paglia, i soldati dormivano nel pagliericcio.

Quando la scuola finì, era l’estate del ’18, si trasferì con sua madre a Camucia per alcuni mesi. Il babbo aveva 14 anni e per la prima volta vide i treni veri, grandi e lunghi, che sputavano grandi colonne di fumo. Non aveva amici e non so perché, suo fratello non c’era. Passava il tempo leggendo e sopratutto seduto su un muretto vicino al magazzino del su’ babbo a guardare i treni che passavano. Le tradotte che andavano verso nord erano piene di giovani reclute che cantavano e se rallentavano lo salutavano. Quelle che andavano verso sud erano silenziose, aveveno spesso tutti le tendine giú, erano treni ospedele. Al babbo piaceva raccontare, ed ogni volta si commoveva, che un giorno ne vide passare uno di quelli che andava verso nord, e sembrava che tutti, proprio tutti cantassero all’unisono: “ ’o surdato ‘nnammurato”. Poi aggiungieva con gran tristezza:

“… e quanti di quelli saranno morti dopo nel giro di poche settimane e mesi?”

Fra le tante storie che ho sentito questa per me é una delle piú care e ancora mi commuove. Quell’esperienza del babbo é diventata mia, forse me l’ha trasmessa geneticamente ed io l’ho passata a Tanya (é una delle sue canzoni preferite) La sua memoria é diventata mia. C’ero anch’io seduto con lui su quel muretto a Camucia, quel giorno d’estate del ’18. Io li ho sentiti cantare quei soldati.

Poi per il nonno venne un ulteriore trasferimento, incredibile ma vero: fu mandato al Borgo. Fini la guerra lavarondo, sempre raccogliendo paglia e fieno, in un magazzino della Buitoni requisito per questo scopo. La sera tornava a casa alla Fonte Secca in bicicletta, con i polpacci stretti dalle fascie e con il suo ’91 lungo a tracolla. Aveva piantato un chiodo sul muro a capo del letto per appenderci il fucile.   

Un giorno di novembre del ‘18, era il 4, ci fu un grande scampanio: la guerra era finita, tutti si abbracciavano, erano felici, un incubo era finito, forse speravano che non ne sarebbero venuti altri. Ancora non s’era capito che anche quelli che avevano vinto erano anche loro dal lato dei perdenti

Quella fu la Grande Guerra: ‘ l cugino Domenico morì, la su’ mamma ando’ ‘n prigione, ‘l mi’ babbo imparò a far la calza, ed ‘l nonno Barbino raccolse paglia e fieno ed allora non era un piatto di tagliatelle.

 

 

‘O surdato ‘nnamurato

Anna Magnani nel film “La Sciantosa”

http://www.youtube.com/watch?v=PV6qf0MaUC8

 

16 novembre 2009, Marblehead, MA USA   

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

 

Fausto Braganti      

 

ftbraganti@verizon.net

Facebook: Fausto Braganti

Skype:       Biturgus (de rado)

 

60c M’arcordo… l’alluvione di Firenze del ’66. (terza parte – lavori in corso)

Novembre 6, 2009 di biturgus

Non sapevo da dove cominciare, allora decisi d’andare a Sant’Apollonia, la mensa in Via San Gallo. Camminando per Via degli Alfani notai che c’era gente  dappertutto, gente che lavorava, che svuotava negozi botteghe, nella speranza che ci fosse qualche cosa da salvare. Il caffé all’angolo con Via dei Servi, dove spesso facevo colazione non c’era piú, era stato sventrato dalla corrente. Niente cappuccino col cornetto.

Alla mensa trovai un gruppo di studenti che si stava organizzando per andare ad aiutare delle persone anziane dalle parti di Via della Scala. Non c’erano piú badili e mi diedero una vanga e mi unii a loro. Avrei presto scoperto che la vanga era stata inventata proprio per vangare e non mi fu molto utile per spalare, ma mi c’ero subito affezionato e ma la portai dietro per giorni, poi la persi, la lascia da qualche parte e qualcuno se la prese.

Piazza Santa Maria Novella
Santa Maria Novella

Passando per Santa Maria Novella vidi che c’era chi sperava di recuperare delle scarpe, mettendole ad asciugare in una panchina. Fu proprio da quelle parti che notai, seminascosto in un mucchio di detriti, un boccale. Mi chinai e quando lo presi in mano vidi che era un bel boccale di peltro, di certo portato via da qualche negozio elegante del centro. Cosa fare? Lo prendo? Lo tengo? Dopo un momento d’incertezza lo rigettaio nel mucchio.

Quando arrivammo all’indirizzo che ci avevano indicato scoprimmo che c’era ben poco da fare. Le abitazioni nei seminterrati erano ancora piene d’acqua, ci sarebbe voluta ‘na barca. Mi separai del gruppo e decisi d’andare verso Piazza Signoria, ero sicuro che a Palazzo Vecchio sarebbero stati capaci di mandarmi dove c’era bisogno.

Quei primi giorni furono caretterizzati da una gran confusione. Le intenzioni di tanti erano meritevoli, ma poi spesso si perdevano nella direzione sbagliata anche perché molte informazioni erano incorrette e contradittorie.

Non so chi fu ma qualcuno mi disse d’andare li vicino, all’Archivio di Stato, allora era ancora sotto gli Uffizi, come ai tempi del granduca. Poi, credo anche a seguito di quest’evento, gli trovarono un’altra sede.

All’Archivio avevano bisogno d’aiuto. Lungo la grande scalinata s’era formata una catena umana e dagli scantinati e dal piano terra venivano prelevati pergamene. filze, libri, documenti e facendo il passamano venivano portati al secondo piano, quello proprio sotto alla Galleria degli Uffizi, dove degli archivisti li smistavano cercando di dare un minimo d’ordine, cercando anche di trovar dello spazio dove si potessero asciugare. Ottimisti, ci sarebbero voluto mesi. C’era un senso d’entusiasmo quasi d’euforia, sapevamo di salvare documenti e libri importanti o almeno facevamo il possibile. Giá si sapeva dei grandi danni ad opere d’arte, come quelle nella chiesa di Santa Croce e nella Cappella dei Pazzi. Questo era il nostro contributo.

1966-11- Alluvione- Archivio 14.
Corridoio dell’Archivio di Stato

Ricordo uno studente che si mise a gridare tutto eccitato passando un pacco di documenti legati in una cartella di pelle bagnata, dopo averne letto il titolo.

“Questa é una filza del Bargello del 1305, dei tempi di Dante!”. Emozionante.

Poi all’improvviso si sparsa una voce. “Sono arrivati gli americani!”come se fossimo in un film “Arrivano i nostri!” Ci hanno chiesto di scendere ad aiutare. Nel cortile c’erano due camion militari e dei marines, la prima volta che ne vedevo alcuni dal vero, erano arrivati dalla base Nato di Livorno. Avevano portato dei generatori elettrici ed alcuni di noi ci siamo dati da fare a scaricare dei pesanti rotoli di cavi. Efficenti hanno impiantato tutto un sistema di lampade per illuminare gli stabile inferiori, che altrimenti erano al buio e noi li abbiamo aiutati a stendere i fili.

A sera son tornato alla mia pensione stanco e sporco, ma soddisfatto del mio lavoro. Non m’arcordo che cosa o dove ho mangiato. Nessuna bellissima ed eterea ragazzina di buona famiglia dai capelli lunghi è venuta, come nel “La Meglio Gioventù”, a portarci i panini col prosciutto.

Il giorno dopo son tornato all’Archivio, ma mi hanno detto che c’erano troppi volontari, alcuni di noi dovevano andare a lavorare di fronte, dall’altro lato del cortile, all’Accademia dei Georgofili (quella diventata sfotunatamente famosa per l’attentato del ’93).  Mi son presentato al mio nuovo posto di lavore con tanta buona volontá, e non sapevo cosa mi aspettava. Con altri sono sceso nella semioscuritá in uno scantinato pieno di fango fetido e vischioso, che mi arrivava ai polpacci, speravo solo che non fosse più alto dei miei stivali. Dovevamo trovare e tirar fuori dal fango delle cassette di legno e portarle al piano superiore. Erano pesantissime e scivolavano via dalle mani. Ma che cosa c’era dentro? Erano piene di lastre, vecchi negativi fotografici di vetro. Fu il lavoro più duro e fatigoso di tutta questa esperienza.

All’ora di pranzo ritornai in Piazza della Signoria, il tempo continuava ad essere bello e stanco mi misi a sedere negli scalini sotto il Davide.  Mi misi a parlare con l’uomo (quello alla mia destra nella foto) seduto accanto a me. Cominciò enumerando tutto quello che gli era successo; abitava proprio dietro Palazzo Vecchio, in una di quelle stradine strette vicino all’Arno e aveva perduto tutto e a questo aggiunse una litania di sciagure. Poi cominciò ad inveire un po’ contro tutti, per quello che non avevano fatto prima e per quello che non facevano adesso. Ce l’aveva con tutti i politicanti, primo fra questi il Presidente Saragat, che erano venuti a vedere e sopratutto per farsi vedere che erano a Firenze per aiutare. Ma nessuno di loro aveva preso in mano un badile. Poi d’improvviso interrruppe la sua diatriba e con il suo fortissimo accento fiorentino, che non cercherò di trascrivere,  mi disse con un tono quasi serio:

1966-11- Alluvione-Fausto-18

Sugli scalini di Palazzo Vecchio

“Ma lo sa ch’ha detto il Biancone al Davide quando ha visto l’acqua che saliva?”

“’n’ho so! Ma che gli ha detto?”

“Speriamo che l’acqua salga, sarebbe l’ora de lavasse le palle dopo cinque secoli!”

E cosi finì la nostra conversazione, si allantonò smadonnando e ricominciando le sue lamentele.

In questi miei ricordi ci sono dei vuoti, per esempio non ho memoria di nessun pasto, di nessun caffé, di nessuna bevanda, ma son sicuro d’aver mangiato, qualche volta.

Il terzo giorno son tornato di nuovo all’Archivio, ma questa volto sono stato bloccato all’ingresso.

“Sei stato vaccinato? Devi esser vaccinato per lavorare qui.”

“Vaccinato? Ma per che cosa?”

“Per il tetano, vai subito alla Biblioteca Nazionale. C’è un centro militare e fatti vaccinare.”

Mi avviai con altri nella stassa situazione: eravamo i vaccinaturi. Borgo de’ Greci era in condizioni disastrose, ancora difficile da traversare, e quando Piazza Santa Croce si apri davanti mi resi conto ancora di piú di tutta la portata dei danni inflitti alla cittá. Dante dall’alto del suo piedistallo, nel centro della piazza, o meglio di quello che una volta era un parcheggio ed ora una discarica di macchine sfasciate e detriti di tutti i generi, dominava il tutto. Il poeta, non ancora rimosso e rilocato sul lato sinistra della chiesa, sembrava incazzato proprio per tutte quella sporcizia fetida che lo circondava. Certo allora non lo sapevo, ma un giorno sarebbe stato lo sfondo ideale per Benigni. Dove avrebbo potuto trovare uno luogo migliore per declamare il VI dell’Inferno, quello dei Golosi?

L’Arno aveva rotto proprio davanti alla Biblioteca, non c’era piú il lungarno. La piena del fiume era entrata nella Nazionale con tutta la sua furia dalla porta principale. Trovammo tantissimi giovani che lavoravano, lunghe file di passamano che tiravan fuori libri dai profondi labirinti dei fondi senza fine, da kilometri di scaffali divelti e crollati. C’era tutta l’alacritá di chi era coscente di salvare una fetta, o almeno una fettina della nostra civiltá.

Ma dove era venuta tutta quella gente?

Tutti sporchi ed infangati, sudati e stanchi, senza la speranza d’una doccia alla fine della giornata, e senza paga e nessuno aveva chiesto loro d’esser li. Non avevano l’obbligo d’una corvée.

Erano li perché avevano scelto d’esserci. Erano liberi d’andare quando voloveno, ma ogni mattina si presentavano puntuali al loro turno con tutto l’ottimismo della mia generazione che ancora sperava che sarebbe stata in grado di cambiare il mondo.

A noi ci indicarono di salire al secondo piano. La fila di quelli che dovevano esser vaccinati era lunghissima, scendeva giù per la scalinata che porta al secondo piano. Non ho mai visto tanti culi come quel giorno. Infatti arrivati in cima si formavano due file, e degli ufficiali medici ordinavano a tutti, ragazzi e ragazze:

“Giù i calzoni!” e tak, ti sparavano nella chiappa la tua dose di vaccino.

Mentre ero in fila aspettando il mio turno mi trovai vicino ad una ragazza di Scienze Politiche che conoscevo. Questa mi domandò dove lavoravo e quando seppe che ero all’Archivio mi disse:

“Ma perchè non vieni a lavorare con noi. La nostra biblioteca, la nostra collezione di giornali e di riviste politiche è stata alluvionata. Abbiamo bisogno d’aiuto.”

Cambiai carriera. Che strano, fino a quel momento non avevo pensato di andare a vedere cosa era successo in facoltá e da quel giorno andai a lavorare al Cesare Alfieri in Via Laura. C’era anche il vantaggio ch’era vicinissima a casa mia. Questo lavoro mi tenne occupato per alcuni mesi. Divenni un esperto, si fa per dire, nell’asciugare i giornali bagnati, giornali sfusi e giornali rilegati in grossi volumi, che diventano pesanti quando son molli. La qualiatá della carta dei giornali é forse la peggiere e se bagnata si disintegra solo a girar pagina. Tutti parlavano dei danni subiti delle grandi opere d’arte,  fra queste forse il più noto fu il crocefisso di Cimabue, ma nessuno parlò di altre opere uniche: certi vecchi giornali, di cui esisteva una sola copia che andarono perduti, documenti di vita insostituibili.

Ma forse su questo lavoro e sul post-alluvione scriverò un altro M’Arcordo.

Quando potevo facevo dei giri e ovunque c’era gente che lavorava, che portava via detriti. I volontari erano aumentati e venivano da tutte le parti; credo che il contributo degli studenti bolognesi sia stato il più nutrito, ci furono anche quelli che vennero dall’estero. Tutti volevano aiutare a salvar Firenze, almeno quello che si poteva salvare. Era una missione.

M’arcordo che una sera andammo alla stazione di Santa Maria Novella dove tanti studenti dormivano nei vagoni di treni lasciati per loro lungo binari morti. M’arcordo che un gruppo che ci invitò a mangiare con loro, affettati, formaggio e pane. C’erano alcuni con la ghitarra e con l’aiuto di fiaschi di vino, cominciammo a cantare. Gli altri nei vagoni accanto si unirono a noi alla fine l’intero treno divenne un gran lungo coro. Il repertoio era tipico dei tempi, canzoni rivoluzionarie ed anarchiche: “Bella Ciao” e Addio Lugano Bella” le più gettonate. Sentii per la prima volta anche canzoni della Guerra Civile Spagnola. Ripensandoci sembrava una prova generale di quello che sarebbe stato il ’68.

1966-11- Alluvione-Marzocco

Libreria Marzocco in Via Martelli

Io ero e sono un grande amante di libri e vedere la montagna di libri bagnati ed infangati davanti alle librerie era una degli spettacoli che mi rattristava di più. Passando davanti alla libreria Marzocco di Via Martelli mi fece quasi sentir male. Raccolsi libri, speravo di salvarli, ma senza gran successo.

 Ottenni un lasciapassare, ma non m’arcordo chi me lo diede e con la macchina potevo uscire e rientrare nella zona ancora chiusa al traffico quando volevo.  

Le mie cose con Roberta non andavano bene, diciamo che i nostri rapporti erano cordiali. Andavo spesso a trovarla: a casa sua c’era l’acqua corrente, cosi potevo farmi la doccia.

Fu proprio una sera sul tardi ritornando a casa in Via della Pergola che vidi i primi segni che i tempi cambiavano. Dietro al Duomo, all’angolo di Via del Proconsolo, vidi una prostituta, niente tacchi a spillo, aveva gli stivali di gomma, anche lei si era adattata ai tempi. Non so se trovò dei clienti, non so se li trovava dove potevano andare, ma capii che era un buon segno, le situazione si stava avviando verso la normalitá.

 

6 novembre 2009, Marblehead, MA USA

60b M’Arcordo…l’alluvione di Firenze del ‘66 (seconda parte – il primo giorno)

Novembre 3, 2009 di biturgus

  ….continuammo lungo i Viali, verso il Cimitero degli Inglesi e Piazza della Libertá, dove sembrava che l’acqua non avesse fatto gran danni. Avevo subito notato che ad ogni strada sulla nostra sinistra che portava verso il centro, come Borgo Pinti o via Cavour, c’era un posto di blocco militare per impedire o almeno controllare l’accesso al centro storico, che era stato il piú colpito.

Non c’erano molte macchine in giro. Lungo il Viale Spartaco Lavagnini, vidi un bulldozer che spingeva i rottami per liberare la strada dai detriti, sopratutto macchine, accatastandole. Il porabrezza continuava a coprirsi di schizzi d’acqua sporca, satura di fango untuoso, che il tergiscristallo non riusciva a pulire.

La prima fermata fu presso dei parenti di Paola che mi sembra abitassero non lontano da Piazza Leopoldo. Questa zona, un poco piú elevata e protetta dalle spolliere alte del Mugnone non era stata alluvionata. Lasciai Paola dai suoi parenti con quello che aveva portato. Questi furono felicissimi per il nostro arrivo inaspettato.

Non fu difficile per me raggiungere l’abitazione di Roberta in Via Forlanini, un po’ fuori, nella direzione di Novoli. L’appartamento era proprio di fronte alla grande officina della Fiat, oggi é la zona del nuovo campus universitario. Mi sentivo un po’ come l’eroe generoso e senza macchia, quello che arriva sempre in tempo e salva tutti.

Lasciai una buona scorta delle mie vettovaglie per loro. Mi dissero che c’era un centro di raccolta a Palazzo Vecchio, così decisi di raggiungerlo. Roberta venne con me. Ritornai indietro  di nuovo verso Viale Spartaco Lavagnini, poi mi diressi verso une delle strade che portavano verso il centro, forse Via delle Mantellate. Fui fermato al posto di blocco. Non fu affatto difficile convincere un paio di giovani reclute con tanto di fucile a farmi passare, dopo aver mostrato loro il carico che avevo in macchina. Raggiunsi Piazza San Marco, e subito vidi che, percorrendo Via Cavour e via Martelli, i danni erano sempre piú rilevanti.  

Per la prima volta, e forse per l’ultima, venendo da Via Martelli passai con la macchina fra il Duomo ed il Battistero per immettermi in Via Calzaioli. Vidi la Porta del Paradiso del Battistero aperta e con dei pannelli mancanti. Le poche macchine in giro andavano piano e non esistevano più senzi unici. Lo spettacolo era allucinante, indescrivibile, inimmaginabile. Forse la parola kaos è stata inventata per essere usata in situazioni come questa. A quel tempo mi sembrò impossibile che la cittá potesse mai esser ripulita ed il tutto ritornare come prima.

Le macchine sfasciate ed ammucchiate erano dappertutto, come se un bambino avesse giocato con i suoi giocattoli e poi stanco li avesse buttati via. M’arcordo il battente enorme d’un portone in piedi, appoggiato ad un muro.

In quasi ogni negozio c’era gente che cercava di ritrovare qualche cosa, ma penso ci fosse ben poca roba da salvare.

1966-11 fila Fila di alluvionati a Palazzo Vecchio

Giunto in Piazza Signoria, vidi subito dalla lunga fila di gente ben ordinata che si era messa in fila davanti alla porta laterale di Palazzo Vecchio, dove c’era il centro raccolta. Uno degli addetti mi fece avvicinare il piú possibile, parcheggiai la  macchina infangatissima accanto ad altre vetture alluvionate, poi mi venne un dubbio, speriamo che non la portano via con le altre. Lo stesso mi aiutò a scaricare. Nell’antrone avevano impiantato vari settori, per la raccolta e per la distribuzione. Da un lato c’era un gran tavolo ed era la farmacia. Mi ringraziarono tantissimo per aver portato medicine e tutto il resto.

Erano forse le due e la giornata era bella ed avevamo fame, con tutto quello che avevo portato non c’era rimasto piú nulla, eccetto quello che avevo lasciato per la signora Clotilde. Con le mani ruppi un pezzo di pane da una pagnotta e ce lo mangiammo, seduti sugli scalini di Palazzo Vecchio, sotto il Davide.

1966-11- Alluvione-Pontevecchio 08 Ponte Vecchio con i detriti portati dalla corrente

Mi incamminai con Roberta sotto gli archi degli Uffizi (posso dire che, per chi ha visto “La meglio gioventú”, la ricostruzione di quella zona é stata accurata) fino a raggiungere il Lungarno. Il livello dell’acqua era calato, ma sembrava ancora minaccioso. L’acqua aveva superato gli archi e sfondato le finistre e corso come una furia attraverso i negozi, postando via tutto. Mi fu poi detto che settimane dopo c’era gente che era scesa l’Arno a cercar oro e gioielli come si é visto fare nei film, quelli della febbre dell’oro. Ma non so se sia vero, certo possibile.

Attraversato Ponte Vecchio ci avviammo verso Palazzo Pitti. Il selciato di Via Guicciardini era divelta ed in parte ancora allagata. Per fortuna avevamo gli stivali di gomma. Il fango imbrattava tutto.

1966-11- Alluvione-17 Via Guicciardini divelta

Continuammo a girare, ma molte delle piccole strade erano inagibili, chiuse da barricate di detritti.

Non m’arcordo la seguenza degli eventi, ma penso che tornammo alla macchina, era davvero un po’ preoccupato che venisse un buldozer e me la portasse via con le altre. Dovevo trovare un posto dove lasciarela. all’interno della cerchia dei posti di blocco; ero sicuro che se fossi uscito non sarei stato capace di rientrare, non avevo più le scatole piene di medicine.

Ritornai verso Piazza San Marco e ed dopo un po’ di giri riuscii ad entrare nel cortile di Sant’Apollonia, la mensa. C’era posto e lasciai la macchina. Roberta decise di ritornare a casa, ma non m’arcordo come fece, forse c’erano degli autobus che partivano dai viali.  Andai alla mia pensione in Via della Pergola. La strada era un disastro, una catastrofe, fango, piena di detriti e le ubique macchine sfasciate e sospinte dalla corrente. Fu allora che mi resi conto quanto ero stato fortunato d’esser andato via il giorno prima, vedendo quello che era successo dove nolmalmente parcheggiavo la macchina. Notai salendo che c’erano mobili lungo le scale, perchè? Poi capii. Quelli del piano terra e del primo piano erano  

1966-11- Alluvione-Via della Pergola 8 Via della Pergola

sfollati in alto con con il salire del livello dell’acqua e avevano cercato di salvare il più possibile. Essendo il nostro appartamento al terzo piano l’acqua non c’era arivata, La sig.ra Clotilde fu felicissima di vedermi arrivare con l’acqua ed il pane, anche se ne mancava un pezzo. La signora era stata previdente, aveva riempito d’acqua la vasca da bagno e tutti le pentole e le marmitte nell’eventualitá che poi non ce ne fosse più, ed aveva avuto ragione. Tutti gli altri pensionanti vennero  a salutarmi e cominciarono a raccontare le loro storie. Per mesi a venire ognuno si sentiva obbligato a raccontare quello che gli/le era successo e quello che avevano fatto durante l’alluvione.

Più tardi uscii e continuai le mie esplorazioni, girovangando verso il Duomo, il mercato di San Lorenzo e li fu per la prima volta che sentti un gran fetore, le carni cominciavano ad imputridire.

1966-11- Alluvione-Manichino 22 Manichino annegato

Sotto i portici di Piazza della Repubblica sopra un tavolino da giardino c’era uno che vendeva La Nazione, ma come era possibile? L’edificio del giornale dalle parti di Piazza Beccaria era stato di certo colpito in pieno dall’Arno straripato. Poi appresi che questa edizione era stata stampata a Bologno nella tipografia del Resto del Carlino.

Poi venne la sera e la cittá cadde nel buio, nel buio più completo. Non c’era elettricitá. Era difficile camminare in quelle strade piene di detriti di tutti i generi e d’ostacoli imprevedibili. Solo ogni tanto i fari di qualche rarissima macchina lanciavano un raggio di luce.

In Via degli Alfani feci incontrai uno studente americano ubriaco con una candela accesa in mano. Mi fermò e cominciò a blaterare in una strana mistura d’italiano ed inglese contro la guerra in Viet Nam. Comiciò a seguirmi e non mi fu facile sganciarmi.

 Non m’arcordo cosi feci per cena, forse non mangiai. Tornato a casa mi resi anche conto d’una situazione che avrebbe caretterizzato i prossimi giorni a venire. Ero sporco, infangato e  l’acqua che avevamo era troppo presiosa, non si poteva sprecarla per lavarsi.

Andai a dormire pensando all’indomani, cosa avrei potuto fare per aiutare? Si sapeva che i danni alle opere d’arte erano terribili, e l’Arno aveva rotto proprio davanti alla Biblioteca Nazionale … certo c’era tanto da fare.

P.S. se volete vedere immagini e filmati dell’evento andate in youtube.com

cominciate con questo:

http://www.youtube.com/watch?v=g1ArZ_t9S-Y&feature=related

3 novembre 2009, Marblehead, MA USA                 

                                                               

60a M’arcordo… l’alluvione di Firenze del ’66. (prima parte)

Novembre 1, 2009 di biturgus

Il 4 novembre 1966 era un venerdi, ed io a Firenze ’n c’ero; ma forse é meglio cominciare dal giorno prima, il 3.

A quei tempi, studente di Scienze Politiche, abitavo a Firenze da un’affittacamere, la signora Clotilde,  in via della Pergola vicino al teatro. La mia camera era al quarto piano e dalla finestra si vedevano i finestroni del loggione del teatro, ed in lontananza, oltre i tetti rossi, il cupolone del duomo. C’erano altri studenti e fra questi Paolo Massi e Leonardo Carloni del Borgo. Il bello di quella camera era che aveva un caminetto dove per star caldo bruciavo un po’ di tutto. La signora era gentile e non si lamentava con noi se avevamo visite anche se che stavano tutta la notte, anzi diventava curiosa e voleva sapere i dettagli.

Ritorniamo al pomeriggio del 3: pioveva e come pioveva, scrosciava come una cascata. Avevo da tempo pensato di tornare al Borgo in considerazione della festa del 4 novembre potevo fare un ponte, o meglio un ponticello. Roberta, la mia ragazza, sarebbe venuta con me, ma poi all’ultimo momento venne fuori che quella sera doveva lavorare fino a tardi e decise che mi avrebbe raggiunto la mattina dopo, venendo ad Arezzo in treno ed io sarei andato a prenderla.

Così partii da solo con la mia 850 rossa sotto la gran pioggia; mi parve ancora piú forte nel Valdarno e mi seguì fino al Borgo. Dopo cena andai al cinema e solo quando uscii, penso fossero le undici, aveva smesso di piovere.

Al mattino, come concordato, partii per andare ad Arezzo per prendere Roberta, che sarebbe dovuta arrivare poco dopo le nove. Non pioveva, ma il cielo grigio e scuro prometteva ancora pioggia. Era giorno festivo ed il parcheggio davanti alla stazione era vuoto, ma subito mi parve strano, sembrava deserto, ed ebbi la stessa impressione entrando. C’erano solo due o tre persone. Il tabellone con gli orari degli arrivi e partenza sopra le scale che portano ai binari aveva solo i nomi delle cittá e nessun altra informazione. Mi sembrò strano, molto strano. Mi avvicinai ad un facchino con la sigaretta sull’angolo della bocca e gli chiesi:

“Mi scusi, perché non c’é scitto niente” indicando il tebellone” il treno delle nove da Firenze é in ritardo?”

“Si!” rispose con voce laconica

“Ma di quanto?”

“Oh questo ‘no so. Un mese, du’ mesi.”

“Un mese?”

“L’Arno ha portato via i ponti nel Valdarno.” E si allontanò.
Questa poi si rivelò essere notizia incorretta, ancora pensavano che i problemi fossero solo nel Valdarno.  La notizia che l’Arno avesse traboccato a Firenze non era ancora arrivata, anzi il grosso stava proprio accadendendo in quel momento, ma noi ancora non si sapeva niente.

Avevo una manciata di gettoni in tasca e corsi ad una cabina per telefonare a Roberta, niente telefonini a quei tempi. La signora Fernanda, la madre, mi rispose e con una voce tutta eccitata, mi disse:

“Non so dov’é Roberta! Mi ha telefonato dalla stazione un’ora fa, dicendomi che cercava di tornare a casa, che l’Arno ha straripato e che l’acqua stava arrivando da via Cerretani e da piazza Santa Maria Novella, poi é caduta la linea. Ma come fa ora a tornare a casa? ….” ed  in quel momento anche la mia comunicazione si interruppe.

Ritornato nell’atrio c’erano delle persone che ascoltavano una piccola radio a transistor, mi sono avvicinato. Non ricordo i dettagli di quelle notizie, parlavano di allagamenti, ma a quell’ora ancora non si sapeva molto di quello che stava succedendo.

Non c’era altro da fare che tornare al Borgo e cosi feci. Non avevo la radio in macchina, quasi nessuno ce l’aveva. Arrivato a casa cercai ancora invano di telefonare a Roberta ed altri vari numeri a Firenze, ma era chiaro che tutte le comunicazioni erano interrotte. Assieme a mia madre mi misi ad ascoltare la radio, non ricordo se al mattino ci fosse qualche telegiornale speciale, ma non credo. Piú tempo passava e piú diveniva chiaro che stava succedendo un vero storico disastro. Ero preoccupato per Roberta, non sapendo se ce l’avesse fatta a tornare a casa. Loro abitavano in via Forlanini verso la Novoli, pensai che dovevano essere abbastanza lontano dal corso dell’Arno ed evitare la valanga d’acqua. Piú tardi scoprii che avevo ragione, s’erano salvati dall’inondazione perché le sponde del Mugnone avevano arginato la corrente dell’acqua facendola defluire verso le Cascine.

Passammo la giornata ascoltando la radio, e sempre di piú ci rendevamo conto della portata del disastro che non si limitavano a Firenze; l’Arno stava travolgendo tutto fino alla foce. Le ferrovie erano bloccate e cosi l’autostrada ed altre strade che portavano a Firenze, era come fosse in stato d’assedio, l’esercito aveva bloccato tutto, solo i mezzi di soccorso potevano accedere.

Appresi poi che uno del Borgo ce la fece ad andare a Firenze quel giorno, ed io a questo non c’avevo proprio pensato. Piero Olivieri andò alla Pieve poi a Chiusi della Verna per scendere a Bibbiena e Poppi, per salire il Passo della Consuma, scendere a Pontassieve, poi Rufina per poi risalire a Fiesole ed arrivare cosi in Piazza della Libertá nel pomeriggio.

1966-11-04 Fausto e Teresa small

Fausto e Teresa al ponte del Tevere, Sansepolcro

Fu una giornata piena di incertezze e di preoccupazioni e sopra tutto di sentirsi impotenti a fare qualsiasi cosa. Cominciarono ad arrivare le notizie di altre zone colpite dal maltempo, incluso Venezia. Al Borgo, nella valle si cominciò a parlare del livello del Tevere.

Paolo Massi ed io passammo il pomeriggio assieme a Teresa Uccellini e a Piero Acquisti (detto Mechina) in giro. Il livello dell’acqua al ponte del Tevere cominciava a salire rapidamente, portava giú di tutto, alberi, rami, tavole ed animali morti, faceva paura. E come noi s’erano radunati altri curiosi e si parlava solo di Firenze e sembrava che ognuno avesse notizie piú tragiche degli altri. Poi qualcuno disse che a Pistrino il Tevere era straripato ed aveva incominciato ad allagare i campi.  Subito decidemmo d’andare a vedere, passando per San Giustino. Lasciammo la macchina lungo la strada, prima del ponte, all’asciutto. Volevamo esplorare, avvicinarci per vadere meglio; abbiamo camminato un po’ lungo un argine ancora non sommerso. Vedevamo campi e campi allagati dall’acqua che continuava a salire.

 “Citti, i versi ’n son belli, artornamo!” 

 

1966-11-04 Pistrino small

Allagamento lungo la strada per Pistrino

 

 

 

Disse qualcuno e così facemmo marcia indietro. Quando siamo arrivati alla macchina scoprimmo che la strada era stata allagata e che il livello dell’acqua era giá arrivato a mezza ruota. Quando Piero ha aperto la portiera l’acqua ha defluito nell’interno. Immaginatevi le parolaccie del Piero! Cercò invano di farla partire. Ancora piu’ parolaccie.  Siamo entrati tutti nell’acqua fredda fino alle ginocchia per spingerla fuori e dopo tanto zazzicare riuscì a metterla in moto. Era l’ora di tornare a casa, molle ed infreddoliti.

A sera abbiamo visto le prime immagini alla televisione, ma non molte, ci sarebbero voluti giorni prima di vedere quello che era successo, ma capimmo  subito il livello della tragedia che stava travolgendo Firenze. Io per tutta la sera ho continuato invano a telefonare . M’arcordo d’essere andato a letto con una gran tristezza. In qualche modo mi sentivo triste di non essere a Firenze, era come se avessi abbandonato e tradito la Roberta, gli amici e la cittá nel momento del bisogno. Fu forse proprio allora che decisi d’andare a Firenze, ma ancora non sapevo come e quando, ma di certo il prima possibile.

Il giorno dopo, sabato, rimasi incollato alla radio e poi alla televisione. Mi sembra che solo nel pomeriggio arrivò la notizia che la furia dell’acqua cominciava a diminuire. Penso che ogni mezz’ora provavo a telefonare a Roberta, ma ancora senza successo. Si, sarei andato a Firenze quanto prima e decisi che avrei, nel mio piccolo, portato aiuti. Alla radio continuavano a dire che mancava tutto, sopratutto acqua potabile. A quei tempi c’era ben poca acqua imbottigliata. Cominciai a far telefonate a medici e farmacisti ed amici e parenti. Avevo anche parlato con Paola Trivella e anche lei mi aveva subito detto che mi avrebbe aiutato a raccogliere quanto possibile e che sarebbe venuta con me e lunedi mattina saremmo partiti presto per Firenze.

Passai la domenica a raccogliera cibo e medicine. Avevo chiesto di preparare verdura fresca e giá lavata. Il dott. Cavalli, il dott. Rossi e il dott. Marrani svuotarono i loro armadi di tutte quelle medicine che avevano ricevuto come campioni. Anche i farmacisti (Galardi e Cantucci) furono generosi. Il problema era che la mia Fiat 850 non era grande abbastanza. Domenica sera la macchiana era pronta, avrei riempito d’acqua delle grandi taniche di plastica all’ultimo momento ed al mattino e poi ci saremmo fermati al forno per prendere del pane ancora caldo.

Verso le otto di sera, mentre mia madre ed io guardavamo il telegiornale, il telefono suonò. Gran sorpresa! Era Roberta da Firenze. Il suo quartiere, che non era stato allagato, fu uno dei primi ad avere i telefoni riallacciati. Mi raccontò quello che le era successo. Era arrivata alla stazione con un taxi poco prima delle otto, senza nessun problema e fu solo quando andò alla biglietteria scopri che tutti i treni  erano stati cancellati e che l’Arno era traboccato e aveva portato via dei pezzi di Lungarno dalle parti della Biblioteca Nazionale e stava defluendo nelle starde del centro.  C’era gente che entrava di corsa dicendo che l’acqua era arrivata al Duomo e che stava venendo veloce giù per Via Cerretani e Via Panzani verso la stazione. Mentre cercava invano di trovare un taxi dal lato di Via Valfonda per caso un amico di suo fratello passò in macchina e la invitò a salire. Stava andando alle Cascine per salvare i suoi cavelli da trotto. Fu lui il primo a dirle della gravitá della situazione. Nel momento che si trovarono a passare sotto il sottopassagio ferroviario vicino alla Fortezza da Basso, i chiusini delle fogne cominciarono ad esplodere con getti d’acqua alti un paio di metri. Furono gli ultimi a passare, dopo pochi minuti il sottopassagio divenne un lago. L’amico capì che non c’era maniera d’andare alle Cascine e prese Viale Redi e la riportò a casa, solo pochi minuti dopo la mia chiamata interrotta d’Arezzo. I cavalli dell’amico morirono annegati nelle stalle, non c’era stato il tempo di liberarli.

Dissi a Roberta che sarei venuto l’indomani. Mi sentivo più tranquillo.

Lunedi mattina Paola ed io partimmo presto, prometteve d’essere una bella giornata, piena di sole. Ci fermammo dal fornaio, l’Acquisti, e riempimmo l’ultimo spazio disponibile di pagnotte di pane ancora caldo. 

Ancora non sapevamo se ci avrebbero permesso d’entrare. Mi sentivo sicuro che tutte le derrate alimentari e medicine sarebbero state un lasciapassare sicuro, ed ebbi ragione.

L’autostrada era agibile e c’erano lunghi convogli militari. Quando arrivammo a Firenze Sud non c’era nessuno a prendere il pedaggio, allo svincolo che immette in Viale Europa trovammo il primo posto di blocco e non fu difficile superarlo.

Fu propio lungo il Viale Europa che ci rendemmo conto della portata dell’alluvione, del disastro.

1966-11 Alluvione entrando a Firenze

Entrando a Firenze, dalle parti di viale Europa, 7 nov. 1966

Fu il nostro primo incontro con le macchine sfasciate ed ammucchiate, i negozi sfondati e svuotati di tutto, con i mobili rotti delle abitazioni, detriti di tutti i generi e con il peggior nemico di tutti: la fanghiglia,  la fanghiglia untuosa ed appiccicosa, mischiata col gasolio di centinaia di serbatoi sventrati,  che avrebbe imbrattato tutto e tutti per mesi,  così difficile da lavar via.

Ce l’avevamo fatta, ora si doveva decidere cosa fare con il nostro carico: prima gli amici e parenti, ma ancora non si sapeva dove si poteva e dove non si poteva andare. Si vedevano strade inagibili, chiuse da barricate di macchine sfasciate ed accatastate l’una sull’altra.

Erano circa le undici, prendemmo la direzioni di Piazza Beccaria, dei Viali….

 

 

1 novembre 2009, Marblehead, MA USA                                                                                     

59 M’arcordo… la Sig.na P. ed il 4 luglio del 1970.

Luglio 2, 2009 di biturgus

Il 4 luglio del 1970 era un sabato ed ero al Borgo con Nancy in attesa del mio visto per andare negli Stati Uniti. Eravamo arrivati da Londra solo due settimane prima.  I giorni passavano lenti ed ero un po’ nervoso di fronte al grande enigma di quella che sarebbe stata la mia nuova vita. Aspettavo una telefonata che non arrivava dal consolato americano di Genova. Ma questa è un’altra storia.

La Sig.na P., una anziana amica del babbo, abitava in un palazzo che odorava di vecchio, assieme ai suoi ricordi e ad una dama di compagnia che non era una badante. Credo fosse laureata in giurisprudenza, ma ormai era in pensione da anni, rimaneva quasi sempre in casa. Si diceva che avesse un grandissima biblioteca con libri raccolti dal padre, anche lui avvocato; poi anche lei aveva contribuito ad arricchirla. Il babbo diceva che era una donna intelligente, istruita ed una buona scrittrice, l’unico problema era, continuava a dire:

 “Se ti blocca per la via e ti comincia a parlare sei finito, ti prende prigioniero e non è facile sgancirsi, anzi a volte è un impresa impossibile.”

Dopo la morte di mio padre in qualche modo l’avevo sostituito nell’amicizia e quando la Sig.na P. scopriva che mi trovavo al Borgo, mi telefonava. Le sue telefonate erano kilometriche. Ma c’era un lato positivo: parlava con arguzia quasi sembre di argomenti interessanti, di politica, di costume e sopratutto di memorie. Spesso mi confermava che avevo fatto benissimo ad andarmene dal Borgo. E si lamentava di non averlo fatto anche lei, quando era giovane.

“Mio padre” aggiungeva “uomo moderno, un vero positivista, di ampie vedute mi aveva mandato all’universitá quando pochissime donne ci andavano, all’inizio del secolo. Ma poi nella vita privata, in famiglia, mi teneva prigioniera come fossimo nel medioevo.”

Fu felicissima quando apprese che mi ero sposato con un’americana e che mi stavo preparando per trasferirmi negli gli Stati Uniti, lei c’era stata negli anni trenta.

Proprio in quei giorni ricevemmo un formale invito per andare a prendere il te da lei. Voleva conoscere Nancy e, come diceva lei, sperava di parlare un po’ d’inglese, prima che se lo dimenticasse:

“Il mio inglese si sta arrugginendo.”

Arrivò il pomeriggio del 4 luglio e con un bel mazzo di fiori ci presentammo alla sua porta all’ora convenuta. La sua dama di compagnia ci venne ad aprire. Salimmo la vecchia scala dai grandi gradini di pietra levigata da secoli di passi. La casa era fresca ed aveva quel leggero odore d’antico, cosi tipico, che sa un po’ di muffa, un odore che non si dimentica mai. Poi, dopo un corridoio, entrammo nel salotto stracarico di mobili dove, seduta in una poltrona, lei ci attendeva. Ed ecco la sorpresa. La stanza era tutto decorata con festoni di carta rosso e blu che si incrociavano dal soffito sul lampadario. Poi c’erano nastri, fiocchi degli stessi colori un po’ dappertutto.

Nancy ed io fummo sorpresi per dir poco.

“Happy 4th of July!” Esclamò felice venendoci incontro ed abbracciandoci con calore.

“This is great day! Not only for America, but for all of us! I want to celebrate with you. And you are a real American!” rivolgendosi a mia moglie.

Nancy era forse anche più sorpresa di me. Lei, americana, non si era ricordata che era il 4 luglio, ed ora, proprio a Sansepolcro c’era chi aveva colmato la lacuna.

Negli Stati ci sono due grandi feste, chiamiamole intimamente americane, “The 4th of July” e “Thanksgiving”, ma io questo ancora non lo sapevo e tanto meno ne capivo l’importanza. Anche se son nate con una connotazione politica-religiosa, in realtá son feste da celebrare e passare in famiglia, e sempre con gran mangiate.

Il tè fu servito e la Sig.na P. continuò a parlare solo in Inglese e non solo per far pratica ma anche perchè la sua dama non lo capiva. E così, senza gran preamboli, ci raccontò la storia del suo grande amore.

Durante la Prima Guerra Mondiale, poco più che ventenne, era partita volontaria come infermiera. In questo modo aveva rotto almeno per un po’ l’oppressiva tutela del babbo. Il suo ospedale non lontano dal fronte era vicino ad un aereoporto, da dove si levavano in continuazione gli aerei che partivano per le loro pericolose missioni. Erano quegli arei dall’elica di legno e dalle ali di tela con il pilota seduto nel miniabitacolo scoperto. E fu proprio li che lei incontrò l’amore della sua vita, un pilota americano, bello, alto e biondo, come volle precisare. Quello fu un grande amore, pieno di passione, esasperato perchè in ogni incontro c’era la paura che potesse essere l’ultimo.

Lei conosceva i colori del suo aereo e lo seguiva con ansia ogni volta che lo vedeva decollare per poi sparire nel cielo per compiere una missione. Il panico l’assaliva: sarebbe ritornato? Poi rivedeva quei colori ritornare e lei era infinitamente felice.

“La paura della morte rafforza l’amore come nient’altro!”

Nel raccontarci la storia lei lo chiamava per nome, ma questo non me lo ricordo.

Poi venne the 4th of July, forse del 1918, ed il nostro eroe prima di partire le chiese di aspettarlo al ritorno, se le fosse stato possibile nello spiazzo nel davanti dell’ospedale. E lei l’attese con ansia. Riconobbe l’aereo da lontano e fu pervasa da tanta felicitá:

“Era vivo, era vivo!”

L’aereo non si diresse verso la pista d’atterraggio ma verso l’ospedale, verso di lei, in piedi nel mezzo del piazzale. Fece dei giri concentrici cercando d’abbassarsi il più possibile e poi infine, quando lei poteva vederlo benissimo si protese fuori dell’abitacolo e le lanciò un mazzo di rose rosse, legate con un nastro blu.  Mi son sempre domandato, ma dove l’aveva trovate?

La sua voce tremava nel raccontarci la storia e potevo vedere che Nancy era commassa e lo ero anch’io.

E la guerra finì, e l’eroe tornò in America e lei al Borgo. Lui, e lei lo sapeva, era giá fidanzato e dopo non molto si sposò. Rimasero in corrispondenza e circa dopo vent’anni lei andò in America per incontrarlo. Ci parlò molto degli Stati Uniti di prima della guerra, del suo viaggio in aereo all’interno del paese, ma non ci disse molto dell’incontro.

Lei non si sposò mai.

Poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale anche al Borgo. E con questa arrivarono gli Americani ed un giorno nel settembre del 1944 un colonnello dell’American Air Force si presentò alla sua porta: era lui. E quella fu l’ultima volta che lo vide. Non ci diede dettagli di quest’incontro, solo che rimase alcuni giorni,

Dopo la morte della moglie il vecchio pilota confessò alla figlia questo suo grande amore perduto e questa a sua volta volle conoscere, almeno per lettera, la Sig.na P. Nel 1970, al tempo di questa storia, queste due ancora si scrivevano, molt’anni dopo la morte di lui. Poi venne l’ora d’andare e lei mi regalò un orario della NorthWest Airline del giugno del 1938, reliquia di quel suo lontano viaggio. Quando fummo sulla porta prese Nancy per un braccio e la trattenne per un po’ parlandole sottovoce.

Sky Zephyr aircraft small

Quando fummo per strada Nancy mi disse che le aveva mostrato una foto del suo grande amore, tirandola fuori da un libro che teneva sottobraccio. Era proprio come un pilota della Prima Guerra Mondiale doveva essere: in piedi, alto e fiero accanto al suo aereo dall’elica di legno, con grandi stivali, pantaloni a sbuffo, il casco di cuoio e gli occhialoni tirati su sulla fronte ed una gran sciarpa bianca intorno al collo.

“L’amore vero dura tutta la vita!” le sussurrò prima di lasciarla.

Non so perchè non me lo fece vedere, forse era stata timida con me.

La rividi poc’anni dopo, forse nel 1973; le feci una breve visita, era molto malata, non mi disse molto, aveva difficoltá a parlare. Mi consegnò una lettera per la figlia del pilota, voleva che l’imbucassi io in America. Non si fideva delle poste italiane, voleva esser sicura che arrivasse, sapeva che era l’ultima che le mandava. Appresi poi che morì poco tempo dopo.

Ecco come celebrai per la prima volta the 4th of July e lo feci al Borgo.

Ogni anno immacabilmente secondo le tradizioni facciamo un barbacue e beviamo birra ed in serata andiamo a vedere i fuochi d’artificio che si illuminano sul porto pienissimo di barche. In fondo è una gran festa, l’eco di quella Dichiarazione d’Indipendenza col tempo, con la Rivoluzione Francese e con tutte le sue consequenze arrivò fin da noi al Borgo e ci ha indicato il valore della libertá.

Ogni anno penso alla Sig.na P., al suo pilota di cui ho dimentica il nome ed a quel gran mazzo di rose rosse che scende dal cielo ed i miei occhi si caricano di lacrime che poi non calano.

“Happy 4th of July, Signorina P.!”

 PS: e come mi ha giustamente ricordato l’amico Rinaldo e’ anche l’anniversario della nascita di Garibaldi. Che strana coincidenza e’ nato il giono della festa americana ed e’ morto il 2 giugno, Festa della Repubblica.

2 luglio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

 

I  vostri commenti e correzioni a possibili inesattezze, scherzi della memoria, saranno apprezzati. Assieme possiamo ricostruire questo grande mosaico borghese. Mi raccomando, scrivete!

Fausto Braganti      

 

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58 M’Arcordo… ‘sta volta gnente. Moh smetto, almeno per un po’!

Maggio 23, 2009 di biturgus

Alora me sa ch’é l’ora de smettere.

Se s’era a veglia v’avrei detto:

“Oh citti! So’ stracco, sa di’ d’anda’ a dormi’. Moh ve saluto e se ho voglia ve n’arconto de più ‘n’altra volta.”

Ma ‘n so quando sará ‘n’antra volta.

 Cominciai a scrivere i “M’arcordo” a marzo dell’anno scorso (2008), ed i primi furono pubblicati nel Ghiozzo e doveva essere un piccolo progetto, ma poi m’ha preso la mano. Verso la metá giugno cominciai a raccoglierli nel blog di Biturgus. Col tempo speravo di imparare e farlo graficamente più facile da navigare e gradevole da vedere, ma non ci son riuscito. Scusatemi.

É stata nell’insieme un’ottima esperienza, grazie proprio a tanti di voi che mi avete seguito. Con questi scritti, dopo aver resuscitato tanti morti, ho ritrovato vecchi amici e ne ho fatti di nuovi. Molti mi hanno incoraggiato, altri aiutato a correggere le mie inesattezze, altri ancora hanno scritto i loro “M’arcordo”. Ho persino ritrovato la mia Vespa, o meglio Il Vespone. Grazie Stefano!

Credo che sia giunta l’ora di smettere, prima che diventi troppo prolisso e noioso. Sono arrivato al punto che non m’arcordo se una storia l’ho giá detta o no. E questo non é un buon segno. Di “M’arcordi” iniziati e poi mai finiti ce ne sono almeno una ventina; forse, se all’improvviso “me scappa ‘n M’arcordo” corro e lo scrivo, ma per adesso ve l’ardico:

“Ora basta!”

 Il blog Biturgus rimane attivo.

 Ho in mente due progetti e spero d’essere abbastanza organizzato da poterci lavorare in contemporanea.

 Ho intenzione di riordinare, rivedere, sviluppare, tagliare i miei “M’Arcordo” per poi farne un libro. C’é chi me ha fatto giá una copia bella e rilegata d’una buona parte di quelli usciti nel blog. Grazie Marcello!

 Inoltre, e a questo spero di dedicare più tempo, voglio scivere un romanzo. Lo so, anche io sono uno di quelli che andando quasi in pensione vuole scrivere, forse noi “scrittori” siamo di più di quelli che si chiamano “lettori”. Come a suo tempo ho giá accennato ad alcuni si tratterebbe d’una storia diciamo polizziesca, con spunti erotici (il sesso interessa sempre, dovresti vedere quanti sono quelli che leggono il “M’Arcordo” delle giarrettiere! Sta battendo quello della “Vespa ritrovata”).

 La Storia:

Il protagonista, dopo quarant’anni di lontananza ritorna in Italia (dalle nostre parti) per aiutare un suo vecchio amico a dirigere un agriturismo di lusso. E qui comincia una nuova vita ed una serie d’avventure. Inevitabile pensare che la storia possa essere in parte autobiagrafica, ma lo sará solo marginalmente. Il nostro eroe Luca, come altri personaggi e luoghi, sará la somma di varie persone vere ed immaginate. Il tutto si svilupperá in bilico fra la ricerca di ritrovare il suo lontano passato e la realtá d’una nuova vita dal ritmo sconosciuto.

Formato:  

Ho pensato di scrivere nel formato del romanzo epistolare, dove la storia si sviluppa attravarso le lettere e diarii dei varii personaggi coinvolti, il primo che mi viene in mente e’ Dracula di Stoker. Poi per aggregarrmi ai grandi non posso non citare Foscolo e Goethe. La storia sará narrata come in un mosaico dove le tessere non saranno solo lettere e diari ma anche i nuovi metodi di comunicazione, come e-mails, blogs, e se ci sara’ bisogno, anche instant messages col telefonino.

Distribuzione:

L’obbiettivo finale é quello farne un libro. Per inizziare penso di pubblicarlo a puntate in un blog, una specie di feuilleton elettronico settimanale.

Vedremo. L’obbietivo é fare uscire il primo capitolo verso settembre. Poi vedremo se vale la pena di farne un libro.

 V’arcordate la proposta de la Marcia Garibaldina (23mo M’Arcordo)? http://biturgus.wordpress.com/23-m%e2%80%99arcordo%e2%80%a6%e2%80%a6-no-%e2%80%98sta-volta-se-pensa-al-futuro/

 

Bandiera della Repubblica Romana (1849)

Bandiera della Repubblica Romana (1849)

Bene, se fará, anche se in formato ridotto. Lo scorso marzo ho fatto un giro per studiare il tracciato, molte cose son cambiate in 160 anni. Il tracciato da Castiglion Fiorentino ad Arezzo non é quello dei tempi di Garibaldi. La strada è stretta e i camion son più pericolosi degli inseguitori austriaci che lo braccavabo. Arezzo stesso, con tutti gli sviluppi urbani intorno alle mura non ha quasi nulla di quei tempi.  Camminare lungo valle della Sovara,con sopra di noi i viadotti della nuova superstrada non offre un bel paesaggio. Alora se ‘ncomicia quasi a Monterchi, dove comincia la strada per Citerna.  

 Detto questo, ecco il nuovo programma, da finalizzare nei dettagli.

 Venerdi 24 luglio, 2009. Monterchi – Citerna (circa km.4.00)                         ore 16.00: Adunata al bivio della via che sale verso Citerna.

 Sabato 25 luglio, 2009. Citerna – Sangiustino (circa km.11.00)                       ore 8.00: Adunata alla porta di Citerna. Si scende verso Pistrino per per raggiungere San Giustino. Qui in piazza, davanti al Bar del Belloni, verso le 12:00 incontreremo anche quelli che non hanno camminato. Momento culminate della Marcia. Contiamo i rappresentanti di varie associazioni e anche una banda musicale. Secondo i racconti tramandati, le donne di San Giustino prepararono il pane per i Garibaldini, si dice che fossero ancora circa 2000. Non c’era tempo di far lievitare il pane, e gli affamati si dovettero accontentare delle ciaccie. Sembra la storia di Mosè che lascia l’Egitto! I Sangiustinesi ci offriranno le ciaccie

 Domenica 26 luglio, 2009. San Giustino – Bocca Trabaria (circa km 16.00)             ore 8.00: Adunata in piazza a San Giustino e si comincia la parte di dura della Marcia. Stiamo allestendo uno spuntino verso la Casa Cantoniera, quella con la lapide che ricorda il passaggio.

 Si dice che Garibaldi fece buona parte di questo percorso in carrozza, faceva compagnia ed aiutava Anita incinta e malatissima. Come si sa questa morirá pochi giorni dopo in una capannuccia nelle Paludi di Comacchio.

 Spero che questa marcia possa divenire un evento annuale…

 E per finire sapete che il prossimo maggio sará il 150simo anniversario della Spedizione dei Mille? Il revisionismo dei nordisti della Lega dimentica che la grandissima maggioranza dei Mille erano proprio delle loro parti.

Allora, dopo aver visto i risultati della marcia di quest’estate, mi é venuta un’idea, ancora al livello di larva, di fare una passeggiata, si una passeggiata, da Marsala a Caltafimi. Vedremo.

 23 maggio 2009, Marblehead, MA USA                                                                                        

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